Sulle Sponde di Boscomadre

Odiare l’Estate – Cosa ti perdi se non la sopporti

Estate.

Da bambina l’amavo smisuratamente.

Era quella stagione in cui potevo finalmente smettere di essere quello che la società voleva che fossi – una scolaretta modello, giudiziosa e posata – e potevo far emergere la mia vera natura: selvatica, libera… silvestre e marina al contempo.

Era l’unico momento dell’anno in cui potevo sguazzare in acqua, fantasticando sulle sirene e il loro mondo subacqueo. Immaginavo di nuotare coi delfini, di poter respirare anche nelle profondità per esplorarle e scoprirne tesori. Mi immergevo, cantando sotto la superficie.

Foto di Stefan Keller da Pixabay 

Quando non andavo al mare, scorrazzavo nei boschi alla ricerca delle fate nascoste tra i ghirigori del muschio, portando con me libri che mi aiutassero a identificarle e scovarle nelle loro dimore silvane. Cercavo i selvatici con occhi vispi e curiosi, ansiosa d’imbattermi in loro che, certamente, avrebbero avuto importanti messaggi da consegnarmi.

Fantasticherie di bambina, direte voi. Ma non è esattamente così.

Il periodo dell’infanzia, infatti, cela i segreti della nostra esistenza terrena, quella che possiamo definire come la nostra “Missione”, i nostri talenti, i motivi per cui abbiamo scelto di incarnarci proprio qui, proprio ora.

Foto di David Sanchez da Pixabay 

Scienze umane e filosofie esoteriche sono ormai concordi nell’affermare che il bambino, almeno fino ai primi sette anni di vita, conservi la purezza del suo Sé, per poi dimenticarla e inquinarla mano a mano che cresce, disperdendola nei ruoli sociali, nelle aspettative, nella forma mentis impartita dall’educazione (scolastica, familiare, religiosa, sociale…).

E io, a quel tempo, amavo l’Estate proprio perché mi consentiva di restare in connessione diretta con la parte più autentica di me, senza filtri, senza dover pensare ai compiti, ai doveri, ai voti, a essere una brava e responsabile bambina che nell’invisibilità non creava problemi a nessuno (solo a se stessa, ma questo lo avrei scoperto molto, molto più tardi).

Foto di Pexels da Pixabay 

Poi è arrivata l’adolescenza, con la sua mannaia impietosa e le sue furiose tempeste ormonali. E così ho iniziato a dimenticare.

Ho accantonato la vera me, fino a strapparla a brandelli, perché quello che ero non poteva trovare il suo posto nel mondo. Dovevo essere accettata, stimata, adeguarmi e amalgamarmi agli altri per poter sopravvivere. E’ qualcosa che tutti abbiamo fatto e vissuto, per cui sono certa che non starete leggendo nulla di nuovo al vostro cuore.

E così, poco a poco e senza accorgermene, ho reso l’Estate un’acerrima nemica.

La detestavo per il suo rammentarmi troppe cose scomode, per non essermi più fedele alleata come un tempo. Era diventata per me una strega malvagia, pronta a mettermi in difficoltà e a ricordarmi quanto debole fossi.

Il ciclo mestruale m’impediva di vivere il mare. Non potevo più vivere né vestirmi come volevo.

Dovevo nascondere le mie forme “ingombranti” per non essere guardata.

Il mio corpo era messo costantemente a confronto con quello delle mie coetanee o con modelli estetici inarrivabili.

Foto di Igor Link da Pixabay 

Dovevo imparare a reprimere le parti più belle di me per non essere considerata “strana”, “diversa”, “pazza”… e ricevere così apprezzamento dal mondo esterno. Era pura sopravvivenza.

L’allergia alle punture d’insetto rendeva le serate all’aria aperta un vero incubo.

E il caldo… quello iniziò a rendermi debole e fiacca come mai lo ero stata prima. Mi ridusse col fiato corto e le gambe pesanti da giugno a settembre.

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Non sto facendo dell’autocommiserazione. Sto descrivendo come un chirurgo ciò che é accaduto in me, perché so che in molti possono riconoscersi nel mio vissuto. A ben pensarci, ne abbiamo passate davvero tante, da quando siamo venuti al mondo, non ti pare? Quante lotte, quante battaglie… e, nonostante le ferite siamo ancora qui, ancora in piedi. Forse dovremmo ricordarcelo più spesso.

Ma torniamo a noi.

Ho iniziato a patire l’Estate, dunque, a viverla come un assedio infinito e sfinente.

Ero ormai una schiava, una vittima del suo calore insopportabile, di quel fuoco che minacciava di bruciarmi o addirittura uccidermi.

Foto di sbox da Pixabay 

Poi, tre anni fa, la mia vita è cambiata.

E ho compreso come in un’epifania che ciò che di lei non sopportavo dipendeva da me, e non viceversa.

Perché alcune persone accanto a me non solo vivevano benissimo in questa stagione, senza i sintomi fisici che minacciavano me invece, ma addirittura l’amavano? Fortuna? Costituzione? Gusto personale? No, tutt’altro. Si trattava di qualcosa di assai più profondo e intrinseco, ma talmente basilare che sfugge agli occhi dei più.

La verità era che l’Estate, stagione di fuoco, mi mostrava su un piatto d’argento tutto ciò a cui io avevo rinunciato, tutto quello che avevo accantonato e represso, che mal sopportavo.

Il mio fuoco, la mia creazione, erano stati schiacciati per troppo tempo. Lei me lo mostrava come una maestra severa a ogni mio respiro affannoso: non potevo respirare laddove c’era fuoco (caldo) perché questo avrebbe significato dover ammettere di aver tentato di uccidere qualcosa che, da dentro di me, voleva uscire e manifestarsi. Ho scoperto che a detestare il caldo è proprio chi cova rabbia, chi vive di passioni molto intense, chi soffoca parti importanti di sé.

Foto di Giacomo Zanni da Pixabay 

Patire le alte temperature è proprio di chi è logorato dall’insicurezza, di chi è perennemente stressato, di chi giudica molto (in primis se stesso), di chi non mostra mai la propria autenticità, di chi non sa creare nulla e si trincera nel suo guscio privandosi di mettere al mondo la propria bellezza.

E’ stato allora che ho ripreso a ri-cordare, a fare pace con ciò che doveva essere guarito.

Ci sono voluti tre anni di lavoro interiore, un esercizio non ancora concluso del tutto.

Ma ho fatto dell’Estate una Medicina e oggi, anche se ancora non sono tornata a camminare a braccetto con lei, ci sorridiamo come amiche che si ritrovano complici dopo un litigio.

Non la vivo più da vittima. E, strano ma vero, quando va via, a settembre, avverto addirittura quella punta di malinconia che mi è rimasta sconosciuta per molti, lunghi anni.

Non voglio dire che sia semplice né voglio rendere il mio discorso estremamente semplicistico. So bene che l’afa può innescare problemi non indifferenti in alcuni. Ma so anche che interno ed esterno sono compagni inscindibili, facce della stessa medaglia. Dovremmo re-imparare che niente al di fuori di noi può nuocerci davvero, se non gliene diamo motivo (e qui ci sarebbero altre mille parentesi da aprire, lo so). E dovremmo ricordare che modificando – o meglio, trasmutando – una nostra condizione interiore possono migliorare di molto le nostre percezioni, il nostro modo di vivere la vita.

