Sulle Sponde di Boscomadre

Il Cervo, fiero e gentile sovrano dei mondi

Sentirlo bramire in Autunno, nella sua stagione degli amori, è una delle esperienze che più ci connette alle nostre ataviche e selvagge radici. Il Cervo, come il Lupo e l’Orso a cui è strettamente legato, è uno degli animali che incarna in modo diretto l’archetipo dello spirito selvatico libero e forte, e per molte culture rappresenta un potente messaggero dell’Oltre.

Il nome di questo animale per molte culture ha sempre avuto il significato generico di “animale selvatico”, e questo ci fa comprendere come il Cervo sia strettamente connesso con la selvatichezza, con l’idea della vita inviolata di una natura vergine, integra.

In contrapposizione a ciò, tuttavia, c’è il fatto che questo animale, considerato Re della Foresta per la maestosità del suo portamento, è da sempre oggetto principale della caccia per mano dell’uomo, fin dagli albori, caratteristica che ha fatto nascere intorno a questa figura una profusione di miti e leggende riguardanti proprio il mondo venatorio.

Il folklore, infatti, trabocca di storie di re e cacciatori che, per seguire un cervo o una cerva si sono perduti nel bosco e hanno finito per vivere meravigliose e strabilianti avventure. Ne sono un esempio i racconti di Re Artù e dei suoi cavalieri, ma anche delle gesta irlandesi dei Fianna. Proprio a causa di un cervo, Sir Galvano finì per immergersi in vicende inaspettate e impreviste. E fu una donna sidhe, trasformata in cerva dalla maledizione di un druido meschino, a mettere al mondo il grande bardo Ossian, figlio del mitico eroe irlandese Fionn MacCumhaill (se vuoi saperne di più riguardo la figura di Ossian, ti consiglio di leggere il mio articolo “Ossian e Niamh, tra Spirito e Materia“). Il condottiero la incontrò proprio durante una battuta di caccia, risparmiata dai cani di lui poiché ne avevano riconosciuto la natura umana.

Queste e altre storie contengono una morale assai interessante su cui soffermarsi, che fa parte del messaggio energetico di questo mammifero: coloro che non cacciano per aggressività e per infliggere la morte, ma per conoscenza, possono essere condotti sempre più in profondità nel cuore della foresta e a incontri con il Mondo Altro, quel regno fatato che è dimensione dell’Anima e dello Spirito, contrapposti alla materia e alla carne.

Ma il Cervo non è importante solo nelle storie e nei racconti, bensì anche a livello spirituale: Buddha assume spesso la forma di questo animale, ad esaltare il suo messaggio di innocenza e di ritorno alla natura. Giunse a rappresentare persino il Cristo per i principi di resurrezione che ispira in chi impara a conoscerlo oltre l’aspetto meramente terreno che Madre Natura gli ha dato.

I palchi di corna crescono solo sugli esemplari maschi e si rinnovano ogni anno. Hanno funzione fortemente protettiva, se si considera che crescono proprio dietro gli occhi dell’animale e che lo aiutano a difendersi in caso di attacco o durante le lotte con i rivali. Inoltre, sono paragonabili ad antenne che connettono a più alti piani di armonizzazione. A livello totemico, la presenza delle corna può essere indicativa dell’attenzione da prestare ai pensieri più intimi e alle percezioni, alle intuizioni; data la crescita progressiva di anno in anno dei palchi, il cervo indica la ricerca di espansione in chi possiede questo totem. Visto il rinnovamento annuale delle corna, il Cervo ha finito per simboleggiare la vita che ringiovanisce continuamente, la rinascita e la ciclicità del Creato. Ecco perché questo animale divenne rappresentante diretto del mondo divino, arrivando a incarnare déi e dee. La sua forza è in perfetta sintonia con i ritmi naturali e le sue corna sono un’immagine limpida del ciclo di Vita-Morte-Rinascita, che lo ha reso un simbolo magico e potente di longevità e abbondanza, soprattutto per la caratteristica vegetale – quella delle corna così simili a rami – accostata a un rappresentante del regno animale.

I sensi dei cervi sono molto acuti. Gli occhi sono in grado di percepire movimenti anche a notevoli distanze e sanno captare contorni e contrasti anche in condizioni di scarsa visibilità. Lo stesso accade coi sensi dell’udito e della vista di chi ha questo totem.

Il Cervo si mostra quando è tempo di coltivare la gentilezza per se stessi e per gli altri, di risvegliare una nuova freschezza e nuove avventure da intraprendere con la stessa innocenza dei cuccioli e dei bambini.

Il maschio vive un’esistenza per lo più solitaria contendendosi gli harem di femmine con altri pretendenti, con i quali ingaggia furiose battaglie a suon di cornate. Per queste caratteristiche, il cervo rappresenta sicuramente anche l’orgoglio, la fierezza e la fermezza, quelle che fanno di lui un vero Re, insieme a un innegabile bisogno d’indipendenza che si mescola non di rado con quello di solitudine e del portare avanti progetti e ideali in compagnia di se stessi. L’essenza del Cervo parla della caparbietà e della forza nel difendere il proprio territorio e i propri indiscutibili diritti e bisogni fondamentali, come quello di riprodursi e di assicurare non solo protezione al proprio nucleo familiare, ma anche una prolifica discendenza della specie. Questo, a livello energetico, si traduce con il bisogno di affermarsi, di riconoscersi forti e fieri sovrani del proprio mondo, centrati e fortemente connessi non solo con i piani più alti e sottili (indicati dalla corona di corna), ma anche di quelli terreni e materiali, laddove chi ha questo totem pro-crea, in-semina progetti e idee affinché trovino la strada per far germogliare il Tutto. Gli esemplari maschi, per la possanza, l’agilità e il vigore, inoltre, sono diventati simbolo del guerriero e di colui che combatte con coraggio.

Le cerve, invece, incarnano la grazia e la gentilezza del principio femminile. Sono state considerate messaggere dell’Altromondo in grado di condurre al regno delle Fate: invitano, infatti, a guardare oltre il materiale e la superficialità per giungere al cuore delle cose, alle cause piuttosto che agli effetti. Invitano all’esplorazione della dimensione spirituale dell’esistenza. Le femmine di cervo erano particolarmente sacre ai Druidi e ai Celti. In Scozia si credeva fossero allattate dalle fate sulle vette montuose e che fossero in verità fate che avevano scelto di assumere forma animale. Sempre in Scozia si raccontava che esistessero tre grandi dee che si prendevano cura di questi animali fatati, chiamate Cailleach: una viveva sulle montagne, un’altra aveva il compito di proteggere le femmine dai cacciatori, mentre alla terza spettava allattarle e farle pascolare sulle colline e nelle foreste. Nelle leggende irlandesi, invece, la cerva rappresenta spesso il legame con la terra e con la Grande Dea, che doveva essere rispettato soprattutto dai capoclan e dai sovrani. Era identificata spesso con Flidhais, dea irlandese di tutto ciò che è selvaggio, simile alla mediterranea Diana. Ella era corrispettiva delle tre dee-streghe scozzesi, poiché accudiva i cervi tanto da divenirne la divinità.

The Enchanted Forest by John Anster Christian Fitzgerald, (1819 - 1906) |  Vintage fairies, Art, Art prints
The Enchanted Forest, John Anster Christian Fitzgerald.

Nella tradizione celtica i cervi erano chiamati “tori delle fate” o “bestiame della Dea”. Per il loro carattere di intermediari tra il mondo umano e quello divino/fatato, divennero presto psicopompi, accompagnatori di anime da un regno all’altro. Ecco, dunque, che questo ruolo li accosta facilmente al periodo di Samhain, momento dell’anno in cui il velo tra i mondi si fa più sottile, consentendo scambi tra le dimensioni.

Il Cervo porta qualità di maestosità e integrità, offre un nuovo senso dell’equilibrio e di protezione. Meditare su questo archetipo nei momenti di vulnerabilità aiuta a trovare la forza, la centratura e la sicurezza in se stessi. Questo animale è fortemente iniziatico, tanto che nell’alfabeto arboricolo celtico Ogham è associato alla Betulla, la prima lettera e l’albero che più di ogni altro benedice i nuovi inizi. Per questo, i cervi sono di buon auspicio quando si è in procinto di dare il via a qualcosa di nuovo. Inoltre, sono animali connessi alla fertilità, alla sessualità, come ci tramandano l’arte rupestre e l’artigianato preistorico, secondo cui la testa coronata dai palchi del cervo era espressione dell’utero per la sua somiglianza con esso, ma anche delle acque e delle fonti, che rimandano alle doti creative e vitali della Grande Madre dei primordi.

Pitture rupestri del bacino del Mediterraneo nella penisola iberica -  Wikipedia
Pitture rupestri spagnole, 6.000 a.C.. Fonte immagine: wikipedia.

In tempi più recenti, il Cervo è stato associato al dio Cernunnos, signore degli animali e delle foreste, raffigurato come un uomo con le corna. Anch’egli, come l’animale di cui porta gli attributi, è associato alla fertilità e alla sessualità, alla caccia e al raccolto. Talvolta è visto anche come il Signore della Caccia Selvaggia che trasporta gli spiriti dei defunti nell’Altromondo. Questo dio celtico sembra essere stato presente fin dal mesolitico, poi utilizzato dal cristianesimo per forgiare l’immagine per antonomasia del Diavolo, demonizzando così la spiritualità primeva, incentrata sulla natura e sulle sue forze. Nelle nostre zone alpine, soprattutto quelle di cultura occitana, ha assunto il nome e le sembianze di Lou Barban.

Se nella vostra vita o nel vostro cammino spirituale doveste incontrare un Cervo, fate tesoro dei suoi insegnamenti, delle sue energie e dei suoi messaggi per voi, e state pur certi che qualcosa di nuovo e di assai potente di prospetta nel vostro immediato futuro.

Con selvatica libertà.

© Melania D’Alessandro per http://www.spondediboscomadre.com

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Agosto

Mese preposto alle vacanze, alle grandi feste che aiutano a scaricare tensioni e fatiche dell’anno lavorativo trascorso, agosto è contrassegnato dalla tenacia del caldo, che però cede lentamente il passo all’Autunno di cui mostra già i primi segni, come l’erba ingiallita nei campi, gli alberi stanchi le cui foglie impallidiscono e sbiadiscono, o ancora l’uva che matura sulla vite, segno dell’approssimarsi della vendemmia.

Il nome di questo mese, come quello che l’ha preceduto, deriva da un personaggio, il primo imperatore romano Cesare Augusto. Il numero a esso associato è l’otto, che indica pienezza e quiete e simboleggia l’equilibrio cosmico. E’ un numero che ispira e promette compimento, nuova vita, resurrezione e, come sempre, non è un caso che sotto l’egida agostana si concluda – si compia – il ciclo agricolo con il raccolto, insieme all’auspicio di un nuovo giro di ruota all’insegna dell’abbondanza e della vita.

Ed ecco allora fiorire nel mondo antico una profusione di feste in cui si rispecchia molto della mentalità e delle abitudini della popolazione, celebrazioni di cui abbiamo quasi del tutto perso la memoria, ma che ancora parlano al nostro cuore della profonda connessione con la natura che potremmo ritrovare.

Il calore di queste giornate rimanda sicuramente alla forza del sole, motivo per cui ispirò feste dedicate a divinità e personaggi dallo spiccato carattere solare, come il celtico Lugh e il romano Ercole.

Il primo giorno di agosto era dedicato alla festa di Lughnasadh presso i Celti, che prevedeva lauti banchetti, condivisione del raccolto e tradizioni dedicate al grano (per approfondire, leggi gli articoli “Lughnasadh e Lammas, feste del raccolto” e “Il pane di Lammas trasforma anche noi“). In questo giorno avveniva la grande assemblea del popolo d’Irlanda, che si riuniva a Tailltiu per scopi commerciali e di divertimento.

Grain Child Spirit Of Abundance
Copyright immagine e opera: Victoria Musson

Si celebrava con riti estatici il dio Lugh, che spesso fu associato e sostituito da Apollo in epoca romana, poiché come lui era poeta, medico e suonatore, oltre che fabbro e guerriero. Per la tradizione cristiana, inoltre, è interessante notare come questo primo giorno di agosto segnò la caduta di Lucifero dai cieli, e il nome di quello che sarebbe diventato poi il diavolo rimanda proprio alla luce, al sole. Ma Lughnasadh non era solo festa solare: infatti, in origine era associata alla morte di Tailtiu, madre adottiva di Lugh. Appare piuttosto evidente lo stretto legame tra la morte della dea del grano, falciata dai contadini, e le celebrazioni in onore del figlio divino – il chicco di grano, simbolo solare – seme della speranza per il nuovo ciclo agricolo che verrà. L’antica devozione per la dea fu soppiantata in epoca patriarcale da quella per il dio, ma rimangono e sopravvivono le tracce del periodo più arcaico. Curiosa e interessante è pure la somiglianza di Tailtiu e Lugh con la Vergine Maria e Gesù Cristo, soprattutto in vista della grande festa cristiana dedicata alla Madonna proprio in questo mese.

Ad agosto giungono a maturazione le nocciole e il 5 principia il mese dedicato proprio al Nocciolo secondo il calendario arboricolo Ogham dei Celti. Il frutto di questo albero simboleggia la saggezza interiore e la conoscenza. Si dice che sostando sotto le sue fronde sia possibile ricevere ispirazione artistica. E’ simbolo di fertilità e fecondità associato alla Grande Madre e sono proprio i rami di questa pianta a essere usati dai rabdomanti; per questo si racconta che aiutino a rivelare ciò che è nascosto.

Il passaggio delle Perseidi nei cieli raggiunge il suo culmine intorno al 10 agosto, San Lorenzo, “la notte dei desideri”. Desiderare, dal latino “de-sidera”, significa letteralmente “distanza dalle stelle”. Curioso come una semplice parola appaia contraria al significato che le attribuiamo. Eppure Il desiderio ci allontana effettivamente dalle “stelle”, da ciò che vorremmo veder brillare nella nostra vita. Desiderare significa in qualche modo porsi in una condizione di attesa, aspettativa, speranza, le quali non ci porteranno a ottenere quel che vogliamo, ma solo ed esclusivamente ciò che siamo in quel momento: attesa, aspettativa e speranza.
Io oso, io posso, io voglio: sono questi gli ingredienti di colui che è “con le stelle”, perché egli si con-sidera parte del cielo cupo della notte e della luce degli astri, non cerca al di fuori di sé ciò che sa di avere dentro. Egli si ordina un cambiamento, chiede a se stesso ciò che vuole, perché lui è il Tutto e il Tutto è dentro di lui. Ecco perché per la sera dedicata all’avvistamento di stelle cadenti l’augurio dovrebbe essere quello di cogliete l’occasione per con-siderarci parte di quell’Universo che spesso releghiamo alla volta di un cielo distante da noi, proprio come i nostri lontani antenati che vivevano in comunione con la terra, il cosmo e gli elementi.

Tante sono le celebrazioni del periodo dedicate alle dee, e non è un caso che, per l’appunto, per la cristianità il 15 agosto sia il giorno dell’Assunzione della Vergine Maria. Il vicino Oriente in questo periodo, prima dell’istituzione della festa cristiana, celebrava una Grande Madre, la dea Atargatis.

ORIENS no Twitter: "La #Sirena Derceto (Atargatis): Fue una diosa ...

Ella aveva il corpo per metà di donna e per metà di pesce, ed era la patrona della fertilità e dei lavori campestri. Questa associazione apparentemente strana tra l’animale acquatico e gli attributi della divinità femminile non deve stupire: acqua, pesci e reti, come ipotizzò la Gimbutas, erano considerati fin dalle civiltà preistoriche simboli della Dea Madre e della terra che rappresentava il suo corpo. La forma a mandorla del pesce, inoltre, richiama la vesica piscis, facilmente accostabile alla vagina femminile, la porta della vita. Con il processo di evangelizzazione dei primi secoli dalla nascita di Cristo, le qualità di protettrice delle attività agricole di Atargatis furono trasferite alla Vergine. A dimostrarlo è il fatto che ancora oggi in alcune zone dell’Armenia pare si benedicano all’Assunta i grappoli d’uva.

In questo mese si collocavano pure le celebrazioni dedicate alle dea Salus, identificata talvolta con Igea, figlia di Asclepio, il dio della medicina. E’ curioso anche in questo caso notare come il simbolo del caduceo, associato proprio all’ordine dei medici e dei farmacisti, derivi da tempi pre-greci e proprio da Igea/Salus, che veniva raffigurata insieme a due serpenti intrecciati. Salus, come indica il suo nome, è dea della salute, perfettamente consona al periodo di pienezza e abbondanza in cui ci troviamo.

10 Hygiea: 170 anni fa la dea greca della salute diventava un ...
Statua di Igea. Foto tratta da https://eklettico.altervista.org/

La sfilata di festeggiamenti connessi a divinità femminili prosegue con Venere, celebrata nel suo aspetto campestre come prefiguratrice della prossima vendemmia. Anche Iside, Dea Madre dell’antico Egitto assai venerata pure dai Romani, era protagonista di feste e tradizioni che ne richiamavano i poteri.

La tradizione mediterranea vuole che in questo mese sia più facile scorgere Pan e le ninfe danzare nei boschi. A metà del mese cadevano le feste dedicate a Diana Nemorensis e a Giunone Lucina, quest’ultima richiamata come protettrice delle partorienti. Secondo Frazer, la Diana delle selve si univa in uno sposalizio sacro al Re di Nemi e la ricorrenza era celebrata con riti estatici. Il mese si concludeva con le celebrazioni della dea del raccolto e dell’abbondanza agricola, che portava il nome di Openconsiva. Questa divinità – in origine conosciuta dai sabini come Consiva, poi col nome di Opi – era invocata per la protezione delle provviste nei granai.

Tornando invece alle divinità maschili, i giorni centrali del mese vedevano come protagonista il dio Virtumno, colui a cui spettava il compito di trasformare ciclicamente le stagioni. A lui si doveva la maturazione dei frutti, come scrive Properzio. Altro dio ricordato nel periodo era Portuno, divinità delle porte simile a Giano, che si festeggia invece a Gennaio. Torna, dunque, il concetto di varco temporale tra un ciclo che si conclude e uno che si apre, connesso in particolar modo al mondo agricolo e campestre, un tema che si ritrova anche nella ricorrenza romana del Mundus Patet, il 24 agosto.

Il Mundus Cereris – regno della dea Cerere/Demetra – era una fossa circolare che delimitava il confine tra il mondo dei vivi e quello dei defunti, ed era protagonista di culti misterici ed esoterici della tradizione romana. Tale cavità, situata nel santuario di Cerere, restava chiusa tutto l’anno ad eccezione di tre date (24 agosto, 5 ottobre e 8 novembre), quando la pietra che la copriva veniva sollevata per mettere in collegamento i due mondi. Sappiamo poco dei riti che vi si svolgevano, ma ci è stato tramandato che durante l’apertura del mundus (Mundus Patet), era proibito svolgere attività pubbliche, come combattere guerre e contrarre matrimoni. Ad ogni modo torna la simbologia della Grande Madre dei primordi, colei che presiedeva il ciclo di vita-morte-rigenerazione grazie ai poteri elargiti dal suo utero e dalla sua sacra vulva.

Dopo il Solstizio d’Estate, avanza la metà discendente dell’anno e, con essa, crescono i riti connessi alla morte e all’introspezione, un carattere che si riflette nei temi del Mundus Patet. La natura stessa, come abbiamo visto, parla di discesa e decadimento, e lo fa usando il linguaggio che le è più consono. In questo periodo, infatti, col suo verso udibile dal nostro orecchio, si alza in volo nelle ore crepuscolari l‘Acherontia atropos, anche conosciuta come Sfinge Testa di Morto, una falena che presenta sul dorso una macchia che ricorda la forma del teschio umano.

IL GRIDO DELLA FARFALLA | STERPAGLIE
Acherontia atropos. Foto tratta da https://sterpaglie.wordpress.com/

Ovviamente questa caratteristica ha fatto nascere leggende e superstizioni sul suo conto, che la interpretano come presagio nefasto. Una fama perpetuata anche dall’altisonante nome scientifico dal sapore squisitamente mitologico affibbiatole da Linneo nel 1758. Richiama infatti l’Acheronte, fiume che secondo la tradizione greca era solcato dalla barca di Caronte – traghettatore di anime dal regno dei vivi a quello dei defunti -, e presenta un chiaro riferimento anche ad Atropo, la terza delle tre Parche, colei che recideva il filo della vita umana decretando la morte.

Agosto, infine, è il mese in cui principia il segno zodiacale della Vergine, governato da Mercurio. La terra di questo periodo rispecchia la verginità – l’integrità – del segno zodiacale che domina i cieli, poiché dopo il ciclo agricolo concluso è pronta a ricevere il nuovo seme. Chi è nato sotto questo segno, ama la disciplina e il controllo, è parsimonioso e tende ad accumulare, ma si contraddistingue anche per la serietà, la riservatezza, e lo scetticismo.

How To Understand Virgo Energy And The Element Of Earth. | by ...
Attribuzione immagine sconosciuta.

Il mese di agosto, dunque, ha in se un’abbondanza di temi ed energie con le quali dovremmo imparare a riallinearci, distinguendole in primis dentro di noi. Al pari della terra, venerata nel mondo antico sotto forma delle dee analizzate nel presente articolo, in questo periodo in noi muore qualcosa e ciò crea spazio vuoto uterino per il seme che verrà, quello che germoglierà la prossima Primavera. Così come nel sanguinamento mestruale l’utero espelle la cellula uovo non fecondata e si prepara a un nuovo ciclo, agosto purifica, prepara il campo della nostra interiorità affinché nuovi chicchi di grano possano trovarvi dimora. E il grano è nutrimento, figlio della terra, del cielo e del sole. Cerchiamolo in noi, quel nutrimento. Piantiamolo metaforicamente affinché cresca e s’innalzi, e noi con esso fino a un nuovo giro di ruota.

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La voce del Creato

“Sai cantare come cantan le montagne?” (dal film d’animazione Disney, Pocahontas)


Ogni cosa esistente possiede una voce. Sai ascoltare la tua? Sai sentire quella di tutto il Creato?

Non mi riferisco a una voce fisica, udibile attraverso le orecchie, ma a quella che invece ogni fibra del tuo essere può avvertire, captare in ogni momento della giornata. In natura è più facile sintonizzarsi sulla giusta frequenza e provare sensazioni differenti e insolite, ma ciò non significa che tu non possa trovare e sperimentare la stessa dimensione anche in un ambito più cittadino e antropizzato.

Per facilitarti un po’ le cose, però, inizia dal bosco, da una radura, da una polla d’acqua limpida.

Cammina in silenzio e abbandonati completamente a quello che avverti dentro e fuori di te, senza freni. Le prime volte è difficile, potrebbe addirittura spaventarti, perché le sensazioni che salgono al cuore non sono sempre positive, ma prova a comprendere che nulla può farti del male.

Assapora sotto la pelle delle dita la corteccia degli alberi. Sentila con tutto il tuo essere. Siete pelle contro pelle. Posa i tuoi passi sulla terra con lentezza, come se la stessi accarezzando. Mescola le tue cellule con quelle dei torrenti, diventa consapevole di quello che sei, di essere parte di quel mondo, non semplice spettatore/spettatrice. Sei parte di esso perché tu sei movimento, suono, vibrazione, esattamente come tutto il Creato, ed è quella vibrazione che devi abituarti a sentire, è con le onde sonore della natura che devi imparare a entrare in risonanza.

Quante volte, leggendo libri di spiritualità, mi sono imbattuta in capitoli che parlavano dell’offrire qualcosa agli spiriti dei luoghi… Si parla per lo più di libagioni, di cibi o di erbe, ma non si pensa mai alla cosa più semplice che abbiamo da offrire (perché l’offerta, sì, è sempre importante; il dare e il prendere in uno scambio ciclico continuo): la nostra stessa vibrazione, la nostra personale energia, che è fatta del movimento del sangue nelle vene, della pulsazione continua e impercettibile di tutti i nostri tessuti, degli impulsi cerebrali, dello spostamento dell’aria provocato dai movimenti del nostro corpo, del battito costante del nostro cuore, del ritmo e del ciclo del respiro, delle emozioni che proviamo.

Può sembrare apparentemente banale, ma non lo è affatto, in un mondo che non ha occhi e orecchie come le nostre, ma percepisce ogni cosa attraverso la vibrazione, per l’appunto.

Portiamo sempre la nostra energia in ogni luogo in cui andiamo e negli ambienti che attraversiamo e, allo stesso modo, la raccogliamo. Possiamo essere più o meno consapevoli di questo, ma accade comunque, che lo vogliamo o no. Tuttavia, c’è una cosa preziosa che, invece, potremmo donare, offrire consapevolmente e intenzionalmente: il nostro Amore, il potente campo energetico del nostro cuore.

Quando sei nel bosco, su un prato, sulle rive di un ruscello o del mare, cammina con l’Amore nel cuore, portando la tua energia come il più bello dei doni, proprio come quando vai a casa di un amico e ti presenti con un dolce o una bottiglia di vino. Sii quel regalo, dona un brivido fatto dei fremiti della tua Anima, delle frequenze del tuo cuore al luogo in cui ti trovi.

Tu sei suono e suono è pure ciò che ti circonda. Sintonizzati sulla frequenza del bosco, delle montagne, del fiume… e canta la loro stessa canzone che è fatta di Vita e d’Amore.

Come ho già spiegato nel mio vecchio articolo Fitoterapia energetica, memoria dell’acqua e pensiero positivo, volgere questo canto amorevole a ciò che ci circonda è assai importante, soprattutto quando siamo vicino all’acqua (o immersi in essa), o quando veniamo a contatto con questo elemento e con esseri viventi che sono formati da una percentuale di acqua, come piante e animali.

Puoi benedire ciò con cui vieni in contatto sia con il pensiero che con la parola, ma se vuoi, puoi cantare davvero. Non serve che tu abbia una voce melodiosa, purché in te esista il giusto intento. Canta al fiume il tuo Amore. Sii il battito della terra, il frusciare delle foglie, il pulsare della Vita intera. Le tue benedizioni e il tuo intento daranno una scossa energetica positiva a tutto ciò che ti circonda, investendo ogni cosa. Ancora non sai quanto di tutto questo ti verrà restituito, né sotto quale forma, ma i doni che riceverai in cambio del tuo suono interiore e della tua personale voce saranno sempre colmi di stupore, gratitudine e meraviglia.

Ci sono canti e mantra che sono stati creati specificamente per questo scopo e che hanno aiutato a guarire e risanare acque particolarmente inquinate, come è stato dimostrato da diversi studi scientifici. Uno di questi, “La Grande Invocazione”, – che ti lascio qui di seguito – fu ideato per la guarigione delle acque planetarie ed è stato utilizzato per risanare le acque colpite dal recente disastro nucleare giapponese, con sensibili miglioramenti nei valori radioattivi dell’oceano.

Personalmente, sono pratiche ormai consolidate in me, le attuo spesso in Natura, per questo te ne parlo. Quando questo accade, con certi luoghi si instaura un rapporto particolare, oserei dire quasi di fiducia reciproca, poiché l’energia che vi portiamo viene riconosciuta come benefica. In quel momento è un po’ come se le cortecce degli alberi si rilassassero e le foglie sui rami non stessero sull’attenti. Ghiandaie, corvi e cornacchie, che sono le sentinelle per antonomasia del regno naturale, tacciono nonostante la nostra presenza, quasi che, per l’appunto, non vedessero in noi una minaccia. Accade, anche se quelle che ho appena elencato sono percezioni del tutto umane della realtà, sentimenti che la Natura non può provare, perché essa non possiede il nostro giudizio né il calcolo tipico delle nostre menti.

Ci sono diversi posti in cui ho sviluppato questo genere di rapporto. In essi mi piace tornare in punta di piedi, prendendomi tutto il tempo necessario. E in uno di questi, in particolare, torno per le sue acque di cui avverto la potenza e la sacralità.

Ogni passo che compio è un rituale di ricongiungimento, ogni metro percorso è un metro in meno dal torrente, dove so che sarò accolta con un intimo e segreto “Bentornata”. E pare che la Natura faccia i fuochi d’artificio ogni volta che ci torno: il sentiero è sempre differente, deviato per piccoli smottamenti, e la vegetazione sembra essere sempre diversa dalle volte precedenti, più bella, più vivida, quasi a dire “Eccoti, finalmente!”.


Ho un rapporto assai particolare con questo ruscello, il suo ponte e le sue rocce, perché il Genius Loci che li abita ormai mi riconosce e, con un linguaggio che non è fatto di parole ma di vento, scrosci, ronzii e movimento, ci intendiamo. In silenzio.

E sempre nel silenzio io dono a questo scampolo di mondo ciò che sono, e sempre mi rimanda indietro ciò che emano in modi tanto potenti e inaspettati da lasciarmi traboccante di quella meraviglia di cui sono colmi i bambini.

In questi luoghi mi rendo conto un po’ di più che non è vero che siamo (solo) esseri umani.
Siamo antenne.
Siamo stelle.
Siamo esseri divini e divine bacchette dalle grandiose potenzialità. Quando finalmente ce ne accorgiamo, il Creato esulta e noi con lui.
Qualcuno lo sta già facendo e il canto sta diventando un coro.
E tu? Lo senti?

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“Ovunque intorno a te ci sono spiriti, bambina. Vivono nella terra, nell’acqua, nel cielo. Se li ascolti, loro ti guideranno. Chiudi gli occhi e vai, il tuo cuore sa e tu capirai. Fatti trasportate come l’onda fa col mare: il tuo cuore sa e tu capirai.” (Nonna Salice, Pocahontas)

Iniziazioni nel folto degli alberi. Riti estatici arcaici all’eremo di Santa Maria Maddalena del Bosco, a Taggia.

Popoli e civiltà antiche hanno fatto del folto degli alberi  uno spazio sacro e inviolabile, protagonista di riti, celebrazioni e iniziazioni che oggi non ricordiamo più. La Valle Argentina, per il suo territorio spesso scosceso e di difficile frequentazione, conserva esempi di foreste secolari, abitate talvolta da alberi monumentali visitati ancora oggi da curiosi e da chi rende loro un grazie sentito e commosso. Ci sono macchie arboree su cui si raccontano leggende di gnomi, di fate e di bàzue (streghe),storie di madonne, di soldati, di santi ed eremiti. Uno di questi centri pulsanti di energie, leggende e tradizioni si trova sulle alture di Taggia, nel bel mezzo di una vegetazione fitta, impenetrabile e disordinata, quasi che il mondo verde voglia disorientare il visitatore, depistarlo, confonderlo. Ad accrescere la magia e la sacralità del luogo sono una fonte d’acqua sorgiva e una cavità rocciosa dalle proprietà taumaturgiche.

I boschi dell’Albareo e del Neveia sono così intricati e aggrovigliati che è quasi impossibile distinguere le piante che lo costituiscono. Formano un tutt’uno, una barriera compatta e nodosa di linfa e corteccia che preserva quella dimensione sacra. Eppure, proprio nel folto di quell’intrico vegetale sorge un complesso religioso, centro nevralgico di usanze arcaiche perpetuate nel tempo e sopravvissute fino ai giorni nostri: l’eremo di Santa Maria Maddalena del Bosco. Persino oggi vi si celebrano feste estatiche che seguono una ritualità specifica dalle forti e profonde valenze simboliche ed esoteriche. È un crogiolo in cui si agglutinano sacro e profano, vecchio e nuovo, storia e leggende, cristianesimo e culti preesistenti.

Un primo sguardo alla leggenda.

Quella di Maria Maddalena è una figura affascinante, che nei secoli ha fatto nascere intorno a sé una profusione di storie, miti, leggende e supposizioni. Lei, che secondo i vangeli apocrifi fu la più cara a Gesù tra gli apostoli, ebbe un’importanza rilevante e indubbia, quasi atipica per il contesto cristiano in cui si diffuse la sua storia. Narra la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine che, dopo la resurrezione di Cristo, Maria Maddalena fu posta dagli infedeli su un’imbarcazione priva di remi e sbarcò miracolosamente sulle coste di Marsiglia. Si trasferì poi nei pressi di Aix-en-Provence stando a una prima versione, mentre un’interpretazione del XII secolo d. C. la vorrebbe presente a Saint-Maximin. Qui, sulle alture di Saint-Baume, rimase fino alla fine dei suoi giorni, dimorando in una grotta che ancora oggi è visitata dai fedeli.

Ü Bauzu della penitente o Garbu da Lena

Un’altra leggenda, tuttavia, vuole che prima di stabilirsi in Provenza, ella abbia trascorso una parte della sua vita proprio sulle alture della Valle Argentina. Qui avrebbe trovato una cavità rocciosa naturale, da lei utilizzata per espiare i suoi peccati trascorrendo le giornate inginocchiata, tanto che ancora oggi pare si riconoscano i solchi delle sue ginocchia nella dura pietra. Qualche volta sulle due conche da lei scavate in quello che è conosciuto come Ü Bauzu della penitente o Garbu da Lena la gente pone ancora mazzi di fiori freschi.

L’eremo tra storia, espressioni del sacro e tradizioni profane.

Grande è la commistione di riti e suggestioni antichi avviluppata alla storia cristiana del luogo, tanto che, al pari dell’intrico arboreo in cui si trova, è ormai difficile distinguerne con precisione le origini. Volendo passare al setaccio l’intreccio storico e folklorico che circonda il romitorio, la traccia più significativa e maggiormente conosciuta è senza ombra di dubbio quella offerta dal culto cristiano, ma non è l’unica, come vedremo.

L’edificio religioso originario, di cui oggi restano poche testimonianze, sorse prima dell’anno Mille, nel IX secolo, probabilmente intitolato a San Benedetto, poiché fu costruito per volere dei benedettini. Secoli dopo la loro partenza, l’eremo passò ai frati domenicani e a loro rimase fino al 1716, quando nacque la Compagnia di Santa Maria Maddalena alla quale la proprietà appartiene ancora oggi.

La dedicazione dell’eremo derivò con ogni probabilità dai rapporti che, in epoca medievale, la Liguria strinse con la vicina Provenza, dovuti per lo più a legami commerciali. Incuriosisce la totale assenza di reliquie, ma le istituzioni ecclesiastiche dell’epoca posero rimedio a una tale mancanza. Infatti, ad avvalorare la leggenda del passaggio di Maria Maddalena in questo bosco è la presenza di un piccolo anfratto naturale, somigliante più a una tana che a una grotta. Essa è dotata di due aperture, una d’ingresso e una di uscita; per attraversarla, si striscia carponi, poggiando il ventre su quelle sacre rocce che da sempre si dice curino e proteggano dalle malattie e dai problemi legati alla zona ventrale, divenute protagoniste di riti apotropaici che, con ogni probabilità, originano in tempi ben più antichi di quelli della costruzione dell’eremo. Il sito religioso, inoltre, non a caso sorge proprio nel luogo intermedio tra il taumaturgico Garbu da Lena e la miracolosa sorgente.

La cappella dell’eremo

Gli ampi spazi antistanti la cappella sono stati ricavati in epoche più recenti per accogliere i numerosi visitatori durante la grande festa che si celebra ogni anno in onore di Maria Maddalena la domenica che segue il giorno che fu della sua nascita, il 22 luglio. Tavoli, panche e portici possono ospitare fino a cinquecento persone, le quali raggiungono l’eremo per assistere al celebre Ballo della Morte che qui si ripete tale e quale da ben più di tre secoli.

La Compagnia di Santa Maria Maddalena, la festa tradizionale e il Ballo della Morte, echi di un remoto passato.

La Compagnia di Santa Maria Maddalena, o Società dei Maddalenanti, fu costituita con un atto notarile nel luglio del 1706, sebbene ci siano testimonianze della sua esistenza già settanta anni prima. Dall’atto costitutivo si evince la comprovata passione e la grande devozione di tale società per l’eremo e per la Santa, ma anche per il giocondo spirito di fratellanza che ne univa i membri. Trapela, inoltre, un dato importante: si attesta che già molti anni prima della stipula dell’atto un gruppo di persone si riuniva nel bosco nel mese di luglio[1]. Come fa notare anche l’antropologo Paolo Giardelli, la prima firma che compare in calce a tale documento appartiene a un rappresentate del clero, il che fa intuire il tentativo delle istituzioni ecclesiastiche di unire sotto il vessillo cristiano riti, usanze e celebrazioni antiche assai sentite. La festa, infatti, come testimonia un documento ufficiale, era già presente nel 1381.

Il regolamento prevede che i componenti della Compagnia debbano essere unicamente di sesso maschile e nati a Taggia. Il Contestabile e il Vice Contestabile, che presiedono la festa, sono eletti ogni anno e solo dal 1936 alle due figure maschili si affiancano quelle femminili della Contestabile e della Vice Contestabile.

Il sabato che precede la festa, i Maddalenanti, in sella a cavalli o a muli, si riversano nelle vie cittadine esortati dai tradizionali scoppi di mortaretto. Dal centro abitato di Taggia, percorrono circa 11 chilometri per giungere all’eremo, dove li aspetta una cena che oggi è ricca e abbondante, ma un tempo consisteva in piatti poveri tipici della vita campestre. Trascorrono la notte sotto le fronde degli alberi, qualcuno dice addirittura che un tempo dormissero su foglie di felce, alle quali si attribuivano doti profetiche oniriche. Tuttavia, dormire è quasi impossibile per il clima di festa, allegria ed ebbrezza che si respira negli spiazzi che circondano la chiesa. Tra canti, bevute e burle tipici dei baccanali e dei riti carnascialeschi, la notte trascorre e giunge presto il giorno, che oggi porta con sé le donne, i bambini e gli altri paesani, giunti per unirsi ai festeggiamenti.

Si pranza tutti insieme sulle lunghe e accoglienti tavolate. Un tempo sui tavoli erano disposte foglie di castagno[2] a guisa di tovaglia, ma oggi come allora sono imbandite come se ospitassero un banchetto tra nobili invitati dove anche il vino scorre copioso.

Dopo aver condiviso il banchetto, giunge il momento culminante delle celebrazioni, quello più atteso: il Ballo della Morte. Due Maddalenanti – rigorosamente uomini – interpretano u Masciu e a Lena (il maschio e la Maddalena), inscenando una danza di arcaica rimembranza.

Il ballo consiste in un allegro inseguimento reciproco: dapprima è u Masciu a cercare a Lena, che però lo rifiuta, poi i ruoli s’invertono. Si corteggiano accompagnati dai canti e dalla musica, finché a Lena si accascia a terra e lì giace con gli arti distesi a formare una stella. U Masciu tenta invano di rianimarla, scuotendola in atteggiamento di estremo sconforto, finché si china fra le sue cosce e le sfrega con frenesia il ventre e il petto con un fascio di lavanda. Il tempo pare fermarsi, sospeso come il fiato degli astanti, nonostante tutto si ripeta ogni anno in modo identico da secoli. E, all’improvviso, a Lena balza letteralmente in piedi nella gioia ritrovata di tutti i partecipanti, che per l’euforia lanciano addosso alla coppia nuovamente danzante mazzi di lavanda profumata.

Terminate le danze, la Compagnia si rimette in cammino per proseguire i festeggiamenti estatici in paese e ripetere il Ballo della Morte altre due volte. Tuttavia, prima di partire, ognuno assembla il proprio Agrifoglio, il tradizionale bastone dei Maddalenanti, ricavato da una ramo di castagno e alla cui sommità sono legate spighe di lavanda. Il bastone del Contestabile, invece, è più ricco: vi si appendono pani, salami e altri simboli di abbondanza emblematici del suo ruolo nella gerarchia.