Lavorando su ciò che soffocavo e imparando pian piano a lasciarlo riemergere, il mio odio per l’Estate si placava, lasciando sempre più spazio libero all’amore.

Ho imparato e creare, a donare, a ri-considerare il mio Sé, e così anche l’insofferenza verso il caldo è andata spegnendosi.

Non ti chiedo di credermi, sarebbe da sciocchi. Ma ti invito a provarci. A darti una possibilità, a tentare la via del lavoro interiore prima di annaffiare il tuo stomaco di magnesio, potassio e sali minerali e di impedirti di godere dei grandi benefici dell’Estate (sono tanti, te l’assicuro). Affidati ai rimedi, se patisci. L’ho fatto anche io per tanto tempo. Ma saranno solo palliativi se non ti porrai faccia a faccia col fuoco che hai dentro.

Io ce l’ho fatta e oggi volevo semplicemente portarti il mio esempio, accendere una luce che potesse aiutare anche te a trovare la Medicina di questa potente stagione.

Ti auguro di farlo.

In totale libertà.

[Immagine di copertina: Marvin Rheinheimer da Pixabay ]

Bazure, sagae e lengere: le streghe della Liguria

Tra le figure che popolano il folklore ligure, la bàzura – anche detta bàgiua, bàggiura o bàsura, a seconda delle zone – è certamente la più conosciuta, protagonista di innumerevoli storie popolari di fantasia, ma anche di capitoli storici reali assai tristi e ampiamente documentati (si pensi ai terribili processi che hanno reso Triora la Salem d’Europa).

Come accade in ogni regione d’Italia e nelle culture di tutto il mondo, anche in Liguria la strega ha assunto caratteristiche e connotazioni particolari, forse a tratti persino uniche.

Al riguardo, molto può essere raccontato già dai nomi dialettali con i quali venivano definite e identificate queste donne dai poteri straordinari e sovrannaturali.

Nei documenti e nei racconti compaiono come fautüréire, fattucchiere, quando lanciano fatture o malefici sul bestiame, sui bambini o sui compaesani servendosi di feticci. Questo termine, quindi, indica la strega per lo più malvagia. In alcuni casi, arriva a figurare anche la maga, colei che con le sue arti può amarià – ammaliare, incantare – gli sprovveduti.

Francisco Goya

Pare che, anticamente, la strega e la maga benefiche, così come pure la fata, fossero chiamate tutte e senza distinzioni con il termine generico con cui oggi si conoscono le streghe liguri (anche le malefiche), ovvero bazure. Un termine, questo, che etimologicamente non solo rimanda ai culti più arcaici delle acque e della fertilità, ma anche alle zone boschive e al mistero. Ci troviamo dinnanzi a un’evidente risemantizzazione della figura della donna di conoscenza, di colei che viveva in perfetto allineamento con i cicli naturali, penetrandone regole e segreti.

E c’è un ultimo termine che ancora sopravvive in certi racconti liguri, un nome spiccatamente latino: saga (plur. sagae), ovvero la donna saggia, in grado di leggere e interpretare i presagi, dalla sofisticata sensibilità e dalle doti oracolari, capace anche di penetrare la Verità insita nelle cose con uno sguardo unico su tutto ciò che è “oltre”.

Medea, George Romney

Parlando invece dei tratti fisici e somatici che permettevano di riconoscerla, c’erano sicuramente i capelli rossi. Permane ancora un detto che fa comprendere la credenza cieca nell’indiscussa demonicità di questo colore: de pé russu mancu a vacca [1] (di pelo rosso nemmeno la vacca), a indicare che tutto ciò che portava questa tinta possedeva il marchio del demonio. E ancora oggi, tra le valli dell’entroterra ligure, non è semplice incontrare bovini che non siano di colore bianco.

L’immaginario popolare dipinge le bazure come donne anziane e dall’aspetto orribile, col volto solcato da rughe profonde, l’espressione arcigna e lo sguardo carico di oscurità, spesso sdentate e coi capelli lunghi, ispidi e orridamente aggrovigliati. La lunghezza della chioma faceva parte del patto che elle stringevano con il demonio, poiché attraverso di essa il maligno assicurava loro la totale immunità al dolore e l’insensibilità a qualsiasi tipo di tormento fisico [2].

Si era bazure fin dalla nascita: erano considerate tali le figlie uniche di una madre che non aveva generato maschi[3]. Un fatto curioso su cui soffermarsi a riflettere, questo, se si pensa che i figli maschi erano considerati doni del cielo, poiché le loro braccia portavano sostegno alla famiglia, perpetuandone anche il nome e la discendenza. Al contrario, non possederne significava non avere eredi e ciò, in certi casi, era considerato al pari di una disgrazia. L’unica femmina emersa dall’utero materno, dunque, senza ombra di dubbio doveva essere stata generata dall’inferno e appartenere al male, poiché la sua gestazione aveva maledetto il grembo della madre e, con esso, tutta la sua famiglia.

Ma esistevano casi in cui i poteri malefici potevano essere acquisiti… e ciò accadeva soprattutto alle figlie di altre streghe o a quelle donne che si lasciavano corrodere dall’odio, dalla disperazione, dall’invidia, dall’avidità. In tal caso, venivano definite léndere o lengére, megere.

La strega di Mallegem, P. Bruegel

Al contrario di ciò che l’immaginario popolare racconta, le vere bazure furono spesso donne molto belle, arricchitesi notevolmente grazie a commerci illeciti[4]. Per queste caratteristiche divennero oggetto e bersaglio di invidie e gelosie da parte di chi riconosceva in esse un pericolo o una minaccia. Ed erano certamente anche levatrici, ostetriche, guaritrici… profonde conoscitrici della vita, della morte e del sottile confine che le delinea. Conoscevano i rimedi a tutti i disturbi della sfera femminile: erano in grado di rimediare ai problemi di natura mestruale, di improvvisare contraccettivi, di indurre l’aborto e di confezionare le cosiddette “acque della castità” così come gli afrodisiaci[5]. Possedevano conoscenze empiriche preziose che si dimostravano utili in svariate occasioni e in alcune leggende compaiono addirittura come iniziate ai Misteri, appartenenti a congreghe più o meno organizzate le cui affiliate diventavano depositarie di una grande e inestimabile saggezza esoterica.

Le tre streghe, Daniel Gardner

Le bazure e i neonati

Nei racconti che popolano l’entroterra ligure, le bazure figurano sovente come donne assai attratte dai neonati e sono numerose le storie che vedono questi ultimi come destinatari di malefici lanciati dalle streghe.

Le genti di un tempo erano convinte che nottetempo trafugassero i bambini alle madri scivolate in un sonno pesante, troppo stanche dalle fatiche della giornata per accorgersi della sparizione del figlioletto. Con gli infanti rubati all’abbraccio materno, le streghe liguri giocavano a palla[6], rimbalzandoseli tra gli alberi di noce e di castagno o stando sospese sugli strapiombi. Proprio per l’interesse che le bazure dimostravano nei confronti dei bambini, a loro era proibito uscire dopo l’Ave Maria serale, se non volevano rischiare di fare qualche pericoloso incontro.