Un groviglio inestricabile di simboli e celebrazioni antichi.

Cosa racconta la toponomastica.

A rivestire una notevole importanza è già il luogo in cui si trova l’eremo, un bosco, ma non solo. L’oronimo del vicino Albareo, infatti, può offrire dei primi indizi circa il passato della zona. La radice preindoeuropea alb/alp– infatti, indicherebbe un insediamento, una città sorta in prossimità dell’acqua, elemento che qui di certo non manca. Si tratta inoltre di un luogo già frequentato in tempi assai remoti, se si pensa che dirimpetto all’Albareo e al Neveia si trovano il Monte Faudo e la sua  Tana Bertrand, grotta sepolcrale usata già in ambito preistorico (a tal proposito, puoi leggere anche il mio articolo “Riti sepolcrali preistorici in Valle Argentina – Nel ventre della Grande Madre“). Tuttavia, secondo alcuni, l’oronimo avrebbe la stessa radice dei termini in ligure antico arba e arbinà, rispettivamente l’ape – ma anche l’insediamento per i Liguri – e l’alveare, la città delle api. Pare, infatti, che le popolazioni preromane che abitavano la zona fossero particolarmente legate alla struttura sociale di questi insetti, tanto da considerarli animali totemici dei loro clan.

Uno sguardo al periodo dell’anno: la canicola e i suoi riti apotropaici.

Tutto, dunque, farebbe pensare che i riti e i simboli presenti in questo bosco e nell’eremo non siano un semplice appannaggio cristiano, ma abbiano in verità radici ben più remote. Lo confermerebbe anche il periodo dell’anno in cui si colloca la festa, quello della canicola, che per i popoli di un tempo assumeva grande importanza ed era celebrato con riti irrinunciabili. La canicola deve il suo nome alla stella Sirio, protagonista dei cieli del periodo, facente parte della costellazione del Canis Major. Era assai importante per gli Egizi, poiché Sirio dava inizio alla benefica inondazione del Nilo. Quello della canicola, tuttavia, è da sempre ritenuto uno dei momenti più pericolosi dell’anno agricolo. Il sorgere di Sirio, infatti, porta con sé un drastico innalzamento delle temperature, un evento che poteva arrecare grave danno alle colture.

Ed ecco, allora, sorgere riti apotropaici per scongiurare il peggio e ingraziarsi non solo un ottimo raccolto, ma anche un inizio propizio della nuova stagione agricola. La canicola, dunque, si trova esattamente in uno di quei momenti di passaggio cari alla tradizione sciamanica, un delicato lasso di tempo in cui non solo si chiude un ciclo e se ne apre un altro, ma in cui coesistono tutte le potenzialità: la vita e la morte, il successo e la rovina, l’abbondanza e la carestia.

Non sorprende, dunque, che la festa di Santa Maria Maddalena del Bosco si svolga sulla falsariga di un carnevale, parola la cui possibile etimologia può essere ritrovata in carni levamen, ovvero “sollievo per la carne”: come per i mesi di gennaio e febbraio, per stemperare le difficoltà del periodo canicolare si celebravano feste estatiche che celano un profondo significato esoterico che procede a braccetto con la magia simpatica: secondo il principio per cui “il simile attira il simile”, infatti, mostrando atteggiamenti di euforia, celebrare unioni tra i due sessi e non lesinando cibo e denaro, si attirerebbero per simpatia – per similitudine – futuri motivi per cui gioire, gioia che nel mondo antico coincideva per lo più con la fertilità della terra e dei grembi femminili (umani e animali), l’abbondanza sulle tavole e la ricchezza nelle tasche.

In questi momenti tanto delicati, si credeva che gli spiriti potessero interferire con il mondo dei vivi, da qui l’esigenza di esorcizzare le paure e di allontanare il male, compito affidato alla lavanda. A proposito di questa pianta officinale, essa è stata assurta simbolo della festa per la sua somiglianza con la spiga di grano, ma anche per i già citati rapporti con la vicina Provenza. La lavanda era un bene costoso che nei giorni di celebrazione dedicati alla Maddalena non poteva mancare né scarseggiare. Il suo prezzo elevato, che la gente era pronta e disposta  a sostenere, richiama i sacrifici rituali che si svolgevano nel mondo antico e ha un profondo significato esoterico sempre riconducibile al principio di similarità di cui si è parlato. Tra le numerose virtù associate alla lavanda in ambito magico-popolare ci sono per l’appunto la protezione dalle disgrazie, dal malocchio e da demoni e streghe, caratteristiche che la rendevano assai adatta ad allontanare i pericoli dettati dalla canicola.

In ambito più arcaico, soprattutto preistorico, ci si appellava a un’unica energia divina per scongiurare il peggio: la Grande Madre, colei che è in tutte le cose, energia vitale e creativa, ma anche dispensatrice di morte. Nel territorio di Taggia, invece, in epoca cristiana tale funzione potrebbe essere stata assegnata a Maria Maddalena, alla quale si chiedeva di ammansire la forza distruttrice del fuoco canicolare. E Maddalena, secondo la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, era di nobili natali, figlia di Syrus, la cui assonanza con la stella del Canis Major appare piuttosto evidente.

In ogni elemento delle celebrazioni di Santa Maria Maddalena del Bosco si ritrovano forti e interessanti analogie con il carnevale e il pensiero magico antico legato alla canicola. Gli spari dei mortaretti, i canti e il chiasso con cui i Maddalenanti danno inizio alla festa il giorno della vigilia, insieme all’euforia che caratterizza l’intero evento, rimandano alla magia simpatica. Anche l’atto di strisciare il ventre contro le rocce della grotta rimanderebbe al motto esoterico “come dentro, così fuori”[3]: rendere fertile il proprio ventre significava propiziare anche quello della terra e viceversa, in uno scambio perpetuo di energie che auspicavano ad attrarre abbondanza, fecondità e vitalità. La fessura del pertugio è stretta e per entrarvi, passarvi attraverso e uscirvi bisogna strisciare, poggiare il ventre sulle rocce antiche[4].

U Garbu da Lena

Si emerge dalla cavità come partoriti dal grembo materno e passando dalla vulva, con un forte richiamo a culti e credenze ancestrali. Nei gesti compiuti ripetutamente nel Garbu da Lena riecheggiano antichi riti di iniziazione, volti a purificarsi da ciò che si è stati per accogliere e abbracciare in toto il proprio nuovo essere. Lo stesso si può dire dell’euforia e dell’estasi espresse dalla festa: era di fondamentale importanza avere con sé le giuste frequenze per prepararsi alla parte discendente dell’anno, cominciata con il Solstizio d’Estate.

L’elemento femminile: Maria Maddalena come Iside e Diana.

La statua originaria che ornava la cappella dell’eremo fu trafugata nel 1936 ed era di carnagione scura, un dato che accende una stella fissa nel firmamento di quelli che potevano essere i culti preesistenti in loco.

L’attuale statua di S. Maria Maddalena posta nella chiesa dell’eremo. Foto di Manuel Garibaldi tratta da francoboggero.it

Infatti, apre le porte di un’interpretazione tutt’altro che infondata riguardo il collegamento di Maria Maddalena con il culto delle Vergini Nere, ma anche con le più antiche Diana/Artemide e Iside. Quello delle Madonne Nere fu un culto diffusosi sul finire del IX secolo d.C., periodo che coincide, per altro, con la costruzione dell’eremo da parte dei benedettini. Eppure, come il sistema cristiano di credenze di cui fa parte, ha radici che affondano in un terreno ben più antico. Vergini Nere erano spesso presenti nei monasteri benedettini e là dove sorgevano tali edifici si attestano culti preesistenti legati alla romana Diana, ma soprattutto a Iside, il cui culto, pur essendo di origine egizia, era assai sentito in Italia, soprattutto nel centro-sud, e fu portato nella Gallia Cisalpina – di cui anche l’odierna Liguria fa parte – proprio dai Romani in epoca imperiale. Nel culto isiaco si esplicherebbe anche la collocazione della festa nel periodo canicolare, assai sacro al mondo egizio, come si è visto. Sirio, infatti, era stella consacrata a Iside, dea madre connessa con la maternità e la fertilità, patrona degli alberi sacri nonché signora di unguenti e magie, ha molto in comune con la figura di Maria Maddalena. C’è chi sostiene che ella sia stata in verità una sacerdotessa della tradizione isiaca, praticante della sessualità sacra e dei riti ierogamici – le nozze sacre – che trovano riscontro nella simbologia del Ballo della Morte, come vedremo a breve.

Maria Maddalena in estasi, Artemisia Gentileschi

Potrà sembrare difficile credere che Iside – o una sua corrispettiva – fosse venerata sulle alture della Liguria di Ponente, ben più comprensibile e, forse, credibile risulterebbe un culto alla romana Diana, sicuramente di più semplice dimostrazione.

Delle Vergini Nere sappiamo anche che esse venivano spesso collocate e venerate in cripte ipogee in prossimità di pozzi sacri o corsi d’acqua. Apparivano anche in luoghi in cui vi era la presenza di un albero sacro e un megalite, elementi che, come abbiamo visto, si ritrovano dove sorge l’eremo di Maria Maddalena del Bosco, ma anche nei culti di Diana e Artemide. Tante, a ben guardare, sono le assonanze e le somiglianze tra queste due figure femminili che ricevettero offerte e preghiere in diversi luoghi del Mediterraneo.

Diana, dea delle foreste e protettrice del grembo materno e del parto, si sarebbe trovata di certo a suo agio nel bosco in cui è sorto il luogo di culto dedicato a Maria Maddalena. Era altresì matrona delle montagne, delle pietre e delle acque, signora della natura libera, colei che schiude l’utero. Difficile ignorare il potente collegamento con la presenza della grotta e della sorgente proprio nei pressi dell’eremo, pertugio che non solo rimanda alla fertilità e al grembo materno di cui Diana era protettrice, ma offre rimembranze anche dell’Artemide minoica e della mediterranea Potnia Theron – Signora degli Animali –  venerate  per l’appunto nelle grotte.

Immagine correlata
Diana, Jules Joseph Lefebvre 1879

Tra i simboli della dea c’è anche l’ape e pare che l’organizzazione dei santuari di epoca classica si ispirasse proprio agli alveari, analogia curiosa, questa, se si considera l’oronimo del vicino Albareo di cui abbiamo già trattato.

La verginità di Diana era proverbiale, e in epoca cristiana lo erano altrettanto i facili costumi di Maria Maddalena che le valsero gli epiteti di peccatrice e penitente. Forse, però, anche in questo si può ravvisare una somiglianza tra le due, poiché il significato più arcaico della verginità, accostato a dee come Diana, è stato travisato dal cristianesimo che ne ha modificato il senso più autentico. Vergine, nel mondo antico, era colei che non si privava dei rapporti sessuali, ma restava libera da legami, integra e completa in se stessa. L’unione con l’uomo avveniva per lo più in ambito rituale, avendo cura di mantenere intatta la sacra energia racchiusa nella vulva, per non disperderla e non offrirla a coloro che ne erano indegni. Un simile assunto non era concepibile né condivisibile per la chiesa dei primordi, ed ecco che la verginità fu trasformata. Anche la figura di Maddalena che, come abbiamo visto, è stata associata al culto misterico isiaco, potrebbe essere stata una vergine nel senso originario del termine.

Tuttavia, le assonanze con Diana non finiscono qui. Com’è risaputo, secondo il calendario cristiano Santa Maria Maddalena si celebra il 22 luglio. Nel mondo romano, invece, il 19 e il 21 luglio si festeggiavano i Lucaria, dedicati ai boschi sacri; una ricorrenza, questa, che fa porre l’attenzione sui riti antichi dell’eremo. Per i Romani, il Lucus era per l’appunto il bosco sacro abitato da un numen, un essere divino che era necessario ingraziarsi tramite offerte, che consistevano in libagioni, ma anche in canti o danze; inoltre, durante i Lucaria si consumavano cibi e bevande nei boschi, usanze che si ripetono come un ritornello nella festività taggiasca.

Non si può non citare in questa sede anche Diana Nemorensis, interessante ai fini di questa ricerca poiché ogni anno il suo sacerdote, considerato re del bosco di Nemi, celebrava la sua unione con la dea tramite uno sposalizio sacro che riecheggia nel Ballo della Morte dei Maddalenanti.

L’elemento maschile: l’Uomo Verde e Dioniso.

Tornando per un attimo alle Madonne Nere di cui si parlava poco fa, in ambito gotico erano spesso contornate da Green Men. L’Uomo Verde, caro alla tradizione celtica, ritrova la sua origine mediterranea nel corteo di satiri e spiriti silvani coi quali si accompagnava Diana. Era raffigurato con il volto coperto di foglie e un ramo che usciva dalle sue labbra spalancate ed era spirito primaverile che si univa tramite riti estatici alla terra scura, non prima di affrontare una profonda trasformazione che prevedeva la sua morte e la conseguente rinascita. Ancora una volta si ritrovano profonde somiglianze con i festeggiamenti dell’eremo di Santa Maria Maddalena del Bosco, ma anche un’innegabile affinità con i culti dionisiaci.

Interessante notare anche come una fontana del romitorio, seppur di recentissima realizzazione, richiami proprio il Green Man, a dimostrazione del fatto che certi simboli ritornino e richiamino le funzioni originarie del posto. L’energia dei luoghi è tanto forte da avere un’impronta che influenza ogni cosa l’attraversi; l’estasi e l’ispirazione artistiche non fanno che riprodurre un’idea che in qualche modo è già presente, la materializzano, perpetuando inconsapevolmente la funzione del sito.

Per quanto riguarda Dioniso, egli è famoso per la sua personificazione con la vite e con l’ebbrezza suscitata dal vino che si ricava dai frutti della pianta. È semplice trovare in questa divinità rimandi all’Osiride egizio e allo stesso Gesù. Molto del culto di Dioniso riecheggia nella festa taggiasca di Santa Maria Maddalena: l’immancabile vino, l’euforia delle celebrazioni, le danze sfrenate, ma anche la morte e la resurrezione. Tramite tali rituali si esorcizzava la paura della morte e si propiziava la vita della terra e degli animali cosicchè a un ciclo agricolo ormai concluso ne seguisse un altro migliore del precedente.

Interessante è la somiglianza dell’Agrifoglio, tradizionale bastone dei Maddalenanti, con il sacro Tirso dei culti dionisiaci, utilizzato non solo dal dio, ma anche da satiri e Menadi. Su entrambi i bastoni rituali, innegabili simboli fallici, erano appesi piante e oggetti, ma mentre nel Tirso si ha pure un riferimento non troppo velato alla ghiandola pineale, l’Agrifoglio termina con un elemento femminile, il mazzo di fiori di lavanda posto sulla sua sommità quasi a simboleggiare l’unione sessuale. La loro funzione, invece, resta simile: il Tirso è forza vitale divina elargita alla vegetazione, all’umanità e agli animali; l’Agrifoglio del Contestabile richiama la prosperità tornata a Taggia in seguito ai rituali silvani.

Baccante.

Il Ballo della Morte: l’unione di maschile e femminile nello hieros gamos.

Volendo addentrarci in profondità alla scoperta del Ballo della Morte, un’analogia interessante con il mondo che gravita intorno alla figura di Dioniso si incontra nelle figure dei Maddalenanti. Richiamano infatti le Baccanti, anche conosciute come Menadi, donne spesso identificate con dee che nell’Atene del V secolo a.C. decisero di abbandonare le città per seguire il richiamo del dio Dioniso. Un’eco di questa loro scelta di vita si riflette nella partenza dei Maddalenanti che si allontanano dal centro abitato di Taggia per trascorrere la notte nel bosco, nel clima di euforia tipico in cui vivevano immerse anche le Baccanti. Esse si rendevano spesso protagoniste di danze estatiche, là dove quest’arte non era da intendersi come la concepiamo oggi, ma come un atto rituale di profonda connessione con le energie divine, un modo per accedere all’estasi, liberare lo spirito e celebrare la vita.

Il ramo d'oro | illuminationschool
Ramo d’oro, William Turner

Il Ballo della Morte è danza degli opposti, un’allegoria del passaggio stagionale, ma anche vero e proprio rito agreste volto a sostenere la rinascita delle coltivazioni. Il grano e i frutti estivi venivano uccisi sotto la falce e il coltello, ma era di fondamentale importanza che da tale morte scaturisse nuovamente la vita. Ed ecco, dunque, comparire il motivo erotico, un riferimento all’atto sessuale capace di generare nuova, miracolosa vita. Nelle cerimonie dello hieros gamos, le nozze sacre nate in ambito mediterraneo, l’unione di due ierofanti dava spesso origine a un figlio simbolico, la spiga. E nel Ballo della Morte a Lena e u Masciu assumono gli atteggiamenti tipici del parto del figlio divino: a Lena si fa stella[5], a dimostrazione del suo essere connessa con la sacra scintilla vitale, ne diviene rappresentante, e u Masciu si pone fra le sue cosce, massaggiandole il ventre con spighe di lavanda, come se da quel grembo dovesse fuoriuscire davvero un nuovo essere vivente.

Un interessante connessione con le nozze sacre si ritrova proprio nella figura della Maddalena. I vangeli ci raccontano delle lacrime che pianse sui piedi di Gesù, mentre era intenta a ungerlo, e viene spesso raffigurata con il contenitore di unguento di nardo tra le mani[6]. Pare che in questo ci sia un richiamo a un rito preesistente occultato dal cristianesimo, rituale in cui la donna – sacerdotessa – rivestiva un ruolo di grande importanza. Ella, infatti, preparava l’uomo che diveniva protagonista insieme a lei della sacra unione sessuale, e lo faceva ungendo il capo, i genitali e i piedi di lui. Egli sarebbe diventato re, non prima, però, di essersi unito con la Grande Dea, personificata dalla sacerdotessa. Con questa sacra celebrazione simbolica, il re suggellava il suo stretto legame con la terra – la Dea – su cui avrebbe governato giurando di rispettarla.

Conclusioni.

Come si è tentato di ricostruire in questo studio, le commistioni di culti antichi presenti nella festa sono assai numerose e spesso stemperano l’una nell’altra, proprio come gli alberi e gli arbusti che costituiscono il bosco in cui si svolge. Forse non sapremo mai con certezza quali divinità si venerassero sotto quelle fronde prima della costruzione dell’eremo, né avremo la sicurezza che lì fosse presente un nemeton. Ciò che resta più tangibile e più vicino alla nostra comprensione, invece, è che il passato e il presente si riflettono l’uno nell’altro, così come l’ambiente rispecchia le energie che lo governano e che lo abitano da sempre.

L’essere umano è affascinato del sacro al quale di fatto appartiene, nonostante lo abbia dimenticato. Ciò che la festa di Santa Maria Maddalena del Bosco può insegnarci ancora oggi è la riscoperta dei suoi simboli, che celebrano senza ombra di dubbio una spiritualità maggiormente connessa con i ritmi naturali e con le energie del cosmo dalle quali siamo tutt’altro che avulsi.

Come nelle nozze sacre espresse nel Ballo della Morte, possiamo ricongiungerci non solo con parti perdute di noi stessi, ma anche con quel concetto di Tutto caro all’esoterismo antico e che via via trova ampie e sorprendenti dimostrazioni nelle scienze moderne. Possiamo partorire noi stessi infinite volte, come fa a Lena, rinascere ciclicamente dal nostro stesso grembo. E possiamo altresì imparare a fare l’amore con la vita, reimparando a danzarne l’estasi: il simile attira il simile, insegnano gli antichi.