Il loro interesse per gli infanti troverebbe spiegazione – secondo le credenze popolari – nel patto che esse stringevano con il demonio: si macchiavano di infanticidio poiché, così facendo, avrebbero donato al maligno le anime dei piccoli non ancora battezzati[7].

E qui troviamo un collegamento interessante con una pratica medievale assai più diffusa di quanto si pensi, quella del répit, soprattutto nelle Alpi Occidentali. Poiché era credenza diffusa che i bambini morti non battezzati non potessero assurgere al Paradiso, per non consegnare i propri figli alle fiamme dell’Inferno o al triste Limbo, i genitori si affidavano a una donna in grado di riportare in vita il neonato per il tempo di un respiro (da qui la definizione à répit) necessario a ricevere il sacramento e consentirgli l’eterno riposo nell’abbraccio della terra consacrata. A officiare tale rito, tollerato dalla Chiesa fino a pochi decenni fa, erano spesso le stesse levatrici od ostetriche che avevano assistito la madre durante il parto. Inutile dire che, se la pratica del répit non avesse funzionato, con ogni probabilità a essere incolpata sarebbe stata proprio colei che la attuava…

E, sempre a proposito dei bambini, le puerpere si premuravano di rientrare in casa tutti i panni stesi dei neonati prima che calassero le tenebre, poiché era credenza diffusa che le bazure potessero servirsene per affatturare i piccoli malcapitati[8]. Ma non erano solo loro le vittime predilette… Alcuni racconti popolari testimoniano ancora che le bazure, per le loro fatture d’amore, si servissero di un indumento trafugato a colui (o colei) che doveva essere abbazzurato e tale accessorio veniva spesso strappato via dai fili del bucato.

Poteri magici e facoltà soprannaturali

Col tempo, l’immaginario comune ha reso responsabili le bazure di ogni nefandezza e scempiaggine. Poiché creature così infime non potevano essere innamorate della vita, si divertivano nel guastare il latte delle mucche e delle pecore, macchiandolo di sangue; potevano causare seri problemi di allattamento anche alle donne, ed erano dirette responsabili delle malattie del bestiame e dell’inaridimento delle mammelle delle mucche.

Tra i loro numerosi e più terribili poteri c’era quello della metamorfosi o trasfigurazione: potevano trasformarsi in gatte dalla coda lunga, in capre, in pipistrelli o in uccelli e, così trasformate, volavano ai convegni con colleghe lontane. A servirsi di questo incantesimo erano soprattutto le streghe di Triora, che raggiungevano così le loro sorelle sull’isola della Gallinara[9]. A conferire loro tali poteri poteva essere un arcobaleno: passandovi sotto, una strega poteva cambiare sesso o trasformarsi in ciò che desiderava, spesso in esseri demoniaci o dall’aspetto orribile e ferino.

All’occorrenza, inoltre, erano in grado di assumere le sembianze di un defunto o di un’altra persona, talvolta possedendone addirittura il corpo.

La cavalcata delle streghe, Viazzi Cesare

Erano maestre nell’evocare terribili tempeste, soprattutto le streghe di Ventimiglia e della Valmasque. Loro creazioni infernali erano la grandine e i fulmini che si abbattevano sulla terra. Avevano una conoscenza tale degli elementi e delle forze misteriose della natura da consentire loro di arrestare i mulini a vento, fermare le navi in mare, impedire che il grano germogliasse nei campi e che le piante fruttificassero. Tramite le loro polveri magiche, potevano dare vita non solo ai bruchi e alle cavallette che distruggevano i raccolti, ma anche ai topi che rendevano inutilizzabili le provviste.

Giasone e Medea, John William Waterhouse

Potevano danneggiare il prossimo in molteplici modi: gettando il malocchio, bruciando improvvisamente il pane dei fornai, facendo gelare il vino all’interno delle botti, convertendo l’amore in odio e viceversa, spingendo i lupi fin dentro gli ovili, facendo evadere i criminali dalle prigioni. Avevano l’ardire di sputare sulla croce e bestemmiare contro l’ostia durante la Santa Messa e, con le loro malie, potevano indurre i buoni cristiani a rinnegare la propria fede. Avevano influssi nefasti su ogni cosa: la guerra, l’amore, la fortuna, la gravidanza, gli spiriti… Niente era immune alla loro influenza[10].

Conoscevano l’uso delle erbe e le loro doti curative, così come le virtù dei semplici medicinali. Somministravano estratti vegetali e avevano un rimedio per ogni male, ma sapevano manipolare bene anche i veleni.

Con le piante e altri ingredienti fabbricavano filtri d’amore, confezionavano elisir in grado di mantenere la giovinezza e guarivano le malattie pur non essendo medici. Per fare tutto ciò si servivano di immagini di cera, filtri, amuleti, sostanze allucinogene e unguenti velenosi.

E, a proposito di questo, possedevano un olio speciale e a loro esclusivo utilizzo, grazie al quale volavano ai convegni notturni cavalcando manici di scopa o il dorso di un caprone. L’unguento stregato conteneva erbe che alteravano lo stato ordinario di coscienza, come la mandragora, la cicuta, l’aconito, il giusquiamo, la belladonna… Tra gli ingredienti più comuni figura anche la pelle di rospo, che contiene bufotenina, una sostanza altamente allucinogena. E le bazure lo conservavano all’interno del cosiddetto cornu de l’untu – il corno dell’unguento -, un contenitore che, a giudicare dal nome, era presumibilmente ricavato in un corno di caprone o di bovino, e in genere veniva conservato al sicuro da sguardi indiscreti, all’interno del camino domestico.

Tracce del Sabba e delle danze estatiche delle bazure rimangono ancora oggi nei cosiddetti “cerchi delle streghe” che, con un po’ di fortuna, si possono realmente osservare sulle praterie di certi monti delle Alpi Liguri. Sono punti in cui l’erba cresce enigmaticamente in verso contrario, disegnando un cerchio perfetto. La tradizione popolare voleva che un animale che si fosse nutrito in quel punto si sarebbe ammalato o avrebbe prodotto latte velenoso per i suoi cuccioli. E poi ci sono i racconti dei fuochi delle streghe, fulmini globulari dai movimenti repentini avvistati fino a un secolo fa in alta Valle Argentina, di cui diversi sono stati testimoni oculari[11]. Sfere luminose comparse persino in giornate limpide e terse pare siano salite dal fondovalle per raggiungere Triora. E, ancora una volta, per la popolazione fu inevitabile pensare alle bazure, a chi altri, se non a loro?

I luoghi prediletti per i conciliaboli erano fonti e fontane, lavatoi, orridi e polle d’acqua, ma non disdegnavano neppure certi oscuri carruggi dei borghi, quasi a farsi beffe di chi le perseguitava[12]. Tra i luoghi della tregenda figurano anche isole, spiagge, grotte, pietre sacre, anfratti e siti d’alta montagna. Per questo si tende a pensare che fossero depositarie di culti pagani, le ultime officianti dell’antica religione.