In conclusione, a importare non sono i nomi umani che diamo al divino, né i gesti che abbiamo svuotato di ogni significato. A essere rilevante, invece, è la comprensione profonda di quanta energia divina sia presente in noi, a prescindere dal nome che ognuno le assegna. Altrettanto riguardo merita la ritrovata importanza che possiamo dare alle nostre azioni, ritualizzandole nuovamente e con consapevolezza.

© testo Melania D’Alessandro per http://www.spondediboscomadre.com

N.B.: Tale elaborato non intende e non pretende di sostituirsi alle ricerche dei professionisti. A esse, semmai, si affianca e si ispira, proponendosi di offrire una visione differente di una realtà difficile da conoscere e interpretare, con l’intento che possa a sua volta ispirare nuovi studi e restituire all’umanità conoscenze perdute o troppo spesso taciute.

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[1] Nell’atto notarile si riporta quanto segue: Conoscendo l’infrascritti, che la visita che da molti anni in qua, annualmente essi fanno nel mese di luglio, tutti assieme uniti, e congregati in buona concordia e stretto nodo d’amicizia all’Oratorio di Santa Maria Maddalena del Bosco di questo territorio di Taggia loro avocata, aumenta ed infervorisce via sempre più i loro animi alla divozione di si gran Santa, con rendere sommo contento all’allegrezza ad una lecita et onesta conversazione, che in quel boscareccio villeggio in suddetto mese ogni anno da loro si fa con particolare anche soddisfazione e gaudio di tutti quelli, che in detto tempo concorrono a visitare detto divino oratorio.

[2] Interessante notare come per gli abitanti della Valle Argentina il castagno fosse considerato l’albero del pane, poiché il mondo contadino traeva sostentamento dai suoi frutti, tanto che le castagne facevano parte della dieta di base degli abitanti del posto. Il castagno era fondamentale per la sopravvivenza, specie nei mesi invernali, e offriva lavoro a svariate persone.

[3]Come dentro, così fuori. Come in alto, così in basso. Come l’universo, così l’anima” è una delle sette Leggi Universali secondo la filosofia ermetica che sarebbe stata fondata da Ermete Trismegisto, spesso associato al dio egizio Thot nonché padre dell’alchimia.

[4] Praticare questo rito è considerato pericoloso, visto lo stretto passaggio. Si rischia, infatti, di rimanervi incastrati, per questo oggi si sconsiglia di cimentarsi in questa attività.

[5] È interessante notare che in tale atteggiamento ritorni la stella Sirio insieme al collegamento con Iside, chiamata nei culti latini col nome di Stella Maris.

[6] La parola Cristo deriva dal greco e significa ‘unto’. L’olio di nardo è originario dell’antico Egitto, il che avvicina ancor di più Maria Maddalena a Iside.


Bibliografia:

L’intuito, il canto dell’Anima

In quanto esseri umani, possediamo un corpo fisico, unito ai corpi mentale ed emozionale, che creano campi energetici intorno a noi. Ma c’è un’altra parte che ci costituisce e che tendiamo a considerare meno, la più importante: l’Anima, incarnata nel corpo e che funge da tramite tra lo Spirito e il mondo della materia.

E Anima sa ben più di te di quanto conosci di lei. Ella ha una voce apparentemente flebile, difficile da udire se non si abbattono i muri dell’eccessiva razionalità. Mi piace definire il suo modo di comunicare con la parola “canto”, proprio perché ha in sé molto di divino.

Anima canta ed esulta quando segui i suoi consigli, quando ti abbandoni e ti affidi al sentire che fa emergere nel tuo cuore con amore e saggezza infiniti. Quando ti alleni a udire il suo canto, obbedirle diviene un incredibile atto di Fede, oltre che una questione di Onore – nella sua ottava più alta.

Molte volte, infatti, Anima lancia segnali d’allarme nei riguardi di certe situazioni, ma la ignoriamo, attribuendo tali sensazioni a inutili paranoie. Talvolta, più semplicemente, non vogliamo affidarci a quella voce che sentiamo dentro di noi perché ci è scomoda: vuole portarci da tutt’altra parte rispetto alla direzione che vorremmo (o meglio, che la nostra mente e il nostro ego desidererebbero) e questo non ci piace neanche un po’. Allora facciamo il diavolo a quattro pur di ottenere ciò che ci eravamo prefissati, ma… ecco che incontriamo una difficoltà e una sofferenza dopo l’altra, e il nostro stato di angoscia cresce, quasi come se stessimo subendo la peggiore delle ingiustizie.

Non riusciamo a comprendere, a guardare oltre, ad accorgerci che Anima ci aveva messi in guardia fin da subito. Perché Lei, in fin dei conti, non vuole il nostro male, ma suggerisce alle nostre orecchie quali passi seguire per vivere la nostra vita in modo divino.

Ecco perché opporci ai suoi consigli significa calpestare la parte divina di noi stessi.

Eppure non è cosa semplice lasciarsi andare al suo volere con Fede cieca e assoluta. Non la conosciamo, e ci è stato insegnato a diffidare degli sconosciuti. E poi, diciamolo: seguire il suo volere richiede atti di coraggio non indifferenti.

Per esempio: immaginiamo che Anima ti suggerisca di non accettare una determinata proposta di lavoro che invece bramavi da tempo. O che, magari, ti dica che la casa di cui ti sei perdutamente innamorat* non vada bene per te. O ancora che la persona che ti sorride e che reputi tanto carina in verità sarebbe meglio se non la frequentassi affatto.

Nel mondo materiale in cui viviamo, dobbiamo spesso fornire spiegazioni e/o giustificazioni alle nostre azioni e non è semplice darle, quando a cantare è l’Anima. E, anche nel caso in cui non servissero spiegazioni, non sappiamo come comportarci nei confronti di quel sesto senso del tutto irrazionale che urla a squarciagola messaggi nelle nostre orecchie. Ma ad Anima non interessano le seghe mentali che ci facciamo, non le importa ciò che perderemmo secondo la nostra limitata concezione mentale della realtà. Lei è divina e il suo canto ci chiede a gran voce di essere eroi, di svestire i panni della pavidità e spogliarci di tutte quelle convinzioni che ci rendono passive vittime della vita.

Se Anima fosse un personaggio delle fiabe non sarebbe il principe azzurro o la principessa da salvare, ma la matrigna, la strega, il mago… non già per la loro (presunta) cattiveria, quanto piuttosto perché spronano l’eroe e l’eroina all’azione. Sono figure iniziatiche senza le quali i protagonisti non potrebbero mai giungere al lieto fine della loro storia, ma continuerebbero a vivere come lavandaie, sguattere, cuoche, fabbri, mugnai, stallieri… senza mai approdare all’inestimabile premio della Regalità. Ma, come in ogni storia che si rispetti, niente si ottiene senza il superamento di prove, e quelle di Anima sono spesso contrassegnate da Fede e Coraggio.

Dovremmo re-imparare a tenere più in considerazione il nostro personale “sentire”. E dico re-imparare perché sapevamo farlo in altre vite, ma anche quando eravamo piccoli. I bambini, proprio per la loro giovinezza, sono più vicini al mondo dello Spirito rispetto alla nostra raggiunta età adulta/maturità. Quante volte abbiamo visto bambini piangere solo per aver visto in faccia uno sconosciuto (ma capita anche coi familiari, qualche volta)? Quante volte ridono, invece, senza apparente motivo a un estraneo o fanno capricci perché non vogliono restare in un posto che percepiscono come ostile? Spesso tutte queste reazioni sono dettate dall’energia che avvertono in modo potente, dal divino intuito che in loro non è ancora stato soffocato da dubbi e insicurezze. Ri-tornare a quello stato di connessione è ciò su cui dovremmo lavorare per ricongiungerci alla nostra Anima, che è Santa, Sacra.

C’è poi la questione delicata che accosta il seguire l’intuito alla paura di essere derisi e del giudizio altrui. Il “sentire” è un senso potente che appartiene solo a te, nessuno ha il diritto di contestarlo e nessuno dovrebbe importi visioni diverse solo “perché si fa così”. Tutto ciò che SENTI è VERITÀ PER TE, è la TUA realtà, che è ben diversa da quella di chiunque altro. Fidati di quel sentire: non sbaglia (CON TE), non ti tradisce. È al contrario un amico fedelissimo e prezioso come pochi altri, per cui non lasciare che la mente ti induca a credere che le regole, le imposizioni, le leggi, le credenze altrui debbano essere universalmente valide per tutti, anche per te. Non lasciare che ti faccia credere di essere sbagliat*. Il tuo sentire è SACRO. Seguilo sempre come fosse la tua Stella del Nord, l’ago della bussola che punta nella direzione giusta: è infallibile, non sbaglia mai.

Per riconnetterti con il canto della tua Anima, puoi cominciare a tendere le orecchie nei riguardi delle sensazioni che ti suscitano luoghi e persone, per esempio.

I posti che visitiamo, così come la gente che incontriamo, hanno un’energia che li contraddistingue, quasi come se avessero una vera e propria firma. Fermati, datti tempo per ascoltare quell’energia, quella voce che sprigiona da ogni cosa. Impara a osservare ciò che hai intorno, ma lascia che siano gli occhi della tua Anima a posarsi su quello che ti circonda. Non lasciare che la mente si appropri del tuo sentire, lascia fluire in piena libertà ciò che hai nel cuore.

Che sensazioni ti dà il posto in cui sei? Ti senti bene o inquiet*? Resteresti lì, ferm* per ore a bagnarti di quelle vibrazioni o, al contrario, non vedi l’ora di abbandonarlo? Che storie senti sussurrare al tuo orecchio? Fidati dell’intuito, non mente.

Rimani un po’ immers* in quel sentire, sostaci, sguazzaci, datti tempo. E, una volta compreso ciò che ti trasmette, dona a quel luogo il tuo Amore. Che l’energia che senti sia ostile o amichevole, non potrai che fare del bene in ogni caso… e a un gesto di benevolenza ne segue sempre un altro. Dovrai essere attent* a coglierlo, però, perché l’Universo non ha parole umane, la sua lingua è quella semplice della Natura, di cui pure tu fai parte: una piuma, l’avvistamento di un animale, un fiore, un cinguettio, un colore, un motivetto, le parole di un passante udite per caso… sono questi i mezzi che usa per comunicare con noi. Re-imparare questo idioma antico apre a nuove, inimmaginabili dimensioni; se puoi, quindi, non precluderti la bellezza e l’abbondanza che spettano a ogni essere vivente. Scoprirai un mondo nuovo e ricco di pienezza che sarà capace di sorprenderti con effetti speciali.

La stessa cosa puoi farla in altri ambiti: come senti quell’informazione che ti viene data? Come si muove dentro di te? Cosa ti dice il tuo sentire riguardo quella pratica che in tanti osannano? Quando sei in un bosco, che percezioni hai? E potrei andare avanti all’infinito.

Potresti sorprenderti molto di ciò che salirà dal tuo cuore. È capitato spesso anche a me.

Per le mie ricerche sui culti femminili nelle zone in cui vivo e che condivido in questo spazio virtuale, mi dedico all’esplorazione dei luoghi col cuore aperto, pronta a ricevere intuizioni, e questo atteggiamento di apertura mi dà più di quanto immaginassi.

Ho incontrato alberi chiacchieroni, la cui voce non poteva essere ignorata. Li ho osservati con attenzione e solo in seguito ho scoperto che a essi era dedicato un culto o un rito.

In luoghi dimenticati e dalla storia avvolta nelle nebbie sono stata guidata da mani e richiami invisibili, invitata a scoprirne le origini con la familiarità che si riserva agli amici di vecchia data chiamati a condividere una tazza di tè. Una tessera alla volta, ecco comporsi un mosaico dalla bellezza inaspettata, così grande da togliermi il fiato. Ho pazientemente seguito il bandolo di una matassa di cui non vedevo la fine, affidandomi agli indizi seminati dal mio intuito come una scia di briciole di pane che mi ha sempre riportata a Casa. Non già quella fisica, fatta di muri, ma quella dell’Anima che tutto conosce.

E allora mi è sorto spontaneo chiedermi come abbia fatto a ignorare per così tanto tempo questa Voce meravigliosa che ognun* di noi possiede.

Siamo così soffocat* nelle nostre espressioni più naturali, che anche le esperienze che dovrebbero essere semplici come respirare sono diventate difficili, se non quasi impossibili. Siamo obbligat* a rispettare turni lavorativi massacranti, a sopprimere gli istinti, a conformarci a quello che altri hanno deciso per noi. Eppure ci sono conquiste e valori di cui possiamo riappropriarci, almeno in parte, scegliendo abitudini più sane, ritagliandoci del tempo per riscoprirci selvatici appartenenti al Tutto.

Dopo tutti gli immensi e inestimabili doni del mio Intuito, mi sorprendo ancora, ma tempo fa mi sono fatta una promessa che intendo mantenere: non rinnegare mai il Canto della mia Anima, il Sacro Sentire che emerge con tutta la bellezza della divina Afrodite dalle maree del mio cuore in un moto d’Amore.

E voi, che rapporto avete col vostro intuito?

Mel

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Luglio

Con l’arrivo di questo mese, il caldo si fa deciso e stabile. Tutto è immagine dell’abbondanza, coi campi e gli alberi carichi di ortaggi e frutti succosi.

Luglio si chiamava anticamente Iulius, in onore di Giulio Cesare che nacque in questo mese. Un nome poco poetico, rispetto a quelli di molti altri mesi dell’anno, ma non per questo meno ricco di tradizioni interessanti, legate soprattutto al mondo agricolo e campestre.

Il mese è associato al numero sette, che simboleggia un ciclo che si compie e il conseguente rinnovamento in positivo. Sette sono i giorni della settimana, i pianeti dell’astrologia tradizionale, le note della scala musicale. Sette sono pure le lettere che compongono l’acronimo alchemico VITRIOL (Visita Interiora Terrae, Rectificando Invenies Occultum Lapidem). In Cina si ritiene che il numero sia legato alla vita della donna: a 7 mesi la bambina mette i denti da latte, a circa 7 anni li perde, in due volte sette anni le si apre la strada dello yin, ovvero raggiunge la maturità sessuale e a sette per sette, ovvero quarantanove, raggiunge la menopausa. Il sette è dispensatore di vita ed è la fonte di ogni cambiamento, difatti anche la luna modifica le sue fasi ogni sette giorni. Se si desidera cambiare qualcosa nella propria vita, dunque, Luglio è un mese propizio per farlo. Il sette rappresenta anche la totalità dello spazio e del tempo ed è il trionfo dello Spirito sulla materia. É numero di potenza, virtù e beatitudine.

Per i Celti l’8 luglio principiava il mese dell’Agrifoglio del calendario arboricolo Ogham. Dopo il Solstizio d’Estate siamo entrati nella metà oscura dell’anno e l’Agrifoglio è la pianta che dà il nome al sovrano di questi mesi che ci condurranno sempre più dentro noi stessi e che finirà per concentrare l’energia nelle radici e nel seme. Inizia, dunque, la lenta discesa del sole sull’orizzonte, le ore di luce cedono pian piano il passo a quelle di buio e oscurità, e anche la nostra energia, da questo momento in poi, sarà sempre più concentrata all’interno. Il Sole Bambino nato metaforicamente in noi col Solstizio d’Inverno è giunto alla sua essenza matura, alla pienezza dell’età adulta, che d’ora in poi stempererà in vecchiaia fino al prossimo Solstizio, quando si rinnoverà.

Tra le piante simbolo di luglio c’è sicuramente il grano, che già da giugno è divenuto protagonista di potenti riti arcaici che confluiranno, a fine mese, con la celebrazione di Lughnasad e Lammas, grandi feste del raccolto del mondo antico (per approfondire, puoi leggere l’articolo “Lughnasad e Lammas, feste del raccolto“). Il grano è simbolo del ciclo agricolo, rappresenta la vita e l’abbondanza, il sacrificio e la trasformazione, ed è il prodotto che più di ogni altro rappresenta la Madre Terra (per approfondire, puoi leggere l’articolo “Il pane di Lammas trasforma anche noi“).

La Grande Madre del Grano allestita per la festa di Triora Lammas 2018

E, a proposito di Dea Madre, in questo mese si celebrano due donne cristiane che molto hanno in comune con alcuni aspetti dell’antica divinità femminile. Il 22 luglio, infatti, è il giorno dedicato a Maria Maddalena, mentre il 26 a Sant’Anna.

La figura storica di Maria Maddalena è raccontata nei vangeli, nei quali ci viene detto che ella fu liberata da sette demoni grazie al Cristo (ritorna la simbologia del numero associato al mese di Luglio), fu la prima a cui apparve Gesù, risorto dalla morte. E qui ritroviamo già un primo sintomo di culti più antichi, come quello della divina Iside che, con la sua potente magia, consentì al suo amato sposo Osiride di rinascere, resurrezione di cui, per l’appunto, fu testimone (per approfondire, puoi leggere l’articolo “Iside e Osiride: un mito di resurrezione, iniziazione ed equilibrio“). Maria di Magdala, racconta la leggenda, non rifiutava al proprio corpo alcun piacere, caratteristica che le valse l’epiteto di peccatrice. Eppure anche in questo si trova un indizio assai importante della Dea antica e del suo culto, che promuoveva il piacere, anziché il dolore, e celebrava estaticamente la vita.

A Maria Maddalena è dedicata una grotta in Provenza, che secondo la leggenda fu abitata da lei negli ultimi anni della sua vita, una spelonca assai venerata dai fedeli, all’interno della quale sono presenti formazioni globulari che rimandano alla forma dell’uovo, simbolo del grembo materno e che rimandano alla Dea Uccello della preistoria; ancora in tempi recentissimi, all’esterno della caverna erano venduti reliquiari ovali che racchiudevano l’immagine della Maddalena (per approfondire, puoi leggere gli articoli “L’uovo della Rinascita” e “Riti sepolcrali preistorici in Valle Argentina – Nel ventre della Grande Madre“). In questo luogo dalle energie suggestive e arcaiche, Maria Maddalena è diventata patrona della fecondità, tanto da ricevere le richieste di aiuto da migliaia di donne a lei devote, che giungevano qui per ottenere il matrimonio e la fertilità per i loro grembi, con simboli arcaici legati esplicitamente ai culti della Grande Madre preistorica.

Maria Maddalena, Dante Gabriel Rossetti, 1857

Quanto a Sant’Anna, ella è protettrice delle partorienti e delle madri, delle ricamatrici e delle lavandaie, patrona delle donne che desiderano la maternità e dei minatori. Il colore del suo mantello, secondo i vangeli apocrifi, è di colore verde come i prati che ricoprono la terra, tinta, tra l’altro, associata al Chakra del Cuore. È raffigurata spesso come una Grande Madre che troneggia sulla Madonna e su Gesù bambino, formando una triade assai interessante, diretta discendente dei culti arcaici dell’antica Dea. In questa figura femminile cristiana riecheggia il culto di Demetra e Persefone, in cui la Madre genera la Figlia, che a sua volta dona vita alla Spiga di Grano (per approfondire, puoi leggere gli articoli “Demetra e Persefone e la promessa della rinascita” e “Giugno“).

I Misteri Eleusini ~ Cultura Ellenica ~ Luna d'Inverno

Bassorilievo di Cerere Demetra

Un ulteriore indizio dell’arcaicità della figura di Sant’Anna è rappresentato anche dal suo stesso nome, che presenta la sillaba “an“, appartenuta a tutte le più grandi dee madri del mondo antico e che in sanscrito rimandava alla creazione di tutte le cose e alla prorompenza della vita, è principio vitale del cosmo, connesso anche alle acque. Non a caso Sant’Anna è collegata anche al mare. Più tardi, in lingua ebraica, il verbo hanàn significherà “concedere grazia” e Anna Perenna era pure una dea romana festeggiata durante il plenilunio alle Idi di marzo, divinità associata al perpetuo rinnovarsi dell’anno e all’inesauribile nutrimento offerto dalla terra. A tal proposito, gli induisti veneravano Annapurna, dea che incarna la luce che sazia ogni essere. Non solo nutrimento materiale, fisico, dunque, ma anche e soprattutto spirituale.