Circe, ohn William Waterhouse

In alcuni casi, come accade ad Andagna, le bazure possedevano una sorta di parola d’ordine per accedere ai loro luoghi di ritrovo: Vola, vola mignattùn che tra en unra mi ghe sun! [13] Vola, vola vampiro, che tra un’ora ci sono! Da questa formula dialettale di riconoscimento apprendiamo che la bazura ligure era considerata un essere succhia-sangue. Infatti, sebbene la parola dialettale mignattùn sia obsoleta e ormai caduta in disuso, pare fosse utilizzata in modo spregiativo per indicare una persona malvagia e per descrivere sia la sanguisuga che il pipistrello. Secondo la superstizione, la bazura poteva pungere con uno spillo i calcagni dei bambini e suggere il sangue dal piccolo foro così creatosi[14]. In questo, come in altri loro tratti caratteristici, somigliano alle Lamie della tradizione greca e latina.

Infine, esiste un antico proverbio popolare che può raccontare ancora qualcosa sulle streghe di questa regione. Si dice, infatti, che Quandu u ciöve c’u sue, e bàgiure i fan l’amùe [15]: quando piove con il sole, le bazure fanno l’amore. Non vi è qui nessun rimando a qualcosa di malevolo o malvagio, ma con questo detto si tentò di offrire una spiegazione mitologica all’origine di un evento atmosferico insolito e curioso, che suscita spesso sorpresa. La pioggia e il sole insieme paiono un controsenso, eppure in quella zona di confine tra il bello e il brutto tempo troviamo l’essenza della bazura ligure. E’ un riferimento al limine, a quel luogo di confine che da sempre è accomunato alla magia, al soprannaturale, alla comunicazione tra mondi e dimensioni differenti. Rappresenta l’indefinito, quel luogo del tempo e dello spazio che non è possibile racchiudere, catalogare, incasellare, poiché in esso esiste un continuo rimescolamento di energie. E così è pure la strega ligure: inafferrabile, sfuggente, assidua frequentatrice di zone liminali e devota all’oltre.

Jaqueline Wilson

E, nonostante ormai di queste figure si tenda a ricordare e perpetuare solo il negativo, sopravvivono racconti sporadici e preziosi come le rare stelle alpine, che tramandano la loro benevolenza e magnanimità nei confronti dei più meritevoli. Furono le bazure a benedire le acque dell’antico Lavatoio del Noce di Triora, che da allora divennero terapeutiche e assai benefiche per i malati. E fu grazie al consiglio di una bazura incontrata presso un’antica fonte[16] che un uomo divenne il capostipite di una delle famiglie più agiate di Triora. Pare avessero anche un buon fiuto per gli affari, poiché di loro si dice che fossero in grado di scoprire tesori nascosti. In questo somigliano alle fate, loro lontane parenti. Ma, in verità, potremmo dire che da loro non si discostino affatto; i destini di queste due figure del folklore sono talmente intrecciati che non è più possibile parlare delle une senza citare le altre.

Non importa, in fondo, se diamo loro il nome di bazure, di fate o di sagae: le definizioni restano umane. A importare è la forte essenza del femminile, la sua magia e il suo carattere sapienziale, non ancora sradicati nonostante i secoli di demonizzazione.

©Melania D’Alessandro per spondediboscomadre.com

Bibliografia e sitografia:

  • Le streghe e l’Inquisizione. Superstizione e realtà, P. Francesco Ferraironi, Cav. A. Dominici Editore (1988)
  • Le streghe. Storia di donne che nacquero fate e morirono amanti del diavolo, Vanna De Angelis, Piemme Pocket (2003).
  • Leggende delle Alpi, Maria Savi-Lopez, Editrice Il Punto – Piemonte in Bancarella (2014)
  • I segreti di Triora. Il potere del luogo, le streghe e l’ombra del boia, Maria Antonietta Breda, Ippolito Edmondo Ferrario, Gianluca Padovan, Ed. Mursia (2010).
  • http://www.cultura-barocca.com
  • http://www.cumpagniadiventimigliusi.it

Alcune credenze popolari legate alle bazure sono state raccolte oralmente.

Vietata la riproduzione del testo con qualsiasi mezzo o strumento senza l’autorizzazione e l’attribuzione dell’autrice.


NOTE:

[1] Fonte: latopinadellavalleargentina.wordpress.com

[2] P. Francesco Ferraironi, Le streghe e l’Inquisizione. Superstizione e realtà, Cav. A. Dominici Editore [1988], p.56.

[3] IBIDEM, p.20.

[4] IBIDEM.

[5] IBIDEM, p.27.

[6] IBIDEM, p. 9.

[7] IBIDEM, p.27.

[8] IBIDEM.

[9] IBIDEM, p. 10.

[10] IBIDEM, pp. 24-27.

[11] M. A. Breda, I. E. Ferrario, G. Padovan, I segreti di Triora. Il potere del luogo, le streghe e l’ombra del boia, Ed. Mursia [2010], p. 381.

[12] Un luogo di ritrovo di questo genere è ricordato dalle fonti trioresi e identificato in Via Dietro la Colla, dove esisteva ancora negli anni Venti un’antica statua rappresentante una divinità femminile arcaica, ormai andata perduta. Altro sito di riunione delle bazure era il vicolo Dietro la Chiesa, in prossimità dell’attuale Collegiata, là dove un tempo si pensa sorgesse un luogo di osservazione delle stelle e un centro cultuale pagano.

[13] P. Francesco Ferraironi, Le streghe e l’Inquisizione. Superstizione e realtà, Cav. A. Dominici Editore [1988], p.10.

[14] IBIDEM, p. 27.

[15] IBIDEM, p.9.

[16] La Fontana di Campomavùe, anche conosciuta come Fontana delle Streghe.

Un salvagente per chi teme di affogare

“Anima mia… Mi sembra tutto così… Grande! Sei proprio certa di quello che hai scelto per me?”

“Non potrei esserlo di più.”

“Non so se ce la faccio… Mi sento tanto piccola in confronto a tutto quello che vedo intorno a me.”

“Se sei qui, ora, significa che hai un ruolo importante da svolgere in tutto questo. Vedi grande e insormontabile ciò che ti addolora perché non consideri una cosa fondamentale.”

“E sarebbe?”

“La tua stessa grandezza. Ciò che hai intorno e a cui attribuisci la causa del tuo malessere non è neanche paragonabile alla grandezza che sei. Io sono te. E io posso tutto, lo sai. Vivi sotto l’effetto oppiaceo della materia. Ma se apri gli occhi puoi vedere la perfezione di questo grande, enorme riflesso che rispecchia ciò che sei. Lo vedi? Riesci a farlo, questo?”

“Sì. Sì! Lo vedo, ora.”

“Bene. Vedi e senti fino a che punto arriva la tua creazione?”

“Caspita, sì!”

21 segni che stai sperimentando una perdita d'anima | Spazioazzurro
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“E allora sei altrettanto grande per ribaltare questa visione, scardinarla, trasmutarla. Crea la tua realtà. A tua immagine e somiglianza. Con libertà e centratura, con la sicurezza del Guerriero Spirituale.”

“Ecco, c’è un’altra cosa, Anima mia. Mi spaventa, tutto questo. Mi fa paura accettare di essere grande. Perché significa dover attraversare altrettanto grandi tempeste, proporzionate a ciò che sono. A volte è più comodo sentirsi in balia degli eventi, avere qualcuno su cui scaricare responsabilità.”

“È quello che accade alle Anime bambine. Ma io sono un’Anima adulta, ormai, e tu con me. Non ti chiedo di non aver paura. Provala, non reprimerla, sperimentala. Ma fa’ che diventi stimolo per il tuo cor-aggio. Non esserne serva, siine padrona. Non soccombere ai tuoi demoni. Ormai sei consapevole di ciò che si trova al di là della soglia a cui essi fanno la guardia: una Bellezza e una Libertà senza eguali. Per te e per tutti gli altri Esseri.”

“Non vi rinuncerò. Affronterò tutto questo.”

“Oh, lo so bene. Lo stai già facendo. E, mentre lo fai, per un attimo smetti di essere Quercia e trasformati in Giunco. Flessibile, ondeggiante e difficile da spezzare, capace di crescere anche nelle paludi.”

“Sia fatta la tua volontà, allora. Così è.”

Ho scritto di mio pugno questo Dialogo con l’Anima in risposta agli eventi che si stanno succedendo e che vedono molti/e interrogarsi profondamente. Per chi ha occhi per vedere, sarà facile comprendere e intuire quanto quello che ho riportato poco sopra non sia un semplice racconto di fantasia.

Siamo esseri divini, ma troppo spesso lo dimentichiamo. E lo dimentichiamo soprattutto in situazioni che reputiamo insormontabili, difficili da gestire o da affrontare.

Viviamo attualmente in una condizione di emergenza. Lasciando da parte le definizioni sul piano materiale e i risvolti politico-sociali di questo termine, la parola stessa implica qualcosa che emerge, che viene a galla, in superficie.

E ciò che emerge è per molti/e insostenibile, troppo grande, troppo pesante da fronteggiare.

odiare se stessi
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Fa paura tutto questo male. Fa paura percepirlo come uno tsunami inarrestabile. Spaventa vedere l’odio, il rancore, il giudizio, la violenza di cui l’essere umano si macchia, così come si inorridisce davanti alla corruzione, a chi è privo di scrupoli, alla meschinità.

Le verità che salgono a galla dai flutti dell’inconsapevolezza feriscono gli occhi e i cuori di molti/e. Sembra di affogarvi, nessun luogo appare più sicuro e incontaminato dalle nefandezze del mondo umano. Lo so bene.

Ma so anche che non è questa la prospettiva più utile da cui osservare le cose. Il male, l’odio, il rancore, il giudizio, le ingiustizie, l’arrivismo, la corruzione, la meschinità… Sono presenti da sempre, ma prima erano nascosti, celati e subdoli. Ora, invece, sono sfacciati, giocano a viso scoperto, e possiamo finalmente vederli per quello che sono. A livello collettivo.

Non è forse più pericoloso l’invisibile? Non è forse più dannoso ciò che si insinua non visto e che opera in tal modo indisturbato? La realtà, anche se si fatica a vederla e accettarla, è che guardare negli occhi ciò che prima era semplice sospetto è un potere, una forza, un’arma.

Il boccone più amaro da mandare giù è che nella misura in cui tutto questo ci scuote e ci colpisce, con la stessa intensità ci appartiene. E siamo chiamati/e a ri-conoscerlo. A vederlo. E ad accoglierlo per trasmutarlo.

Matrix Resurrections, tutto quello che sappiamo sul ritorno al cinema di  Neo e Trinity - Film
Immagine tratta dal film “Matrix”

Cosa intendo dire con questo?

A ognuno/a l’attuale situazione sociale e/o politica sta stretta per motivi differenti. Pur vivendo nella stessa società e con le stesse regole, ogni persona re-agisce a tale situazione in modi diversi. Qualcuno sente rabbia, qualcun altro prova il senso dell’ingiustizia o della coercizione o ancora della schiavitù. C’è chi si sente discriminato, chi ha paura, chi si sente limitato, chi prova frustrazione, chi odio… e potrei andare avanti così all’infinito. Nell’atmosfera aleggia una vasta gamma di emozioni che ognuno/a imputa a una causa esterna.

“Ho paura di chi non rispetta le regole

“Sono arrabbiato/a con lo Stato, con il Sistema, con il governo ladro!”

“Non parlo più al mio vicino di casa perché non la pensa come me.”

Mi stanno togliendo tute le libertà!”

“Voglio una vita normale ma per colpa di X/Y/Z non ce l’ho più.”

Più delegheremo a qualcosa di esterno ciò che non approviamo, maggiore distanza frapporremo con ciò che siamo realmente.

Perché, in verità, siamo colpiti/e proprio nella sfera che più serve per la nostra evoluzione.

Hai paura del prossimo? Impara ad amarlo di un Amore che non ha nulla di terreno e della dipendenza di cui lo macchiamo. E, soprattutto, ama te stesso/a prima di ogni altra cosa.

Temi, giudichi, condanni la trasgressione? Allora chiediti in quale sfera della tua vita sei trasgressore tu stesso e quale emozione muova il tuo essere trasgressivo.

Ti senti derubato/a di qualcosa, schiavo/a, non libero? Forse non ti rendi conto di esserlo ogni giorno della tua vita e in ogni ambito. Se vuoi essere libero/a, liberati! Liberati dai tuoi schemi mentali, dal giogo dei pensieri e dei limiti che ti auto-imponi. Liberati dal senso della sconfitta e del dovere, da tutte quelle catene che t’impediscono di essere sveglio/a a te stesso/a.

Qualsiasi sia la situazione in cui ti trovi e il modo in cui la stai attraversando, fermati e inizia a considerare le cose con una percezione differente. In fondo, stiamo sperimentando cose del tutto nuove, che mai avremmo immaginato di vivere sulla nostra pelle… Allora forse è il caso di rendere nuovo anche il nostro punto di vista e il nostro modo di affrontare la vita. Il modo in cui abbiamo vissuto fino ad ora si è mai rivelato funzionale? Credo che la risposta a questa domanda sia “no”. E, dunque, tanto vale tentare.

Un giorno il diavolo mi sussurrò all’orecchio: “Tu non sei abbastanza forte da affrontare la tempesta”.

Oggi ho sussurrato all’orecchio del diavolo: “Io sono la tempesta”.

~ Anonimo ~

© Testo Melania D’Alessandro per http://www.spondediboscomadre.com

Immagine di copertina: autore sconosciuto (nel caso lo conosciate, segnalatemelo. Sarò felice di aggiungere i credits).

Non puoi rifiutarti di essere Maestro/a

Ho affermato spesso, tra queste pagine virtuali, di quanto la vita sia un’insegnante preziosa e della validità della sua Scuola. Ho ricevuto più insegnamenti alchemici da lei che da qualsiasi altra guida (sebbene io ne abbia avute di molto valide), e oggi vorrei scendere più in profondità in questo argomento. Lo faccio riportando un episodio vissuto, un’esperienza reale, che potrebbe capitare o essere capitato a chiunque.

Mi trovo in uno stabilimento balneare in cui è stata predisposta un’area pic-nic libera. Io e mio marito prendiamo posto, è l’ora di pranzo, ma ad occupare i pochi tavolini sotto la pergola ci siamo solo io, lui e un’altra coppia.