Nei culti e nelle feste di Maria Maddalena e Sant’Anna, quindi, troviamo molto delle energie del mese di Luglio e dei riti arcaici che in questo periodo dovevano svolgersi, interamente dedicati alla Terra e alla sua benedetta abbondanza, fonte di vita e sostentamento.

Il fiore del mese è il giglio bianco, insieme a quello che cresce spontaneo sulle spiagge sabbiose. La sua origine mitica è assai poetica, poiché si dice che nacque dal latte di Era, schizzato dal suo seno sulla terra e nel cielo. Le gocce terrestri fecero nascere i primi gigli, mentre quelle celesti diedero vita alla Via Lattea. L’Era dei primordi, che nulla aveva a che fare con la dea vendicativa e gelosa che ci viene tramandata anche dai testi scolastici, era ancora una volta riflesso della Grande Dea, madre di Vita (consigliata, a tal proposito, la lettura del saggio “Le Dee perdute dell’antica Grecia” di Charlene Spretnak). Il giglio, dunque, ne rappresenta il corpo fertile ed è diretto portavoce della fecondità della terra e del materno amore. Fu consacrato anche alla romana Giunone, assumendo il nome di Iunonia rosa. Rappresenta la procreazione, la bellezza, la verginità, la regalità e la ricchezza. Fu accostato anche a un’altra Madre, Maria, la piena di grazia, e perciò ispira la purezza dell’anima, la santità e la verginità che fu anche di altre dee del passato.

Nel mese di Luglio, infine, principia il segno zodiacale del Leone, segno di fuoco calmo e sovrano, come una fiamma viva e costante. Il leone era animale consacrato ad Atena, patrona delle arti, legata alla protezione della città. Passionale, incontenibile, esuberante, chi nasce nel segno del Leone è un tipo molto emotivo, forte, nobile d’animo, capace di sollevarsi dalle peggiori disgrazie, spinto dalla gioia di vivere, conviviale. È una forza della natura, nata per inneggiare alla vita, e per questo può essere idealista.

Col segno del Leone si entra nel periodo della canicola, il più caldo dell’anno. Il nome deriva dalla stella Sirio, protagonista dei cieli del periodo, facente parte della costellazione del Canis Major. Furono gli Egizi a definire il periodo contrassegnato da Sirio “canicola” perché, come un cane vigile, li avvertiva della benefica inondazione del Nilo che portava abbondanza e ricchezza, permettendo col suo limo ottimi raccolti.

Consapevoli delle energie di bellezza, pienezza e abbondanza del periodo corrispondente a questo mese, dunque, possiamo imparare a ri-allinearci con le vibrazioni cosmiche e terrestri, al fine di ritrovarle dentro di noi e manifestarle nella realtà, perché, ci tengo a ricordarlo, spiritualità e conoscenza non dovrebbero essere relegate unicamente alla cultura personale, ma applicate con dedizione alla vita quotidiana. A Luglio l’Universo ci parla di fecondità e ricchezza, le stesse che appartennero alle dee del passato: facciamole nostre, permettiamoci di sentirci esseri ricchi di luce e abbondanza divine, scintille feconde e condottiere dei fertili messaggi dell’Universo. Solo così il raccolto che in questo mese si manifesta nei campi potrà verificarsi anche dentro di noi, in una spirale di prosperità perpetua.

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Le sacre terre delle mele e le sue divine custodi: storie dell’Oltremondo dal Mediterraneo ad Avalon

La mela è da sempre simbolo di immortalità e saggezza, frutto prediletto di molte dee dell’antichità. Ha ispirato miti e leggende sul suo conto che ancora oggi ci tramandiamo e ricordiamo con sguardo volto al mistero.

Eppure, com’è accaduto anche in altri ambiti, questo frutto dai mille portenti è stato demonizzato, arrivando a rappresentare perfino l’allontanamento estremo dalla natura divina.

Le parole e i miti, tuttavia, ci raccontano storie più antiche di ciò che crederemmo, narrazioni precedenti ai tempi relativamente recenti del patriarcato. Il nostro termine mela deriva dal latino malum. È interessante fermarsi a riflettere sul significato di quest’ultima parola, che il dizionario traduce con: male, colpa, delitto, disgrazia, danno, svantaggio, pena, castigo, fatica, malattia. Tutto il contrario di ciò che il frutto della conoscenza rappresentava ai primordi. E subito nella nostra mente si delinea l’immagine di un giardino paradisiaco, di una donna, un uomo e un serpente…

Venus Verticordia, Dante Gabriel Rossetti

Eppure l’Eden non è un’invenzione cristiana. Un sacro e splendido hortus, posto nell’estremo Occidente del mondo, faceva parte già della mitologia dell’antica Grecia, dov’era conosciuto con il nome di Giardino delle Esperidi, carico di mele d’oro dalle molteplici virtù. Per i mortali era proibito accedervi, e il melo era sorvegliato dalle Esperidi – ninfe figlie della Notte – e dal drago Ladone, che montava la guardia avvolgendo le sue spire intorno al tronco dell’albero sacro. Il giardino apparteneva a Era e fu la Madre Terra a regalarle il melo dai frutti d’oro. Ecco, dunque, che già in questo mito scorgiamo le avvisaglie di culti più antichi, per i quali la mela era simbolo della Grande Madre.

Questo frutto era sacro anche all’arcaica Afrodite, non semplice dea dell’amore frivolo e della bellezza, bensì della vita, della Primavera, della fertilità, della gioia e dell’amore che genera ogni cosa in natura. Tagliando la mela a metà in senso verticale, vi si ritrova la forma della sacra vulva femminile, la porta attraverso la quale si accede all’esistenza terrena. Se la si taglia in senso orizzontale, invece, i suoi semi disegnano una stella perfetta che, insieme alla vulva, è simbolo caro ad Afrodite.

Le mele sono anche protagoniste della mitologia celtica, dove vengono donate agli eroi da donne bellissime, messaggere dell’Oltremondo. Sono cibo divino che non si consuma, ma che anzi si rigenera mangiandolo, simbolo della conoscenza che non può giungere al termine, poiché la vita è fatta di continuo apprendimento. Ma rappresentano anche il nutrimento inesauribile offerto dall’unione col divino, che mai lascia affamati o insoddisfatti.

Le tradizioni bretone e gallese ci parlano poi di Avalon, la mitica Insula pomorum che rievoca nel nostro immaginario le storie di Artù e dei suoi cavalieri, di Mago Merlino, della Dama del Lago e di Morgana. Avalon deriverebbe dalle radici indoeuropee aval– e abel-, che significano mela, per l’appunto, anche se un’altra possibile etimologia connette il nome dell’isola leggendaria con l’Annwn, l’Oltremondo regno di fate e delle anime dei defunti. E Avalon è conosciuta anche come l’Isola Fortunata, poiché produce ogni cosa da sé. Su di essa la terra si coltiva da sola e produce fiori e frutti in abbondanza, non esistono la fame e la malattia per chi vi abita, caratteristiche, queste, che non solo la collegano alla nostra immagine del Paradiso, ma anche all’immortalità offerta dalle mele.

Il mondo celtico conserva anche la memoria di altre terre amene che, come Avalon, sono isole governate da divinità ed eroi, luoghi in cui l’abbondanza regna sovrana. Tir na nÓg, situata a Occidente, è l’Oltretomba celtico in cui giungono uomini e donne che in vita hanno compiuto grandi gesta, ma alcuni fortunati possono accedervi anche da vivi, come accadde al bardo Ossian, ivi condotto dalla dolce Niamh dai biondi capelli, la divina figlia del re del mare (per saperne di più, puoi leggere il mio articolo: “Ossian e Niamh tra Spirito e Materia“). È terra meravigliosa, colma di gioie e le cui seduzioni sono ben più piacevoli di quelle terrene. Un altro nome dell’Oltremondo celtico è MagMell, La Pianura della Gioia, terra promessa dell’Anima dalla quale tutti gli esseri umani provengono e alla quale ritornano nei cicli eterni della vita.

E, senza andare poi tanto lontano, anche la Liguria, in un certo senso, ha la sua Avalon. Come abbiamo visto, l’Isola delle Mele avrebbe la sua etimologia da abel-, avel-, abal-, afel-, apel- ecc., tutti morfemi che non solo rimandano alla simbologia della mela, ma anche alla dea gallica Belisama e alle api, dal cui miele si ricavava la bevanda sacra per eccellenza, l’idromele. Nella Liguria di Ponente sono diverse le testimonianze della toponomastica che si riferiscono proprio a questa antica divinità e che rimandano al pantheon celtico, nonché alle leggende britanniche. Ne sono un esempio Colle Melosa, il Monte Pietravecchia (in origine Priaveglia, dove ‘veglia’ stava per ‘ape’) e il Monte Abellio, così come il Colle Belenda, tre luoghi non distanti tra loro che recano ricordi di tempi ormai lontani e testimonianze importanti di quel mondo.

Colle Melosa, poi, per via della sua collocazione è spesso attraversato da passaggi di nuvole basse, che lo avvolgono nella mistica nebbia che appartenne anche ad Avalon. In queste terre abitavano i celto-liguri con i loro déi, e qui sono stati rinvenuti  importanti monumenti archeologici (non ancora riconosciuti) quali menhir, dolmen e cerchi di pietre che di certo non suscitano lo stesso scalpore di Stonehenge, ma esistono ed è importante restituire loro il giusto valore.

Siamo spesso propensi a credere che fuori dai confini della nostra terra esistano posti dall’incredibile energia, ci affanniamo alla ricerca di qualcosa che non possiamo raggiungere e, così facendo, dimentichiamo la cosa più importante: che il divino risiede dentro di noi e ben più vicino di quanto oseremmo immaginare. A convincerci di questo vengono in nostro aiuto non solo l’origine dei termini, ma anche gli studi svolti da professionisti, che ci raccontano ormai da tempo che fu il nostro Mediterraneo la culla di molte culture e tradizioni; Avalon, Viviana e Morgana, dunque, sarebbero nati proprio sulle sponde del nostro mare, trasformati nel tempo e riadattati ai luoghi. Sono stati rinnovati i riti e le leggende che li riguardano, ma la loro essenza permane la stessa.

Avalon è un’isola abitata da dee che sono anche maghe, e questo nel Mediterraneo lo ritroviamo nell’isola di Eea, magica dimora della celebre Circe, accompagnata da ninfe. La sua isola è anche conosciuta col nome di Aiaia, “terra fertile, umida”.  Su un’isola vivevano e operavano la loro arte pure Medea e Pasifae, altre dee e maghe della tradizione greca, e così fu pure per la bretone e gallese Morgana.  In passato ogni cosa era permeata dalla Dea, per cui non deve sorprendere che le stesse caratteristiche che si presentano in un luogo si ritrovino pressoché identiche anche a molti chilometri di distanza.

Circe porge la coppa a Ulisse, J. W. Waterhouse

La Dea dei primordi esisteva in ogni espressione della natura. Questo significa che era elargitrice di vita, ma anche dispensatrice della morte e di tutte quelle manifestazioni che noi oggi riteniamo erroneamente negative. La dea celtica irlandese Morrigan e la Fata Morgana del ciclo arturiano rappresentano sicuramente bene gli aspetti più oscuri della Grande Madre.

In ambito mediterraneo le maghe erano conosciute soprattutto per la loro conoscenza di erbe e intrugli, con i quali potevano guarire o accelerare la morte. Uno dei popoli mitici che fece la storia d’Irlanda, quello rimasto più impresso nell’immaginario comune, è quello dei Tuatha dé Danann, il popolo dei figli della dea Danu. Le origini di questo popolo sono diverse, ma secondo una delle numerose leggende essi giunsero in Irlanda dal Mediterraneo orientale. Miti e racconti leggendari possiedono un fondo di verità e gli studiosi hanno individuato una possibile origine meridionale di un popolo che giunse in Irlanda, come narrano le storie contenute nel Libro delle Invasioni. È così, dunque, che venne introdotta la figura della maga celtica che fu tratta dal substrato di credenze mediterranee, e a dimostrarlo sono diverse prove linguistiche e anche alcune usanze rituali del mondo celtico, come quella delle nozze sacre, che veniva praticata in origine presso i Sumeri. Danu, Ana, Anu sono dee celtiche che hanno in comune una connessione con la terra e con i suoi aspetti fertili e materni. In questi nomi di divinità si ritrova anche la sillaba “an” che designava nell’antichità tutte le dee madri legate alle acque: in tutti i nomi di divinità nei quali compare, tale sillaba denota l’essere Madre, offre il principio creativo tipico del femminile. Lo ritroviamo anche nella dea Morrigan della tradizione irlandese, definita la Grande Regina, e così pure in Morgana. Secondo ipotesi accreditate, il culto di Morrigan giunse in Gran Bretagna, dove fu trasformata nella volubile e temibile Morgana.

© Marc Simonetti. Fonte Artstation

La radice del nome di queste due affascinanti figure femminili, poi, è da ricercarsi ancora una volta nel Mediterraneo, dove mor– sta per “mare”. Interessante notare a questo proposito come la Morrigan sia spesso legata alla terra nei miti che la riguardano, mentre Morgana abbia un legame particolare con le acque sacre (e marine) che circondano la leggendaria Avalon. In alcuni miti, Morrigan appare come figlia del dio sovrano del mare che aveva la sua dimora nelle isole a Ovest dell’Irlanda, là dove risiedeva pure l’Oltremondo celtico, come abbiamo visto. Ed ecco, quindi, che la connessione tra Morrigan e il mare viene spiegata, laddove era anche la divinità legata indissolubilmente alla morte, tanto che in molti la ricordano per il suo ruolo psicopompo. Di origine mediterranea è pure il seguito di 26 guerriere della dea irlandese, che ricorda le Amazzoni dell’Artemide nostrana. 

Morgana fu profonda conoscitrice della magia e nelle vicende che la riguardano si riscontra un tipico sapore mediterraneo. La Morrigan aveva un eroe prediletto, che ostacolava e al contempo proteggeva: il mitico CuChulainn. Questo si trasmise anche a Morgana, sorella del prode Artù, di cui diviene l’amante: questa unione che noi oggi definiremmo incestuosa, per gli antichi aveva significati profondi, che stentiamo a comprendere. La storia delle dee mediterranee è costellata di unioni tra consanguinei, tradizione che si ritrova appunto anche nel ciclo arturiano, oltre che nelle leggende legate alla Morrigan irlandese. Il rapporto tra la dea e il suo paredro stava a rappresentare l’unione massima, il ritrovare l’unicità perfetta tra un maschile e un femminile che si compenetravano e completavano a vicenda. 

La figura di Morgana, così come accadde anche con la Morrigan, fu ridimensionata dal patriarcato, per cui oggi ci appare come una miniatura di se stessa e di ciò che doveva apparire alle origini. La troviamo infatti vendicativa, capricciosa, tessitrice di intrighi… tutte caratteristiche aggiunte a posteriori su un quadro potente e meraviglioso, quello che ai primordi rappresentava certamente una dea e una maga fiera, implacabile, sicuramente rappresentante degli aspetti più oscuri della vita, ma mai bellicosa, caratteristica, questa, appartenente alla visione patriarcale della realtà. Morgana era maga prodigiosa, in grado di realizzare ogni cosa volesse, caratteristiche che ereditò dalla Morrigan.

File:Sandys, Frederick - Morgan le Fay.JPG - Wikimedia Commons
Morgan Le Fay, Frederick Sandys

Circe, Medea, Pasifae, Era, Demetra, Persefone, Ecate, Artemide… e ancora Iside, Bona Dea e Morgana. Da esse e in esse nacque e si sviluppò il culto della mediterranea Potnia Phyton, Signora delle Piante, colei che era dea, maga, sapiente, e conosceva i segreti di erbe, filtri e tinture. L’arte dei pharmaka è sempre appartenuta per natura più alle donne, e dal mondo antico fino a tempi recenti si tramandano storie di maghe belle e terribili che presiedevano – o alle quali erano dedicati – giardini incantati, paradisi di fiori e di frutti sorvegliati da  creature divine femminili. Erano per l’appunto luoghi traboccanti di mele, dalla collocazione misteriosa e imprecisata, spesso isole su cui l’eroe giungeva dopo infiniti perigli, oppure circondati da mura che era vietato oltrepassare. Le dee maghe dell’antichità sopravvissero anche in epoca medievale, quando confluirono nelle Dominae Herbarum, guaritrici e levatrici profondamente rispettate dalla comunità, almeno fino a che non giunsero le prime accuse di stregoneria (per approfondire, puoi leggere l’articolo “Le Dominae Herbarum, guaritrici dei poveri“).

Il Giardino delle Esperidi, Avalon, MagMell, Tir na nÓg, Aiaia, sono terre mitiche che, oltre a rappresentare un mondo magico spesso connesso con l’oltretomba, possono essere raggiunte dentro di noi, in quello spazio sacro insito in noi e che abbiamo ricevuto per diritto divino. Sono luoghi che ancora ci insegnano a trovare e coltivare il giardino interiore, che altro non è che la nostra parte divina, più vicina di quanto osiamo immaginare. E quella parte sacra, non detiene forse la conoscenza del mondo, dell’umanità e dell’universo intero? Non è forse immortale, a differenza del corpo che abitiamo? Ed ecco tornare a galla la mela, sfera perfetta e metafora del cosmo, sempre accostata alle mani e alle cure femminili, come abbiamo visto.

Dall’antichità e fino ai giorni nostri, la donna è depositaria di arti e conoscenza, maga per natura e grande iniziatrice capace di spalancare le porte dell’invisibile. Non sorprende che la mela fosse associata a lei e alla Grande Madre, visti gli attributi femminili che presenta al suo interno. La vulva che si ritrova tagliandola a metà è l’accesso al mondo terreno e all’utero materno, contiene in sé la vita e la morte, e, dunque, la conoscenza del mondo intero e il segreto dell’immortalità.

Credits:

© testo Melania D’Alessandro per http://www.spondediboscomadre.com

Immagine di copertina: A Masque for the Four Seasons, Walter Crane. Le immagini prive di didascalia sono state tratte da Pixabay.


Bibliografia:

  • Da Circe a Morgana. Scritti di Momolina Marconi, a cura di Anna De Nardis, ed. Venexia.
  • Le Dee perdute dell’antica Grecia, Charlene Spretnak, ed. Venexia.
  • The Morrigan. Meeting the Great Queens, Morgan Daimler.
  • Florario, Alfredo Cattabiani, ed. Mondadori

Riti sepolcrali preistorici in Valle Argentina – Nel ventre della Grande Madre

Grotta è grembo, è ventre materno per molte culture antiche, ma è anche matrice (dal latino, matrix = ‘madre, utero’) di tutte le trasformazioni.

Grotta non è solo la spelonca buia in cui entrare fisicamente alla ricerca di brividi e avventure, ma è anche spazio interiore in cui imparare a illuminare l’inconscio e trovare la luce anche nella più densa oscurità.

Per i nostri antenati del Neolitico la grotta era luogo di vita-morte-rigenerazione e in Valle Argentina, angolo di mondo lungo all’incirca 40 km (appena), sono numerose le cavità naturali rilevate dagli speleologi, in alcune delle quali sono stati ritrovati importanti testimonianze archeologiche. Troppo piccole e anguste per essere abitate, queste caverne erano utilizzate solo per l’inumazione, come testimoniano i resti umani risalenti per lo più all’Eneolitico (3.600-2.200 a.C.) che vi sono stati trovati, insieme a perle, conchiglie d’uso ornamentale e cocci  che collocano i reperti tra le braccia della cultura dei vasi a bocca quadrata. Oggi tali grotte non sono più visitabili né accessibili per via della loro collocazione in luoghi impervi e di difficile raggiungimento, ma la loro presenza è ormai risaputa.