All’improvviso il cielo si fa cupo e ben presto cominciano a scendere dal cielo le prime gocce di pioggia. In men che non si dica, dalla spiaggia sono in diversi a riversarsi nell’area libera per trovare riparo e i posti ai tavoli vengono occupati tutti. Io e mio marito concludiamo il nostro pranzo al sacco e poi ci viene voglia di un buon caffé per concludere il pasto. Lo stabilimento in questione aveva un ampio spazio coperto con tavolini, questi disponibili solo per i clienti del bar o della spiaggia attrezzata. Decidiamo allora di spostarci sotto la tettoia del locale per essere più riparati e usufruire anche dei servizi igienici. Tuttavia c’era molta gente anche lì…

Mio marito, allora, si alza e va in avanscoperta alla ricerca di un tavolino e io resto seduta per non perdere il posto a sedere, nel caso in cui lui non lo avesse trovato.

E a questo punto accade qualcosa di esilarante.

Io lo seguo con lo sguardo, attendendo un suo cenno qualsiasi e pronta ad alzarmi per raggiungerlo. Mano a mano che lui si allontana da me e si muove all’interno del locale, però, nel mio campo visivo la sua collocazione va a coincidere con quella di un’altra coppia che ho di fronte, a un paio di metri da me.

Mio marito, dunque, è sullo sfondo, mentre l’altra coppia mi sta davanti. Sono nella stessa posizione nel mio campo visivo, ma su due piani prospettici differenti.

Il punto è che il ragazzo della coppia che ho dinnanzi si sta cambiando… è in boxer e sembra proprio che io lo stia osservando molto bene, con interesse… quando invece sto guardando mio marito dietro di lui!

Con la coda dell’occhio vedo la sua ragazza guardarmi con un’espressione poco rassicurante in volto, di pura gelosia.

E, in tutto questo, nessuno dei due ha compreso la realtà delle cose.

Al cenno di mio marito, mi alzo lasciando libero il posto che occupavamo, ma, mentre cammino verso il nuovo tavolo in cui lui mi aspetta, rifletto molto sull’accaduto.

Perché é così che accade: basta un nonnulla per accendere una scintilla, aprire una porta…

E allora mi sono detta: che cosa bizzarra! Quella ragazza aveva evidentemente bisogno di provare la gelosia dentro di sé, di sperimentare i morsi dell’attaccamento, la rabbia, o qualsiasi altra emozione l’abbia attraversata in quegli istanti. L’apparente causa del suo malessere (che le si leggeva in viso) sono stata io… Io che, per uno scherzo di prospettiva, in realtà guardavo e seguivo con attenzione mio marito, ma sembrava che fossi molto interessata ai gioielli del fidanzato della ragazza.

The Unfaithful Guy/Jealous Girlfriend Meme Couple Has an Entire Story on  Shutterstock
Fonte immagine: Google. L’autore ne detiene i diritti.

Per un curioso equivoco, dentro quella ragazza si sono messe in moto delle reazioni fisiche provocate dal tornado emotivo che l’ha investita. Le emozioni recano sempre con sé delle reazioni chimiche all’interno dell’organismo, ce ne possiamo accorgere semplicemente ascoltando il nostro corpo ogni qual volta si presentino la rabbia, l’euforia, la tristezza… esse sollecitano parti specifiche del corpo e tali sollecitazioni possono protrarsi anche per giorni.

Pensate un po’. Tutto questo caos si è riversato sul fisico di questa ragazza. Per un equivoco. Per un evento del tutto inesistente, irreale, menzognero!

E questo accade di continuo nella vita di chiunque, perché in fin dei conti non vediamo mai la realtà per come essa è davvero. La percepiamo attraverso il filtro della nostra personalità, che è del tutto soggettiva.

Fonte immagine: Pinterest

Ma il mio ruolo, in tutto questo, qual è stato?

Per rispondere a questa domanda, devo necessariamente fare un passo indietro.

Ognuno di noi è qui per Essere. Essere significa sì esistere, vivere, ma questo comporta qualcosa che raramente consideriamo, e cioè il manifestare quello che siamo (corpo, emozioni, mente, spirito) ed essere al contempo dei mezzi attraverso cui gli altri possano imparare a ri-conoscersi. Detto con un linguaggio caro alle scuole iniziatiche antiche: ognuno di noi è al contempo allievo e maestro per l’altro. E’ un ruolo dal quale non possiamo sottrarci. Sarebbe come se una pianta si rifiutasse di fiorire o dare frutto, il che la condurrebbe a morte certa entro un determinato periodo di tempo.

A tal proposito, sono considerati maestri: il genitore che ci abbandona, il partner che ci tradisce, il vicino di casa rumoroso e fastidioso, il collega invidioso e malevolo, il datore di lavoro irrispettoso…

Fonte immagine: Pixabay

Mi rendo conto che il discorso in questione sia troppo complesso e sfaccettato per poter essere sviscerato esaustivamente in questo articolo, ma il punto è – per rispondere alla domanda di qualche riga sopra – che io sono stata maestra per quella ragazza (così come lei lo è stata per me). E non mi sono potuta esimere da quel compito, perché, attraverso di me, lei ha sperimentato una serie di emozioni (=demoni interiori) importanti, che le serviva provare e ri-conoscere, osservare.

Ci sono diverse occasioni nella vita in cui è possibile accorgersi in modo lampante del nostro ruolo di maestri/e. Uno di questi è quello che vi ho raccontato, ma capita di continuo nell’arco delle nostre giornate.

Per esempio: quante volte, mentre siete alla guida, un pedone decide di attraversare la strada? A qualcuno sorridete, ad altri no. Perché decidete di donare un sorriso a uno sconosciuto? In base a cosa, invece, ignorate il passante o, addirittura, lo guardate in cagnesco? Non c’è sempre una spiegazione logica, razionale e/o materiale. Non sempre potete rispondere: “perché ha un viso simpatico” o “perché si è buttato in mezzo alla strada, quello str***o!”. Fateci caso.

E’ l’energia, sono le vibrazioni di quella data persona a risvegliare in noi reazioni energetico-vibrazionali della stessa frequenza. Ci sarà chi avrà bisogno di un nostro sorriso, chi, invece, di uno sguardo in tralice.

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Ed ecco che, allora, diviene inutile nascondersi, come fanno molti. Ci sono persone che, per timore di essere quello che sono davvero, indossano maschere di “carineria” e gentilezza, pur di non offendere l’altro/a. Quando l’altro/a, in realtà, avrebbe tanto bisogno di un nostro gesto/tono brusco, di una smorfia.

Per cosa? Per ri-conoscersi, rispecchiarsi nell’altro/a, risvegliarsi dal torpore dei sensi, vedere oltre l’illusione, squarciare quello che gli antichi chiamavano Velo di Maya.

Le emozioni e gli eventi che viviamo sulla nostra pelle servono affinché prendiamo coscienza del nostro totale e cieco asservimento a quello che è il nostro corpo, della nostra carenza di volontà, del nostro non essere identificati con l’Anima che siamo (non che abbiamo!). Non che sia un male essere immersi nel corpo, dopotutto è la nostra materia, la casa in cui abitiamo, ma non siamo solo questo. Abbiamo una parte spirituale che non consideriamo, un potenziale che resta per lo più del tutto inespresso.

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Per concludere, dunque, non siamo qui per essere umanamente perfetti, ma rispecchiare l’universale perfezione che si avvale anche di apparenti controsensi. Siamo qui per Dare, Servire. Dare ciò che siamo, nel bene e nel male, così come la Natura dà fiori e frutti, ma anche muffe e parassiti. Servire tramite la nostra energia, le vibrazioni che ci portiamo dentro, positive o negative che siano. Non siamo qui per essere sterili e asettici. Ci serve inciampare, esultare, discutere, amarci, confrontarci, gioire… Ma la verità è che questo Essere serve anche agli altri, non solo a noi stessi.

E allora basta trattenersi. Basta fingere ciò che non siamo. Basta adeguarci a chi abbiamo accanto o di fronte “per paura di…”. Basta impedirci di mostrare il nostro volto privo di filtri: lasciamo che le emozioni lo attraversino. Nel bene e nel male. Siamo qui per questo. E (forse) non abbiamo idea di quanto il nostro riflesso serva al mondo. Perché siamo nati per essere Maestri, nessuno escluso. Non possiamo esserlo trincerandoci, ma solo schiudendoci, aprendoci. E ancora non sappiamo quanti fiori e riflessi arricchiranno la nostra e l’altrui vita percorrendo questa via.

Siamo qui per questo: Essere.

Fonte immagine: Pixabay

“L’uomo che fa molto, sbaglia molto.

L’uomo che fa poco, sbaglia poco.

L’uomo che non fa niente non sbaglia mai. Ma non è un uomo.”

~ Confucio ~

Melania D’Alessandro per spondediboscomadre.com

L’Universo in uno stagno

È fine estate e i torrenti di montagna sono in secca. Al loro posto, acquitrini in miniatura, pullulanti di vita.
Una vita che resiste all’aridità e si aggrappa a quegli specchi di brodo primordiale.
Sotto la superficie nuotano piccoli di Salamandra. E girini. Tanti girini.

Amo i riflessi delle fronde più alte in questi stagni, mi piace perdermi e ritrovarmi in essi, viaggiare tra quegli strati sovrapposti.

Nell’esplorarli ripenso spesso alle Dame guardiane delle Acque che popolano da sempre l’immaginario umano, ai draghi di sorgente, simboli della conoscenza che il lago, il ruscello, la palude e lo stagno possono offrire agli intrepidi che sanno avventurarsi nell’Oltre.

Mentre sono lì, rapita, un momento vedo le foglie sui rami, poi l’occhio mette a fuoco le profondità, con le sue pietre verdognole e i fondali melmosi. È così che sopra e sotto, dentro e fuori si mescolano e si rincorrono. Non si capisce più cosa sia un riflesso e cosa no. Ecco che allora in una polla si racchiude la metafora dell’esistenza, a più livelli.

Coesistono insieme dimensioni diverse, l’una non meno reale dell’altra: siamo noi a scegliere cosa guardare.
Le fronde e il cielo riflessi?
I sassi?
L’acqua?
Le Salamandre?
E quante dimensioni dell’esistenza può catturare uno scatto?
Quanti strati di vita si sovrappongono e si compenetrano?
E quanti ne contiamo?

Se guardi nelle dimensione sotto il pelo dell’acqua, le Salamandre ti parlano di resistenza al male, alle difficoltà, a ciò che è avverso. E di costanza, di valore nella lotta, di virtù. Parafrasando l’alchimista persiano Geber, questo anfibio è ciò che vince il fuoco e non ne è vinto. È colui/colei che nel fuoco resta in amicizia, dilettandosi con esso. Che insegnamento! Restare nel fuoco senza scottarsi, ma danzare con esso, giungere persino a divertirsi… Un messaggio che oggi fatichiamo a osservare e a fare nostro, tuttavia i tempi ci richiedono di assimilarlo e incarnarlo.

Ma procediamo in questo viaggio.

Tra le code dei girini troverai trasformazione, zampe che si preparano al salto, la Vita al suo stadio embrionale, fertilità e fermento. Ma l’anfibio è fatto per uscire dalle acque dell’inconscio… Ti racconta il suo emergere a nuovi stati di coscienza, il sublimarsi. E poi camminare, balzare, percepire il mondo con sensi nuovi.

È ciò che siamo chiamati/e a fare, è il compito che, prima o poi, attende tutti e tutte noi.

Sguazzare nell’acqua – nell’inconscio e nell’inconsapevolezza – è comodo e apparentemente sicuro. Ci vuole coraggio a uscire da quello stato, dalla melma che si è sempre conosciuta. Sembra che non ci sia niente al di fuori di essa…

Eppure, c’è chi si avventura al di là, chi vuole esplorare nuove condizioni. E allora mette la testa fuori dal liquido e comincia a scorgere un mondo nuovo, poi vi cammina, immerso in una realtà più leggera, fatta d’aria, e con la concretezza della terra.

Ma c’è di più! Come nello stagno si trovano rane a differenti stadi di sviluppo, così anche noi abbiamo una strada da percorrere, una crescita alla quale non possiamo sottrarci. Ed è una via diversa per ognuno/a, non esiste giusto e sbagliato. Ci sono girini che necessitano del loro tempo biologico prima di sperimentare le zampe e far cadere la coda. E con loro coesistono girini che hanno sia coda che zampe, ma anche rane ormai adulte, completamente formate.

Allo stesso modo, anche nella nostra realtà umana ci sono Anime che hanno bisogno del loro momento per mettere il naso fuori dall’acqua ed emergere. E con esse coesistono Anime che da quello stadio sono già passate e hanno varcato le soglie di nuove dimensioni.

Ha forse un senso giudicare tutto questo? In quest’ottica, esistono il giusto e sbagliato?

Al di là della pelle limacciosa della rana, molto più su, i tronchi degli alberi raccontano di un mondo in cui si svetta verso l’alto, del protendersi, del respirare.
Ci sono animali che distruggono il vecchio e disgregano materia. E ci sono esseri che vivono in mondi liminali che in quella putrefazione si adoperano a decomporre per fare spazio al nuovo che verrà.
Ognuno col suo ruolo.
Ogni creatura libera dal giudizio del bene e del male.

Tutti hanno il proprio compito e trovano il loro posto in un mondo che ha spazio e accoglienza in sovrappiù.
Senza chiedersi perché.
Senza lambiccarsi su cosa sia giusto o sbagliato.
Tutto, semplicemente, È.

E io che osservo, dove mi colloco? Dove sono, dentro, fuori, nel mezzo…?

Posso essere l’osservatore così come l’oggetto osservato. Attrice, spettatrice e sceneggiatrice al contempo. Una e multiforme. La parte e il Tutto. Il micro e il macromondo. Il sopra e il sotto. Il dentro e il fuori.

“Troverai più nei boschi che nei libri”, scriveva Bernardo di Chiaravalle.
Ed è davvero lì, sotto rami antichi e tra steli d’erba giovane, nel guizzare della vita che incrina riflessi sull’acqua e increspa superfici, che si tiene la scuola con le lezioni esoteriche più strabilianti di sempre.
Io non me ne perdo una.

© Melania D’Alessando per http://www.spondediboscomadre.com

Di demoni e fate

La Leggenda

Su, sulle Alpi, incastonato nel massiccio del Monte Bianco, un tempo esisteva un avvallamento rigoglioso color verde smeraldo, brulicante di fiori e animali. Era un vero paradiso in terra, un luogo ameno tanto bello da non poter essere afferrato dall’immaginazione umana.