L’usanza di seppellire i defunti in cavità naturali era comune in epoca preistorica. Era abbraccio materno della terra rivolto ai suoi figli, era ricongiungimento col suo corpo, nel suo ventre, là dove un nuovo ciclo sarebbe ricominciato. Le conchiglie stesse, come abbiamo visto, rappresentano una sorta di lasciapassare, un simbolo che prometteva la nascita futura in nuove forme, in quanto simboleggiavano la sacra vulva (Per approfondire, leggi l’articolo “La Valle Argentina e le sue grotte: oltre il velo della leggenda tra la vita e la morte“).

La caverna era considerata un rifugio, ma era anche un luogo misterioso associato al mondo metafisico e spirituale. Al suo interno a governare erano forze naturali sulle quali l’essere umano non aveva alcun controllo, ed era il reame della donna, intermediaria tra la dea e l’umanità.

simbolismo grotta

Gli abitanti dell’Europa Antica consideravano i processi di morte e transizione in modo assai diverso dalle culture successive, molto più maturo persino rispetto alla nostra concezione di un evento naturale che abbiamo trasformato in tragico tabù. Per i neolitici la morte era un evento positivo e ciclico, poiché dalla rigenerazione del vecchio poteva esserci nascita e, dunque, nuova vita. Il grembo della Dea, che altro non era che la caverna, portava via il corpo del defunto e lo trasformava in rinascita. Le tombe ricavate nelle grotte, nella roccia e in anfratti e cavità naturali simboleggiavano il canale della nascita, l’utero della Dea, mentre l’ingresso stretto di tali sacri luoghi rappresentava la vulva, la porta che affaccia su due mondi opposti eppure complementari.

A tal proposito, cito una delle grotte a uso sepolcrale più importanti della Valle Argentina, situata nella prospiciente Valle del Capriolo. La cavità è conosciuta con il nome di Pertuso pertugio – ed è situata a circa 1.300 metri di altitudine, alla base della Rocca di Goina, nel territorio di Triora. Ciò che a mio avviso la rende interessante è la sua stretta entrata a forma di triangolo, figura geometrica particolarmente sacra alla Dea delle origini, poiché è la raffigurazione del pube e della vulva femminili ed era strettamente connessa con l’elargire la vita e con la rigenerazione.

Esempio di triangolo pubico inciso su statuetta femminile connessa con la morte e la rigenerazione, cultura cicladica, 2.400 a.C. (Foto tratta da Ancient History Encyclopedia)

Che il triangolo sia stato ricavato artificialmente o che, al contrario, sia completamente naturale, è indubbio che tale forma fosse importante per l’uomo di un tempo, e il richiamo alla sacralità femminile è più che evidente. L’interno di questo anfratto dal basso soffitto presenta diverse camere, alcune accessibili tramite uno strettissimo corridoio, nelle quali sono state rinvenute ossa umane sparse in modo disordinato insieme a frammenti di vasi in ceramica e oggetti d’uso ornamentale, tra cui perline ricavate da valve di conchiglia. I ritrovamenti risalgono all’Età del Bronzo (1.800-750 a.C.).

Un’altra cavità con ingresso triangolare e utilizzata unicamente a scopi sepolcrali si trova sempre in territorio triorese, più precisamente vicino alla frazione di Borniga; l’Arma della Gastéa, anche conosciuta come Arma Mamela, ha restituito non solo le ossa appartenenti ad almeno quattro individui, ma anche frammenti di vasi a bocca quadrata e conchiglie forate. Il corredo più antico è collocabile nel Neolitico medio, ma sono stati rinvenuti reperti più recenti, come due spilloni di bronzo utilizzati per fermare vestiti e mantelli sulle spalle, databili 1.400-1.300 a.C.

Resti umani accompagnati da oggetti di bronzo di notevole interesse sono stati ritrovati anche a U Garbu du Diavu ancora una volta presso Borniga. Questa grotta si trova a 1.430 metri di altitudine, sulla parte più alta della parete rocciosa chiamata del Bausu Longu. A essere curioso è il nome dialettale di tale anfratto, di medievale memoria e che significa “Il Buco del Diavolo”, ancora una volta a testimoniare la demonizzazione cristiana degli antichi culti legati a una divinità femminile immanente. Per ironia della sorte, ciò che si è voluto oscurare con tanto impeto riemerge proprio grazie ai toponimi, agli appellativi e ai nomi assegnati dagli stessi persecutori alle località, che rappresentano primi inequivocabili sintomi di forti culti preesistenti.

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U Garbu du Diavu ancora contrassegnato dai cartelli degli scavi. Foto gentilmente concessa da MMM a I colori del vento.

Gli indizi dei culti legati alla morte e alla rigenerazione offerti dalle sepolture collettive del Pertuso e del Garbu du Diavu e dai corredi funebri

In molti siti liguri sono stati rinvenuti utensili e recipienti in ceramica, che furono impiegati come accompagnamento dei defunti nelle sepolture. L’arte della ceramica, come ampiamente dimostrato dagli studi di Marija Gimbutas, era svolta in ambito rituale ed era strettamente connessa con la Dea delle origini. Nelle società preistoriche, la quotidianità era parte integrante del sacro e non vi era scissione tra vita ordinaria e religiosa; così, la realizzazione artigianale era sacralizzata e votata alla Grande Dea, che vi veniva raffigurata in modo stilizzato e simbolico anche attraverso una serie di segni apparentemente semplici. Vasi, coppe, recipienti… nell’immaginario preistorico tutto rimandava alle forme dell’utero e del ventre femminili, per cui non sorprende che tali oggetti fossero utilizzati nei corredi legati alle caverne.

Nel Neolitico era diffusa l’usanza dell’inumazione individuale in fossa o in cista litica, ma è nel periodo Eneolitico che in tutta la Liguria ebbe inizio l’usanza delle tombe collettive: i defunti venivano posti all’interno di piccole grotte o in cavità naturali. Non si conoscono con certezza i riti connessi al culto funebre, ma sono intuibili, almeno in parte. I resti umani come quelli rinvenuti nel Pertuso o a U Garbu du Diavu rivelano un’apparente disordine nella sepoltura dei corpi: le ossa appartenenti a individui diversi sono sparpagliate, mescolate caoticamente e private della loro forma anatomica, tanto che, se non avessimo raggiunto avanzate conoscenze chimiche e scientifiche, sarebbe stato pressoché impossibile ricostruire gli scheletri e valutare a quali individui appartenessero le ossa in questione. È inverosimile che gli scheletri si siano scomposti col trascorrere del tempo o per via dell’eventuale interferenza di animali, per cui è indubbia la mano dell’uomo, che attuava un vero e proprio rito dalle importanti valenze simboliche e cosmiche. Un’ipotesi avanzata dagli studiosi prevede che i corpi esanimi fossero posti nelle grotte e qui vi restassero per un indefinito periodo di tempo, trascorso il quale la loro posizione veniva modificata e i resti dei corpi sparpagliati volontariamente. La seconda teoria, che appare come la più fondata, spiega che i corpi erano in realtà lasciati a decomporsi in luoghi aperti ed esposti, forse addirittura su apposite piattaforme, in modo da poter recuperare in seguito solo le ossa, che poi venivano raggruppate nelle caverne.

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Fonte immagine: Pixabay

Alcune popolazioni, infatti, praticavano questo genere di rito perché credevano che, attraverso lo smembramento del corpo da parte di certi animali, si permettesse ai defunti di tornare alla Grande Madre, rinnovandosi nel ciclo vitale della Terra e delle sue creature. L’animale mangiava le carni e le interiora: ciò che prima costituiva fisicamente un individuo, dunque, entrava a far parte del corpo di un altro essere vivente. Attraverso le feci, poi, veniva espulso e parte del suo essere finiva nel suolo o come nutrimento per animali più piccoli o per invertebrati e microrganismi. Le cellule del corpo del defunto, dunque, entravano a far parte di ecosistemi piccoli e grandi, disgregandosi e trasformandosi infinite volte, andando a popolare l’aria, l’acqua, la terra e tutto il Creato. Nel caso in cui gli animali si fossero rifiutati di toccare i corpi, questo sarebbe stato considerato alla stregua di una grande sciagura, poiché il defunto non sarebbe potuto rinascere, e ciò è intuibile grazie alle testimonianze di alcune popolazioni che hanno attuato tali riti fino a tempi recentissimi.

Per noi figli della modernità è difficile comprendere le motivazioni profonde dietro queste pratiche, ma è utile indagarle, poiché possono portarci a riflettere non solo sulla raffinatezza di pensiero dei nostri lontani antenati, ma anche su quanto l’essere umano si considerasse parte del Tutto, concetto che oggi viene sempre più confermato anche dalle scienze.

La morte, per l’uomo di un tempo, constava di tre fasi: il decesso fisico, la scarnificazione con conseguente rimanenza delle ossa, il ritorno al grembo della Grande Madre. Solo quando rimanevano unicamente le ossa, il defunto poteva ricominciare il suo ciclo vitale dentro la porta di tutte le rigenerazioni: il ventre della divina terra.

Il compito dello smembramento dei corpi spettava soprattutto agli uccelli rapaci, considerati sacre rappresentazioni della Dea della rigenerazione, e in particolar modo da avvoltoi e civette. In Valle Argentina, tale compito potrebbe essere stato svolto da altre specie, in base alla loro presenza in determinate epoche sul territorio.

L’atto di seppellire i resti in una sorta di ossario comune e disordinato, inoltre, potrebbe aver significato, per l’immaginario dell’epoca, la riproduzione del caos primordiale cui tutte le culture fanno riferimento, quel primigenio disordine in seguito al quale la vita può ciclicamente rinascere e svilupparsi.

Simboli della dea uccello e della dea serpente nella Tana della Volpe a Triora 

La piccola grotta si trova a 750 metri di altitudine, davanti alle case della frazione di Loreto, ed è formata dall’accumulo di massi franati. Come per il Pertuso e U Garbu du Diavu, anche nella Tana della Volpe sono stati ritrovati resti scheletrici ammassati in modo disordinato. Gli archeologi ne hanno sbrogliato la matassa intricata, identificando nell’ossario ben 68 individui.

tana della volpe triora archeologia

Foto tratta dal sito museotriora.it

I corredi funebri appartenevano a epoche diverse che andavano dal Neolitico all’Età del Ferro, stratificate nel tempo, e questo testimonia con certezza che la cavità è stata usata per un arco di tempo stimato sul migliaio di anni.

Lo strato più antico ha restituito alla luce i frammenti di vasi a bocca quadrata del Neolitico medio, decorati a motivi di fasci di linee spezzate e a zig-zag, dettaglio, questo, assai interessante. Sebbene, infatti, non esistesse ancora la scrittura, l’uomo preistorico aveva codificato un insieme di simboli ai quali attribuiva un significato profondo, che incideva e riproduceva in ambito sacro. In particolare, le linee a zig-zag rimandano alla dea serpente e alla dea uccello del neolitico; entrambe incarnavano la morte e la rigenerazione ed erano simboli dell’acqua dalla quale origina la vita. In particolare, il serpente recava la rinascita della primavera e i messaggi degli antenati, mentre la dea uccello incarnava la salute, la fertilità e la buona sorte, il ciclico passaggio tra la vita e l’aldilà. L’apparente semplice decorazione di un vaso, dunque, ci restituisce l’ipotesi che anche in Valle Argentina, come nel resto d’Italia e d’Europa, l’esistenza terrena era ritmata e votata a una figura femminile divina che era emblema del ciclo vita-morte-vita.

Sempre nello strato più antico della Tana della Volpe sono stati rinvenuti anche una lamella in selce, un punteruolo in osso, conchiglie destinate a uso ornamentale e un ciondolo ricavato da una zanna di cinghiale. Abbiamo già visto come le conchiglie ricalchino il legame con l’acqua e con il grembo femminile, ma anche il cinghiale era un inequivocabile simbolo della Grande Madre dei primordi, poiché era considerato a lei sacro.

Gli strati successivi hanno restituito, invece, ossa umane sparse, frammenti di vasi a impasto e vasi globulari insieme a tazze carenate e altri reperti ceramici.

Anche in questo caso, come per il Garbu du Diavu, è curioso notare come il nome della grotta rimandi a un animale che la tradizione sciamanica antica associa alle energie creative femminili e che il cristianesimo demonizzò al pari del lupo come simbolo demoniaco votato all’inganno, alla furbizia e agli istinti sessuali, nonché come raffigurazione di ogni tipo di eresia (per approfondire, leggi l’articolo “La Volpe, mutaforma e incarnatrice delle energie creative“).

La rigenerazione e la rinascita nell’Arma della Grà di Marmo a Realdo

Tra le più importanti del territorio di Triora, è conosciuta anche come Grotta di Realdo e fu utilizzata per i riti sepolcrali nell’Eneolitico. L’Arma della Grà di Marmo si trova a 985 metri di altitudine, sulla sommità della falesia calcarea situata subito sotto l’abitato e ha restituito diversi reperti preistorici.

grotte realdo

Anche qui, come gran parte delle altre cavità della Valle Argentina, è stato rinvenuto un cumulo disordinato di ossa umane collocate in una fossa, appartenenti a più di venticinque individui, un dato che fa comprendere come la cavità sia stata utilizzata per un lungo periodo di tempo dall’Età del Rame al Bronzo antico. A coprire il sepolcreto erano delle lastre calcaree di dimensioni differenti, poggiate su un muretto irregolare di pietre disposte a perimetro dell’ossario. A differenza delle altre grotte della Valle Argentina, però, i resti umani presentano una particolarità: quando le lastre litiche di protezione furono sollevate, gli archeologi trovarono le ossa del bacino e delle gambe di un primo individuo ancora in posizione anatomica, il che prova che i defunti venivano inumati in posizione rannicchiata e, dunque, non erano sottoposti alla scarnificazione di cui si è ipotizzato per i sepolcri delle altre cavità della zona. Se ne è dedotto che, per via delle dimensioni ridotte dell’Arma della Grà di Marmo, i defunti venissero seppelliti sui resti di quelli precedenti. La posizione fetale dei corpi rimanda ancora una volta alla concezione primitiva di ritorno al grembo materno, entrandovi nello stesso modo in cui, da neonato, l’individuo vi era emerso. Il corpo rannicchiato chiudeva così un ciclo vitale e ne iniziava uno nuovo.

Alcune ossa presentano segni di combustione, ma pare che ciò non sia da attribuire a un rito di incinerazione, quanto piuttosto a fuochi che venivano accesi forse per scopi rituali a ogni nuova inumazione. In alternativa, il fuoco poteva essere acceso per accelerare il processo di decomposizione delle parti molli del corpo, così come si ipotizza sia accaduto in certe grotte del vicino finalese.

Il corredo funebre si presenta assai ricco, costituito da oggetti ornamentali in ceramica e rame, cuspidi di freccia in selce e diaspro, un pendaglio ricavato da una zanna di cinghiale, centinaia di collane con perle ad alette, quattro semilune litiche e uno spillo che si pensa fosse usato per realizzare tatuaggi.

Nell’Eneolitico la Liguria occidentale strinse rapporti culturali e commerciali con la vicina Provenza. Questo portò entrambi i territori a influenzarsi reciprocamente e spiegherebbe la presenza delle perle ad alette nelle sepolture della Valle Argentina. Questi oggetti d’ornamento, infatti, costituiscono l’elemento più rappresentativo delle culture dolmeniche della Francia meridionale, diffusesi poi in molti paesi d’Europa, tra cui anche l’Italia. In Valle Argentina sono state rinvenute anche in altre cavità ad uso sepolcrale, scoperte per la prima volta nel nostro Paese all’inizio del secolo scorso nella Tana Bertrand, nel comune di Badalucco, proprio in Valle Argentina. La particolarità di queste perle sta nel loro aspetto, che nella forma rimanda alle vertebre e nel colore sembra ricollegarsi alla Dea Bianca rigida della morte e della rigenerazione.

Perle ad alette rinvenute in Valle Argentina. Foto tratta da museotriora.it

Infine, ad accentuare il simbolismo del ritorno all’utero è il ritrovamento nell’Arma della Grà di Marmo dei frammenti di un unico vaso, ricostruito quasi per intero, avente l’inconfondibile forma di un uovo. Nel mondo antico era credenza comune che il cosmo si fosse originato proprio da un uovo, poiché tutto ciò che vive in natura ha origine da esso: le piante nascono da un seme di forma ovoidale, i rettili, gli uccelli, gli anfibi, i pesci vengono al mondo rompendo il guscio di un uovo e persino i mammiferi di cui l’essere umano fa parte restano svariati mesi nel grembo materno che assume le stesse sembianze di un uovo (per approfondire, leggi l’articolo “L’uovo della Rinascita“).

La ceramica

Frammenti del vaso ovoidale ritrovato nell’Arma della Grà di Marmo ricostruito dagli archeologi. Foto tratta da comune.triora.im.it

Non è un caso, dunque, che un manufatto simile sia stato trovato in una sepoltura, rimarcando l’auspicio di rinascita, rigenerazione e nuova vita per i defunti ivi seppelliti. È probabile, visti anche i manici a gomito di cui il vaso è provvisto, che esso fungesse da rappresentazione della dea uccello che, come abbiamo visto per i reperti rinvenuti nella Tana della Volpe, era connessa con le acque – e dunque con il liquido amniotico – ma anche con la morte. Nell’elemento acquatico ritroviamo dunque conferme dell’origine della leggenda delle fate liguri delle grotte, che come abbiamo visto nell’articolo “La Valle Argentina e le sue grotte: oltre il velo della leggenda tra la vita e la morte” erano connesse non solo al grembo di Madre Terra, ma anche all’acqua e alle secrezioni dell’organo riproduttivo femminile.

I ritrovamenti archeologici delle altre grotte della Valle Argentina

La particolare conformazione del territorio ha favorito la formazione di numerosissimi anfratti che nel tempo hanno restituito diversi reperti. Perle ad alette sono state trovate, oltre che nella già citata Tana Bertrand, all’Arma della Vigna, presso Triora, insieme ad altri vaghi di collana e cuspidi di freccia. Resti di vasi e di frammenti ceramici risalenti all’Eneolitico medio o all’età del Rame sono stati rinvenuti nell’Arma della Vigna e nel Riparo di Creppo, mentre la Cava di Loreto ha restituito cocci appartenenti alla cultura del vaso campaniforme, oltre a conchiglie e altri ornamenti ricavati da esse.

Non possiamo sapere con esattezza cosa rappresentassero tali corredi per le popolazioni dell’Europa antica, ma è probabile che gli oggetti che accompagnavano il defunto non fossero solo meri utensili di uso personale appartenuti all’individuo quando era in vita. Come abbiamo già detto, l’uomo preistorico non faceva distinzione tra vita ordinaria e spiritualità: la sua esistenza era scandita dai ritmi dettati dallo spirito, per cui anche le faccende quotidiane erano ritualizzate. Non è difficile credere, dunque, che i corredi rappresentassero oggetti che il defunto creava in vita col proprio ingegno e con la propria manualità artigianale, come dimostrato in altri contesti. Che sia o meno così, è certo che i nostri antenati seppelliti nel grembo della Valle Argentina fossero abili artigiani della ceramica, della pietra e dei gioielli.

In conclusione

Riportare alla luce culti e credenze antichi, discuterne ancora oggi, dopo millenni, non dovrebbe solo essere materia per studiosi e appassionati. L’interesse verso le antiche civiltà e l’indagine nei confronti delle loro abitudini, delle credenze e del funzionamento della società potrebbe offrire stimolanti spunti di riflessione anche per l’uomo e la donna moderni. Idealizzare e fantasticare su un’epoca passata e – diciamocelo – ormai superata non giova a nessuno. L’umanità moderna del tempo presente si trova in questi ultimi anni a compiere delle scelte importanti: siamo chiamati a decidere chi vogliamo essere, verso quale direzione condurre la nostra specie. Possiamo continuare a riempire la distanza e la separazione tra noi e gli altri, e abbiamo visto a cosa ci ha condotto questa forma mentis: omertà, individualismo, ostilità, razzismo, guerre, povertà, distruzione… Oppure possiamo fermarci e ri-cominciare a considerarci parte del Tutto (perché sì, c’è stato un tempo in cui questa non era fantascienza, ma verità vissuta) e di una comunità che, senza violenza né conflitto, può ricostruire le fondamenta di una società nuova, basata sul rispetto e sulla concezione ciclica del tempo anziché sulla linearità, una umanità che possa salvare se stessa grazie ai principi di accoglienza, pace, armonia, abbondanza, sacralità di tutte le cose esistenti, come ci insegnano i nostri lontani antenati preistorici a partire proprio dal culto della vita-morte-rigenerazione che applicavano a ogni ambito della loro esistenza.

Mel

Se ti è piaciuto questo articolo, puoi leggere anche “La Grotta della Madonna dell’Arma e i culti della Grande Madre: dalla divina Belisama alla vergine Maria“.

N.B.: Tale elaborato non intende e non pretende di sostituirsi alle ricerche dei professionisti. A esse, semmai, si affianca e si ispira, proponendosi di offrire una visione differente di una realtà difficile da conoscere e interpretare, con l’intento che possa a sua volta ispirare nuovi studi e restituire all’umanità conoscenze perdute o troppo spesso taciute.

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Bibliografia:

  • Le Dee viventi, Marija Gimbutas, ed. Medusa, Milano (2014)
  • Le donne invisibili della Preistoria, Judy Foster, ed. Venexia (2019)
  • Le sepolture della cultura dei vasi a bocca quadrata: aspetti archeologici e antropologici, Federica Rosa, Università degli Studi di Torino, Scuola di Scienze Umanistiche, corso di Laurea Magistrale in Archeologia e Storia antica, dissertazione finale in Preistoria e Protostoria, 2015.
  • Nuovi dati sulle sepolture in grotta nella Liguria di Ponente, A. Del Lucchese e A. De Pascale, XLIII Riunione scientifica L’età del Rame in Italia.
  • Rassegna di Archeologia 7/1988, Firenze All’insegna del Giglio, La Tana della Volpe e il Vaso Campaniforme del Riparo della Cava di Loreto (Imperia), Sandro Lorenzelli e– Massimo Ricci.
  • Rassegna di Archeologia 7/1988, Firenze All’insegna del Giglio, Le grotte sepolcrali della Valle Argentina (Imperia) con “perles à ailettes”, Massimo Ricci.
  • La provincia di Imperia: A-L, Andrea Gandolfo, BLU edizioni (2005)
  • http://www.museotriora.it

 

 

Giugno

Giugno è mese di sole e di erbe, di caldo che aumenta divenendo protagonista delle nostre giornate all’aria aperta, ma anche di api, più che mai laboriose e affaccendate. È periodo balsamico di molte piante utili alla guarigione, motivo per cui se ne raccolgono molte durante il mese per preparare unguenti e conserve utili per tutta la stagione e per quelle successive.

Il nome del mese potrebbe avere tre derivazioni: da Iuno – Giunone – oppure da iuniores, i giovani, in contrapposizione a maius dal quale deriverebbe maggio e in quanto mese dei maiores, gli anziani; o infine da Iunius Brutus, primo console romano divenuto tale alle Calende di giugno, dopo aver cacciato da Roma un tiranno. L’ipotesi più accreditata sarebbe la prima, che vede protagonista Giunone. Alla dea, infatti, erano consacrati i matrimoni, che per i Romani, come abbiamo visto, erano proibiti nel mese di maggio (per approfondire, leggi l’articolo “Maggio“) e favoriti a giugno. In origine, Giunone – Era per i Greci – era la dea delle donne e della fecondità che presiedeva anche le nozze sacre. Ella celebrava il rinnovamento e la fertilità della natura, in particolare quella del suolo. Solo in epoca patriarcale divenne la dea bisbetica, gelosa e vendicativa che abbiamo imparato a conoscere. È verosimile, dunque, che giugno le fosse dedicato, poiché esso è compreso in una mese lunare dedicato ancora una volta al corpo femminile e alla terra gravida, come vedremo a breve.

File:Busto di giunone, terracotta, falerii, tempio di celle sacro a giunone curite, 380 ac ca. 01.jpg

Giunone, circa 380 a.C. Fonte immagine: Wikipedia.

Giugno è legato al numero sei, simbolo della perfezione del Creato. Per la religione cristiana, esso fu portato a termine in sei giorni. Il sei misura lo spazio visibile perché è caratterizzato dai quattro punti cardinali e da zenit e nadir. A questo simbolismo si ispira anche la stella a sei punte, composta da due triangoli, conosciuta come Stella di David: raffigura l’armonia cosmica e l’equilibrio e, nell’induismo primitivo, rappresentava l’unione del triangolo di Vishnu creatore e il triangolo di Shiva distruttore. La stella a sei punte, il Sigillo di Salomone, nella nostra tradizione occidentale è simbolo della polarità esistente tra spirito e materia, Dio e cosmo, spazio e tempo.

Questo mese era chiamato dai nativi americani Luna dell’Oca che non vola, Luna delle Pesche o Luna del Salmone. È periodo di lumache, simboli di vita allo stato aurorale, e di farfalle, regine di trasformazioni che sono la più bella rappresentazione della rinascita a nuova vita.

Secondo il calendario arboricolo celtico Ogham, il mese che andava dal 10 giugno al 7 luglio era dedicato alla Quercia, emblema della forza e della regalità, nonché albero sacro per eccellenza. Simboleggia l’anima e la saggezza ed è permeata dall’energia della conoscenza, la quale veniva assorbita dai Druidi. Questa casta sacerdotale deve il proprio nome alla Quercia, da cui deriva etimologicamente. Questo albero era sacro a Dagda, il “dio buono” della tradizione celtica, legato alla fertilità e all’abbondanza, ma anche alla sovranità. Per tutte le caratteristiche attribuitele nei secoli, la Quercia rappresenta le prove iniziatiche da superare per la trasformazione alchemica.

quercia ogham

Il primo giorno del mese era dedicato nell’antica Roma alla dea Carna, conosciuta per essere stata in principio una ninfa che teneva in alta considerazione la propria verginità[1]. Protettrice degli infanti, se invocata Carna li difendeva dalle forze del male. Divenne la protettrice degli organi interni, soprattutto di quelli dei bambini, ed era colei che assicurava il benessere fisico degli uomini. Carna, tuttavia, era anche guardiana della soglie, domestiche e non: non un caso, dunque, che feste in suo onore si celebrassero a giugno, nel varco tra una metà e l’altra dell’anno, poiché in questo mese si colloca il Solstizio d’Estate. Ci troviamo sulla soglia di un passaggio di stagione, al giro di boa dell’anno corrente. In particolare, nel giorno a lei consacrato si festeggiavano le Calende delle fave: alla divinità si offriva una farinata di questi legumi, che veniva consumata in ambito rituale con un pasto sacro. Interessante notare che, nonostante il periodo estivo ponga l’accento sulla vita, le fave siano state considerate nell’antichità cibo dei defunti, segno, questo, che nella vita sono già presenti i semi della morte, così come in quest’ultima si trovano i germogli della vita.

grano giugno

A giugno si inizia a mietere il grano, momento contadino che in passato vedeva come protagonisti diversi riti apotropaici e tradizioni connesse alla Madre del Grano – Demetra – che avranno il loro culmine tra la fine di luglio e i primi giorni di agosto. La Demetra dei primordi, di origine cretese, era dea della vita e dell’abbondanza, ma anche della morte, madre che accoglieva nuovamente nel suo grembo i propri figli dopo che essi avevano fatto esperienza della vita terrena. I defunti, infatti, venivano chiamati “popolo di Demetra”. Ella era dispensatrice del raccolto, ma anche sovrana del regno infero. Durante la mietitura era credenza diffusa che la Madre del Grano risiedesse nel’ultimo fascio di spighe non mietute rimaste nel campo. Alcuni popoli lo tagliavano, portandolo a casa e venerando la sua essenza divina; altri lo ponevano nel granaio affinché lo spirito in esso contenuto potesse riapparire durante la trebbiatura; altri ancora battevano il fascio per far sì che la Madre del Grano se ne andasse e liberavano così il cereale dalla pula. In certi casi, all’ultimo covone venivano date le sembianze di una bambola, vestita di abiti femminili; il fantoccio poteva essere poi bagnato con un secchio d’acqua per richiamare ritualmente la pioggia, oppure veniva usato per scacciare il male dai fienili.

solstizio d'estate

Il 21 giugno cade il Solstizio d’Estate, ampiamente celebrato in tutto il mondo antico. I celti lo chiamavano Litha, ma presso di loro era anche conosciuto come Alban Heruin, “Luce della riva” (per approfondire, leggi l’articolo “Il Solstizio d’Estate, Litha e San Giovanni“). In questa data ci troviamo esattamente al confine tra due metà della Ruota dell’Anno e da questo momento ci dirigeremo sempre più verso l’inverno. Nella lotta simbolica tra il Re Agrifoglio e il Re Quercia, messa in scena nel mondo celtico durante le festività dei periodi solstiziali, il 21 giugno vince il primo, che regnerà per i prossimi sei mesi conducendoci sempre più al centro di noi stessi, dandoci l’opportunità di scendere in profondità dentro di noi e di affrontare il buio e le prove che ci si presenteranno.

A Litha il ventre della terra, che era stato fecondato con lo hieros gamos – le nozze sacre – durante le celebrazioni di maggio e la festa di Beltane, ora è gonfio: i frutti giungono a maturazione e a breve arriverà il tempo del primo raccolto (per approfondire, puoi leggere gli articoli “Beltane, i Floralia e Calnedimaggio: tre nomi per una sola festività” e “Lughnasadh e Lammas, feste del raccolto“). Le ciliegie sono pronte per essere colte, ma la tradizione vuole che siano prese dal ramo rigorosamente prima di San Giovanni, se non vi si vuole trovare dentro il “Giovannino”, ovvero il baco.

E il 24 giugno cade proprio la festa di San Giovanni, divenuta tra le più celebri non tanto per la devozione al santo, quanto piuttosto per il suo trovarsi nel periodo solstiziale, da sempre ritenuto particolarmente sacro, anche in Italia. Il sole raggiunge la sua massima declinazione positiva nel cielo, e questo, fin dall’antichità, ha reso i solstizi momenti di comunicazione tra il visibile e l’invisibile. La festa di San Giovanni non coincide con il giorno del solstizio, così com’è accaduto per il Natale cristiano, perché un tempo era in questi giorni sacri che si svolgevano le feste e le celebrazioni più importanti in virtù del fatto che il sole sembrava sostare per tre giorni (“solstizio”, dal latino sol stat, il sole si ferma) nello stesso punto del cielo per poi riprendere il suo cammino verso Nord o verso Sud, a seconda del periodo dell’anno corrispondente.

ruota dell'anno

Nella religione greca i due solstizi erano chiamati porte: “porta degli déi o degli immortali” quello invernale, “porta degli uomini” quello estivo. I solstizi sono quindi simboli del passaggio da uno stato a un altro. La festa di San Giovanni rappresenta la via simbolica della manifestazione che introduce gli esseri umani nella caverna cosmica. Per questo motivo, le usanze legate al periodo hanno il compito di proteggere il Creato: nonostante l’estate sia appena cominciata, si entra nella parte discendente dell’anno, quella che ci condurrà all’inverno della natura e della nostra interiorità. Ecco allora che i falò di questa festa assumono valore apotropaico, le erbe dai poteri miracolosi vengono raccolte per farne conserve utili alle future difficoltà ed erano utilizzate anche per scongiurare il male, e persino alla rugiada – detta guazza di San Giovanni – venivano attribuiti straordinari poteri di guarigione nei confronti dell’infertilità.

fuochi di san giovanni

Il 24 giugno è anche notte di streghe, di diavoli e spiriti per antonomasia, ed ecco perché sono sorte diverse usanze per proteggere se stessi e il bestiame dal malocchio e da attacchi magici indesiderati.

Tra le erbe associate al periodo, troviamo l’iperico, erba di San Giovani per eccellenza, anche chiamato Scacciadiavoli per le sue proprietà apotropaiche. Si credeva tenesse lontani  le streghe e gli spiriti (puoi approfondire leggendo l’articolo “L’Iperico o Scacciadiavoli” e “L’oleolito di iperico, l’oro rosso liquido con il potere del Sole“).

iperico

Un’altra erba legata al solstizio estivo è l’aglio, che acquistato in questo momento dell’anno si diceva portasse ricchezza e benessere. Insieme a esso, compare anche l’artemisia, connessa ad Artemide, considerata la madre di tutte le erbe: grazie al suo legame con la dea, era ampiamente utilizzata nei problemi femminili (mestruazioni, gravidanza, parto). Ultima erba di San Giovanni è la ruta, potente talismano contro la stregoneria.

Giugno, infine, è il mese in cui principia il segno del Cancro. È simbolo dell’acqua originaria, acqua madre calma e mormorante simile al latte materno, alla linfa vegetale. Chi nasce sotto questo segno è introverso, avviluppante come le acque. Cela spesso i suoi sentimenti, motivo per cui non è facile prevederne le reazioni, ma è un individuo sensibile, premuroso nei riguardi altrui e amante della casa.

cancro segno zodiacale

Ogni elemento della natura in questo mese ci parla di abbondanza, di forza solare e della potenza del Creato di cui facciamo parte. Raccogliere i primi frutti del nostro lavoro interiore passato è assai piacevole, ma il solstizio ci ricorda di volgere uno sguardo anche a ciò cui andiamo incontro, consentendoci di godere appieno di ciò che abbiamo qui, ora. La terra è fertile, il cosmo favorisce le unioni (non solo quelle matrimoniali, ma, per esempio, anche il prendere coscienza di essere parti integranti del Tutto) e ci viene chiesto di conservare parte della nostra energia per i momenti futuri in cui potremmo averne bisogno. Il fuoco e il calore del sole ci rammentano di creare nelle nostre vite, ma al contempo ci chiedono di bruciare tutto ciò che non vogliamo portare con noi nella parte discendente dell’anno. Avviene in questo periodo un primo abbandono di ciò che è futile, dentro e fuori di noi; allinearsi con queste energie cosmiche ci fa vivere di più secondo natura, cosa che dovremmo sempre tenere a mente, se vogliamo armonizzarci con ciò che ci circonda e continuare a crescere percorrendo la sacra spirale della vita.

Mel

[Credits immagini: ove sprovviste di didascalia, sono state tratte da Pixabay.]


[1] Ricordo che per i culti arcaici a stampo matriarcale, sul quale s’innesta il paganesimo Romano, la verginità non è affiancata al termine di castità. Vergine era colei che manteneva la propria integrità e non elargiva i poteri del proprio sacro tempio femminile a chiunque, ma preservava l’energia divina della sua vulva affinché non si disperdesse e non venisse profanata né inquinata. Per le vergini arcaiche non erano proibiti i rapporti sessuali, ma essi erano circoscritti e venivano attuati in particolar modo per scopi rituali.

La Grotta della Madonna dell’Arma e i culti della Grande Madre: dalla divina Belisama alla Vergine Maria.

“O stella del mare, rifugio del mondo,
io taccio e m’ascondo: più voce non ho.
Che quanto tu meriti e quanto bram’io,
la madre d’un Dio lodar non si può.”

Antico inno popolare dedicato alla Madonna.

Ci sono storie e leggende intrise di luoghi dal molteplice e multiforme incanto, situati a metà tra la terra e il mare. Hanno il sapore e l’odore della salsedine e il loro profumo accende la fantasia. Le grotte in prossimità del mare sono gli sfondi prediletti in cui si consumano le vicende che vedono le sirene, le streghe e le creature acquatiche come protagoniste. La provincia di Imperia vanta più d’una di queste suggestive ambientazioni, una delle quali è situata più precisamente nella frazione di Bussana, al confine tra i comuni di Sanremo – a cui appartiene – e Arma di Taggia, anche se qui oggi l’unica a essere venerata è la Vergine Maria.

La Grotta della Madonna dell’Arma, conosciuta anche come Grotta della Santissima Annunziata dell’Arma, è un gioiello incastonato nella roccia erosa dalla forza del Mar Ligure, le cui onde mettono a repentaglio la sopravvivenza di questo luogo di culto dal passato assai remoto. Infatti, la piccola falesia sta gradualmente retrocedendo per via dell’azione degli agenti atmosferici, in particolare il salino e il vento. Sarebbe un peccato perdere questo diamante grezzo, almeno dal punto di vista umano, ma la Natura ci insegna che nulla dura in eterno e che persino la distruzione e il disfacimento fanno parte della vita e dei suoi cicli, una lezione assai ardua per noi da apprendere.

grotta arma madonna

Un tuffo nel remoto passato della Grotta.

Un tempo la grotta era più ampia di come si presenta attualmente. Quello che resta è solo la parte più profonda, non ancora distrutta dall’erosione marina. Fino a cinque milioni di anni fa, era sommersa dal mare e ne è una prova il fossile di conchiglia ancora visibile sulle pareti della caverna, oltre ai ciottoli e alla sabbia rinvenuti negli strati più profondi del suolo della grotta e che costituivano la prima spiaggia emersa.

L’acqua si ritrasse nel corso dei millenni e disegnò la linea costiera così come la conosciamo oggi. La grotta fu originata proprio dalla forza del mare e fu modificata dall’azione umana già dal Paleolitico, ma soprattutto nel Medioevo, quando fu adibita a cappella per il culto della Santa Vergine Maria, come vedremo a breve.

grotta madonna arma

 

Quando il mare retrocesse, a frequentare la grotta e le zone circostanti erano soprattutto comunità di cacciatori che qui potevano disporre di una grande varietà di animali, soprattutto cervi e altri ruminanti ormai estinti. Gli scavi archeologici condotti dentro e fuori la grotta hanno restituito resti di rinoceronte Merck,  orso delle caverne, cervo nobile, cavallo, bue primigenio (per gli strati più recenti), elefante antico, iena delle caverne e ippopotamo (per gli strati più antichi) risalenti alla glaciazione Würm[1].

L’Uomo di Neanderthal accendeva diversi fuochi nel fondo dell’attuale Grotta dell’Arma, come testimoniano i ritrovamenti. Il reperto più importante risale a 100.000-80.000 anni fa ed è costituito da tre frammenti ossei di cranio sempre attribuibili all’Uomo di Neanderthal e appartenenti con ogni probabilità allo stesso individuo, presumibilmente una donna. Sono stati rinvenuti anche migliaia di manufatti litici simili a quelli della Barma Grande ai Balzi Rossi di Ventimiglia, tra cui diverse amigdale in quarzite dal dubbio utilizzo, ma che dovevano servire per estirpare radici e macellare i corpi degli animali, oltre a raschiatoi utili alla lavorazione delle pelli.

In epoche più recenti, la zona prossima alla Grotta dell’Arma fu invece abitata da popolazioni di Liguri Intemeli, per poi essere conquistata dai Romani. Pare che i Liguri qui frequentassero un castellaro ormai andato perduto, ma ricostruito in epoca romana. Subì poi le incursioni saracena e l’occupazione dei pirati, per poi essere restituita al popolo di Bussana.

Le leggendarie origini della cappella e i suoi utilizzi.

Oltre che per il suo remoto passato ricco di testimonianze importanti e sorprendenti, la grotta affascina anche per una storia che la riguarda e la rende protagonista, una vicenda la cui origine e veridicità si sono perse nei meandri del tempo, eppure ancora sopravvive con amore. È conosciuta dagli abitanti del posto e ricordata anche dai testi che studiano l’origine di questo suggestivo e peculiare luogo di culto, che porta ancora il sapore del mare e di segreti ancestrali da leggersi sulle pietre e la sabbia che ne costituiscono il tetto e le pareti.

grotta madonna dell'arma soffitto

E, a proposito di questo, entrando e sostando all’interno della cappella, si ha l’impressione che l’ambiente sia una sorta di guscio, un involucro ovale umido e buio come il grembo materno. A tal proposito, abbiamo già visto come il simbolismo della grotta sia stato accostato in epoca preistorica al corpo femminile e a quello della Grande Madre dei primordi,  elargitrice di vita e datrice di morte grazie ai poteri del suo divino utero, e a come la Dea antica sia stata sostituita con la Vergine Maria dalla Chiesa (a tal proposito, leggi l’articolo “La Valle Argentina e le sue grotte: oltre il velo della leggenda tra la vita e la morte“).

Narra la leggenda, dunque, che in epoca medievale la grotta fosse adibita a ovile, occupata da una fanciulla sordomuta. Un giorno, mentre era intenta a svolgere le sue solite mansioni, le apparve una donna bellissima che, sorridendole, le fece dono di un quadro che la raffigurava. La ragazza, allora, accorse dal padre per mostrargli l’oggetto ricevuto e, quando giunse dal genitore, si accorse di poter parlare e gli raccontò ogni cosa. Visto il miracolo avvenuto, gli abitanti della zona collocarono nella grotta l’immagine di quella che fu subito riconosciuta come la Madonna e lì rimase finché non fu deciso di costruire una cappella in suo onore, consacrata poi intorno all’anno Mille.

L’esposizione della grotta, collocata a Sud, la rese non solo un centro nevralgico di culto, ma divenne anche un ricovero per la popolazione nei periodi più difficili della storia. Il ventre terroso della Grande Dea, dunque, non smise di compiere il suo sacro scopo: nel suo grembo giacevano ancora sconosciuti i corpi dei suoi antichi figli e di animali a lei sacri, mentre in seno teneva al sicuro creature viventi spaventate e afflitte.

bussana grotta madonna dell'arma

Ogni opera d’arte realizzata negli anni per abbellire gli interni della cappella ha dimostrato di non durare: l’umidità della grotta le deteriora velocemente, quasi a sottolineare il volere di una natura che ci insegna a non attaccarci alle forme esteriori, ad abbandonarci alla caducità della vita. E anche in questo ritorna la Dea delle origini, coi suoi cicli eterni di vita-morte-vita. Tuttavia, gli uomini di fede cristiana videro in questo lo zampino del demonio: “tanto fervore di opere religiose e di fede non poteva incontrare il beneplacito del Maligno Spirito, il quale scatenò contro il vetusto Santuario […] le forze distruggitrici della natura […]ossia le onde del mare[2]”. In questa breve affermazione ritroviamo tutta la forza di una cultura – quella patriarcale – e di una religione – quella cristiana – che hanno finito per separare l’uomo dalla natura e a ravvisare nelle sue libere e possenti manifestazioni lo zampino demoniaco. Ciò che nei millenni della Preistoria era stato associato a una grandiosa divinità femminile, che con la creazione e la distruzione degli elementi rendeva tutto equilibrato e armonico, fu bandito in epoca storica, capovolto nel suo significato più autentico e genuino, generando così una profonda lacerazione nell’animo umano. E così pure la Grotta della Madonna dell’Arma, che come ogni altra spelonca era stata per lungo tempo il simbolo per eccellenza del ventre materno al quale tornare dopo la vita e dal quale accedere all’esistenza terrena, fu definita dagli uomini di chiesa della zona “sassosa macchina che solo a vederla induce pietoso orrore e devota pietà [3]”.

Per scongiurare almeno in parte l’erosione della grotta-chiesa e il deterioramento delle opere in essa contenute, nel Settecento fu realizzata la parziale copertura in calce del soffitto, che tuttavia non ha guastato la magia data dalla morfologia originaria dell’anfratto naturale.

 

soffitto grotta madonna arma

Il popolo ligure divenne sempre più devoto a Maria e si divulgarono i miracoli ch’ella era in grado di operare. Crebbero considerevolmente anche i pellegrini che visitavano la Grotta della Madonna dell’Arma e le elemosine, le quali confluirono in diverse opere di riqualificazione e miglioramento del Santuario. I giorni dell’anno in cui la chiesetta si vestiva a festa erano tre: 19 marzo, festa di San Giuseppe, 25 marzo, giorno dell’Annunciazione, e la prima domenica seguente le celebrazioni della Pasqua. È curioso notare come nello stesso periodo la Natura si risvegli all’epifania primaverile e di come in tempi antichi, antecedenti il cristianesimo, tale momento dell’anno fosse dedicato in particolar modo a Dee della vegetazione, della rigenerazione e della vita che le vedevano protagoniste di riti dalla grande valenza astronomica e simbolica.

Oltre a queste occasioni, il popolo di Bussana si recava in processione nella chiesetta per chiedere alla Madonna la liberazione dai mali che l’affliggevano o per ricevere una grazia speciale. La gente accompagnava il pellegrinaggio recitando canti in onore della Madre di Dio, uno stralcio dei quali è riportato di seguito.

Evviva Maria, e chi la creò!
[…] Fra l’altre donzelle più pura la chiamo,
ché il fallo d’Adamo non mai la toccò.
Con santi pensieri, fu bella e fu bruna,
il sole e la luna la cinse ed ornò.
Per madre di un Dio dall’Angiol chiamata,
la Prole increata nel grembo portò.
[…] Tutt’arsa d’amore in terra frattanto
di Spirito Santo ripiena n’andò.
Da lungi t’adoro, Albergo divino:
il Verbo Bambino in te s’incarnò.
E un Dio sì possente, già fatto suo figlio,
qual rosa da un giglio nascendo spuntò!
[…]Soave e benigna, accesa di zelo,
la strada del Cielo al mondo insegnò.
[…] Maria degli afflitti spezzò le catene,
del parto le pene Maria sollevò.
[…] Maria col suo cenno tempeste frementi,
saette cadenti in aria fermò.
La fame e i perigli, le febbri funeste,
la guerra e la peste, estinse e fugò.
O stella del mare, rifugio del mondo,
io taccio e m’ascondo: più voce non ho.
Che quanto tu meriti e quanto bram’io,
la madre d’un Dio lodar non si può.
Ogni egro languente a te fa ricorso:
senz’essere soccorso, chi mai t’invocò?
Lassù, tra le stelle, dirai al Signore
che un vil peccatore tue lodi cantò,
Che cinto e difeso dal sacro tuo manto,
in premio del canto, l’inferno scampò.

Canto dei pellegrini della Madonna del Divino Amore, antico inno popolare.

Gli indizi offerti dai toponimi.

Da questa grotta trae il nome la vicina cittadina di Arma di Taggia, porta d’accesso alla Valle Argentina, poiché ospita la foce del suo torrente. Arma – o barma, ma anche alma o balma – è infatti il nome che nell’antico ligure era usato per designare proprio la grotta.

L’attuale cappella, dedicata alla Santissima Vergine Annunziata, è situata nelle propaggini della collina dei Castelletti, toponimo che testimonia la presenza in loco di antiche fortificazioni preromane che in Liguria sono noti come castellari.

Tuttavia, ancor più interessante è un altro toponimo legato proprio alla zona in cui sorge la chiesetta, chiamata oggi dagli abitanti Costa Balena. Sito omonimo – nella variante di Costa Balenae – e dalla grande rilevanza archeologica si trova anche sull’altra sponda del torrente Argentina, nella vicinissima cittadina di Riva Ligure. Verrebbe da pensare che, vista la prossimità tra i due luoghi, il toponimo comune abbia la stessa matrice, anche se è probabile che l’attribuzione sia assai più recente e avvenuta per via di un locale notturno che sorgeva qui, intitolato Costa Balena, che rimase aperto fino a qualche decennio fa.

costa balena

Secondo molti studiosi e archeologi, l’origine più accreditata del nome Costa Balenae è quella che la vede come antico luogo di culto del dio Belenus, venerato in particolar modo tra i Liguri e conosciuto anche presso i Celti, oltre che dagli Iberi. Belanus, Bel, Belen, Beleno erano differenti nomi che designavano il dio della luce, delle arti e dell’agricoltura, e a lui si accompagnava la grande Belisama, “Estate splendente”, sua consorte e dea del fuoco, anche di quello della forgia. Belisama – o Belisma – venerata da tempi anteriori rispetto al suo divino compagno, era protettrice degli artigiani, in particolar modo di quelli che operavano nelle fucine e plasmavano i metalli, ed era una corrispettiva della celtica Brigit e della romana Minerva.

Brigit's Sparkling Flame

Copyright immagine: Joanna Powell Colbert (tratta da Pinterest).

A Bel e Belisama è intitolata anche un’antica festività celtica legata al mese di maggio, Beltane, in cui si celebrava la rinascita della natura con riti estatici e gioiosi. Poiché in questa festa si venerava il corpo femminile della Madre Terra e la sua unione con la controparte maschile, i riti di maggio comprendevano lo hieros gamos, le nozze sacre officiate da due o più rappresentati della Dea e del Dio. Queste usanze furono poi bandite dalla Chiesa, che le riteneva peccaminose e demoniache. Tuttavia, non riuscendo a estirpare i riti assai sentiti, il cattolicesimo dedicò il mese alla Madonna, in sostituzione delle celebrazioni che si svolgevano in questo periodo dell’anno in onore di Maia, Flora, Bona Dea e di tutte le altre divinità madri pagane connesse al culto della terra (per saperne di più, ti invito a leggere i miei articoli “Maggio” e “Beltane, Floralia e Calendimaggio: tre nomi per una sola festività“).

Tornando, dunque, al toponimo della zona in cui sorge la Grotta della Madonna dell’Arma, non sorprenderebbe scoprire che in tempi pre-romani proprio qui sorgesse un luogo di culto dedicato alla grande Belisama.

Belisama, Minerva e la Vergine Maria.

Come già enunciato, è attestata la frequentazione della zona da parte di comunità di Liguri, influenzati nelle loro credenze e tradizioni anche dai Galli e dai Celti, nonché del passaggio ampiamente documentato dei Romani.

Il culto di Belisama era sentito soprattutto nella Francia meridionale con la quale la Liguria di estremo Ponente confina e si confonde e pare persino che il Santuario di Notre Dame des Fontaines a La Brigue fosse un tempo dedicato a lei. Belisama, infatti, non solo presiedeva il fuoco e l’artigianato, ma era in principio dea luni-solare delle acque, in particolare di quelle che sgorgavano dal sottosuolo e che avevano poteri curativi. Solo in seguito divenne la divina consorte del brillante Belenos.

Nei pressi della Grotta della Madonna dell’Arma pare esistesse un pozzo d’acqua sorgiva, e questo, insieme all’umidità che grondava e trasudava dalle pareti della stessa caverna, rappresentò senza ombra di dubbio un dettaglio interessante e degno di culto per gli uomini e le donne della Preistoria. Se la presenza dell’acqua sorgiva fosse confermata, insieme anche alla veridicità della leggenda, la guarigione miracolosa della sordomuta potrebbe essere stata generata dalla suddetta fonte.

grotta madonna arma bussana

Non tutte le grotte erano considerate sacre e non tutte diventavano santuari primitivi dedicati alla Grande Madre[4]. Perché ciò avvenisse, la cavità naturale doveva presentare alcune caratteristiche: la presenza di camere e corridoi, stalagmiti, fonti e/o corsi d’acqua. Tali peculiarità si ritrovano anche nelle basiliche cristiane, dove le stalagmiti furono sostituite da preziosi colonnati e l’umidità del grembo della Grande Madre era riprodotta in fonti battesimali o acquasantiere. La Grotta della Madonna dell’Arma, dunque, possedeva le carte in regola per essere sacralizzata già in tempi antichissimi.

Con la conquista dei Liguri per mano romana, la divina Belisama fu assimilata a Minerva, che ha molto in comune con la Madonna, come del resto anche l’originaria dea venerata dai Liguri.

“Fra l’altre donzelle più pura la chiamo,/ché il fallo d’Adamo non mai la toccò”, recita l’inno popolare dedicato a Maria. La Minerva delle società matriarcali era vergine e protettrice dei fanciulli e la leggenda sull’origine del Santuario dimostrano come anche a Maria stessero a cuore le vite dei giovani. La proverbiale verginità della romana Minerva aveva, tuttavia, un’accezione assai differente da quella che offrì il patriarcato: essere vergine significava in principio essere “una in se stessa”, integra, completa, non elargire il proprio divino potere femminile agli indegni né disperderlo con facilità, ma anzi, conservarlo e preservarlo come un tempio sacro dal quale tenere lontani i possibili profanatori. La verginità delle dee e delle loro ancelle non proibiva alle donne di avere rapporti sessuali amorevoli con gli uomini, ma esse concedevano il proprio corpo con moderazione, affinché la magia e l’energia potenti del grembo femminile non si disperdessero. La castità, dunque, resta una sovrastruttura prettamente patriarcale e cristiana.

Atena era la dea della ragione per i greci.

Artwork by Bryan Larsen

Minerva e Belisama possedevano capacità mediche, così come la Madonna guarì la giovane della leggenda (e, come lei, molte altre).

Nei miti più antichi si narra della nascita della dea romana dal mare e la Grotta dell’Arma, come lei, è emersa dalle onde marine; chissà che in tempi remoti questo dettaglio non consentì di ospitare il culto della Dea proprio in questo luogo.

Il serpente fa parte della simbologia di Belisama e di Minerva, accostato a loro anche iconograficamente; quando questo animale – che era un forte simbolo del potere rigenerativo e delle energie ctonie e curative – fu demonizzato e trasformato in sinonimo di Satana, fu raffigurato spesso nelle statue e nei dipinti, schiacciato dal piede delicato della Vergine Maria.

Belisama, che si accompagnava sovente con questi animali, era ottima guaritrice, caratteristica che ricompare nell’apparizione della Madonna dell’Arma. Per il suo legame con questi rettili, in epoca matriarcale l’originaria Minerva era dunque connessa con la fertilità e il rinnovamento, ma era anche patrona della conoscenza, delle arti e dell’artigianato, attributi comuni con la celto-ligure Belisama.

Recita l’inno popolare: “Lassù, tra le stelle, dirai al Signore/che un vil peccatore tue lodi cantò,/ che cinto e difeso dal sacro tuo manto,/ in premio del canto, l’inferno scampò”. L’uomo si salva grazie all’arte, che altro non è che fuoco divino e creatore in grado di avvicinare l’essere umano alla dimensione del sacro e all’energia creatrice dell’universo. A Belisama erano cari coloro che si dilettavano nelle arti, forse proprio per questa caratteristica del ri-conoscersi, attraverso la manualità e l’espressività artistica, creatori e creatrici suoi/sue figli/e. Quanto a Minerva, proteggeva con particolare cura filatrici, tessitrici, vasai e vasaie, ma anche chi si dedicava alla scultura e all’architettura ed era protettrice di case e città, che difendeva dagli aggressori. A ben vedere, dunque, sono molti i punti di contatto tra la Dea, Maria e il Santuario della Grotta della Madonna dell’Arma. Non a caso la fanciulla della leggenda allevava pecore, la cui lana veniva filata; e a lei non fu fatto un dono qualsiasi, bensì le fu regalato un quadro, prodotto artistico e frutto dell’intelletto e della manualità, due qualità che, come abbiamo visto, erano sacre a Belisama e Minerva.

Nei seguenti versi dell’inno popolare che pare venisse cantato dai fedeli in processione verso il Santuario è nascosta tutta la potenza della Dea dei primordi e di alcuni attributi comuni con la romana Minerva: “Maria degli afflitti spezzò le catene,/ del parto le pene Maria sollevò. / […] Maria col suo cenno tempeste frementi, / saette cadenti in aria fermò./ La fame e i perigli, le febbri funeste,/ la guerra e la peste, estinse e fugò./ O stella del mare, rifugio del mondo”. Viene qui dipinta una Madre dalla forza e dalla risolutezza tali da poter arrestare, con un suo semplice cenno, qualsiasi avversità, una Dea misericordiosa e terribile al contempo, ambivalente nel suo ruolo di protettrice che, tuttavia, per sua intrinseca potenza, potrebbe piegare al proprio volere qualsiasi elemento, naturale o umano che sia. Abbiamo visto che alla Madonna veniva chiesta protezione dagli abitanti di Bussana e la Madre gliela offriva; come la dea romana che l’aveva preceduta, difendeva le sue genti.

grotta santissima annunziata dell'arma

E oggi, dopo millenni di storia stratificati nel suo ventre, la Grotta della Madonna dell’Arma resta col suo pallido volto intonacato ad affacciarsi sul mare, porgendo le guance ai raggi di un sole che la fa brillare di luce riflessa. Il Santuario, dimora materna, culla divina di nascita e morte, non si apre agli sguardi di tutti: resta chiuso per molti giorni l’anno e conserva così l’arcaica verginità che appartenne a molte dee del passato. Si preserva nel silenzio, poiché in molti ignorano i tesori custoditi nel suo grembo, ma sempre spalanca il suo intimo pulsare e le sue sacre porte a chi, nonostante i millenni e il disfacimento cui va incontro per natura, ha occhi per vedere e cuore per sentire.

mare bussana

“Soave e benigna, accesa di zelo,/la strada del Cielo al mondo insegnò”: Belisama, Minerva, Maria… quale che sia il nome umano che le si offre, resta viva nel tempo e nello spazio l’essenza di una Donna Divina, una Dea, una Madre, che nel suo sacro grembo custodisce ed elargisce i tesori della nascita, della vita, della morte e della rigenerazione, laddove la grotta, il ventre e la coppa sono da sempre i ricettacoli delle più grandi trasformazioni per l’essere umano, che scavando in profondità dentro di sé può trovare la scintilla che lo condurrà ai più strabilianti segreti dell’universo.

Mel

N.B.: Tale elaborato non intende e non pretende in alcun modo sostituirsi alle ricerche dei professionisti. A esse, semmai, si affianca e si ispira, proponendosi di offrire una visione differente di una realtà difficile da conoscere e interpretare, con l’intento che possa a sua volta ispirare nuovi studi e restituire all’umanità conoscenze perdute o troppo spesso taciute.

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Bibliografia:

  • Le Dee viventi, Marija Gimbutas, ed. Medusa, Milano (2014)
  • Le Dee perdute dell’Antica Grecia, Charlene Spretnak, ed. Venexia, Roma (2010)
  • Le maschere di Atena, Scilla Bonfiglioli, ed. Il Saggiatore, Milano (2012)
  • Le Vergini arcaiche, Leda Bearné, Edizioni della Terra di Mezzo (2016)
  • La provincia di Imperia: A-L, Andrea Gandolfo, BLU edizioni (2005)
  • Sfondare la notte. Religiosità, modernità e cultura nel pellegrinaggio notturno alla Madonna del Divino Amore, Carmelina Chiara Canta, ed. FrancoAngeli

Sitografia, riviste e articoli di riferimento:


[1] Circa 110.000 – 11.700 anni fa.

[2] Così riporta una monografia datata al 1935 a cura degli Amministratori del Santuario di Bussana, tali Don Francesco Buffaria (Prevosto), Giovanni Donetti (massaro)  e  Avv. Vincenzo Donetti (massaro).

[3] Da una relazione del vescovo d’Albenga Monsig. Francesco Costa, intitolata il Giardinello, scritta da Ambrogio Paneri e datata 1624.

[4] Le grotte erano considerate sacre e usate come santuari già a partire dal Paleolitico superiore e lo furono fino a tutto il Neolitico. (Marija Gimbutas)