Qui c’era un lago nel quale il cielo amava specchiarsi e le sue rive erano animate dai piedi delle fate, che ne avevano fatto il luogo prediletto per danzare e organizzare grandi feste, ma soprattutto per cantare. Un giorno, tuttavia, le loro melodiose voci ridestarono dal sonno i demoni che abitavano sul Mont Maudit. Erano affascinati da quel canto, tanto da proporre un’unione alle fate, ma queste giudicarono talmente orribile l’aspetto dei demoni che fuggirono, spaventate.

Da allora, adirati, insoddisfatti e implacabili, i demoni scuotono le montagne che circondano il lago facendo precipitare pietre grigie tutt’intorno. Il luogo non è quasi più verde, ma colore del piombo, tranne quando i demoni stendono sul luogo un’austera coltre di inclemente e gelido ghiaccio.

Lago del Miage

Il Lago del Miage è uno dei luoghi più incantevoli che io abbia mai visitato. E conoscerne la leggenda che vi aleggia mi ha consentito di visitarlo con uno sguardo volto al magico e all’esoterico.

Una storia può essere solo raccontata e ascoltata. Oppure può essere interiorizzata, ri-membrata. Come accade per ogni mito che si rispetti, anche in questa fiaba di demoni e fate scorgo un significato alchemico, più profondo della sola superficie. Andiamo a conoscerlo insieme.

La nostra vera essenza

Come ho già avuto modo di raccontare in altri articoli di questo blog – per esempio in “La Valle Argentina e le sue grotte: oltre il velo della leggenda tra la vita e la morte” – le fate sono forse tra le creature della mitologia e del folklore che più ci connettono a quel mondo altro, a quella dimensione arcaica cui tutti/e apparteniamo.

Storie che le riguardano pullulano le zone di tutto il globo terracqueo, e spesso rappresentano i molteplici aspetti della natura più selvaggia e autentica. La stessa di cui facciamo parte anche noi, sebbene tanto spesso lo dimentichiamo.

Dancing Fairies, Arthur Rackham

Nel caso della leggenda sopra riportata, le fate si fanno portavoce di uno stato primordiale che non ri-membriamo più (al quale, cioè, non diamo più corpo, forma): la nostra vera essenza, quella più autentica che ben si sposa con la dimensione dell’età infantile di purezza e genuinità. Cantano, danzano, celebrano la vita e sono circondate da quella bellezza che solo i bambini riescono a scorgere in ogni piega della realtà.

Il canto e la danza, d’altronde, sono forti espressioni e manifestazioni di uno spirito libero, scevro da giudizi e condizionamenti, proprio come eravamo da piccoli/e. Non solo: rappresentano simbolicamente il suono e il movimento, due elementi senza i quali la vita non può esistere.

Nell’infanzia, soprattutto nei primissimi anni di vita, esprimiamo ciò che siamo veramente, la nostra natura priva di condizionamenti, l’indole intrinseca che ci portiamo dietro dalla dimensione spirituale in cui abitavamo prima di discendere nella materia. E’ un’essenza che tiriamo fuori costantemente, almeno finché essa non viene minata e temprata dall’educazione che riceviamo.

La rottura di un equilibrio perfetto

A questo punto, nella storia fanno il loro ingresso i demoni. Connessi alle pietre e al ghiaccio, hanno un aspetto spaventoso, così tanto da mettere in fuga le fate.

La parola demone è di derivazione greca: il daimon è letteralmente un “essere divino” che si pone a metà tra Spirito e Materia, tra Divino e Umano. In questa figura sono confluite tutte le paure, i traumi, le emozioni disturbanti dell’umanità… ma allora perché è definito “essere divino”?

Il demone è il nostro guardiano di soglia, personaggio iniziatico pronto a sacrificarsi per condurci a ciò che siamo davvero. Incarna il cosiddetto lato ombra, ci mette alla prova ponendoci davanti a ciò che ci separa dalla nostra realizzazione. Ecco dove risiede la sua divinità: nel farsi intermediario tra ciò che siamo nel corpo e ciò che possiamo essere nello Spirito.

Green Dragon, Arthur Rackham

Per l’Alchimia il demone è un agglomerato di emozioni, traumi, convinzioni, limiti… un essere che noi stessi/e abbiamo creato per sopravvivere in un mondo che non ci ha accettati/e per quelli/e che siamo. Ci siamo dovuti/e trasformare, adattare, adeguare a un vestito che non era il nostro e nascondere la nostra autenticità, la missione, i talenti che costituiscono il bagaglio della nostra Anima per questa vita.

Accade, dunque, che le fate della storia vedano questi esseri demoniaci. E, nel vederli, li giudichino. Un giudizio, il loro, del tutto negativo, che le spinge ad abbandonare un luogo che ritenevano importante, bello, ricco di vita… Tutto per un giudizio. Per una paura. Per un fastidio. Per un rifiuto.

Non è forse la stessa cosa che accade anche a noi, a un certo punto della nostra vita?

A causa di un giudizio, una paura, un fastidio, un rifiuto, finiamo per abbandonare gradualmente ciò che siamo davvero, adeguandoci a una realtà che ci calza stretta, che ci opprime e che ci allontana con drasticità da ciò che siamo nati per essere.

Soccombere ai propri demoni… o forse no

Nella storia, le fate sono così disgustate e terrorizzare dai demoni che fuggono, abbandonando il lago. Ciò fa infuriare questi ultimi, tanto che ancora oggi scaraventerebbero giù dalle montagne cumuli di pietre e massi, rendendo il lago il luogo inospitale e aspro che è diventato.

Illustrazione di Alan Lee

In Alchimia si usa una metafora che si sposa molto bene con questa storia. I demoni interiori – che abbiamo detto essere un insieme di emozioni, traumi, convinzioni, limiti, preconcetti – sono paragonabili a delle pietre che, anno dopo anno, vanno a riempire il nostro mare interiore, altrimenti limpido, soffocandolo e saturandolo. Il lavoro alchemico non fa che disintegrare quei massi e trasmutarli in materia utile all’individuo sul piano spirituale.

Il Lago del Miage, guarda “caso” (ovviamente al caso non credo), ha la forma di un cuore colore del cielo. Un cuore che, nel linguaggio simbolico, rappresenta l’amore, la forza motrice della vita e che ha la tinta che attribuiamo al regno spirituale. Un cuore affogato di pietre.

Le stesse pietre che ogni giorno anche noi riversiamo su ciò che siamo davvero, nascondendoci, impedendoci di manifestare l’amore per noi e per il Tutto, obbligandoci a non promuovere la vita e a ignorare il regno dello Spirito. Proprio come hanno fatto le fate, mitiche responsabili dello sfacelo cui sta andando incontro il laghetto di montagna.

Quanti pesi abbiamo sul cuore… non è così? Quanto di noi soffochiamo, e quanto rifiutiamo…

Quante volte, di fronte a una nostra reazione, davanti all’emergere delle nostre ombre, inorridiamo, scappiamo?

La storia alpina del Lago del Miage non ha un lieto fine, ma possiamo scegliere di ridipingerlo per la nostra vita. Come?

Scegliendo di non inorridire al cospetto dei nostri demoni interiori. Decidendo deliberatamente di ballarci insieme, di guardarli negli occhi affrontandoli.

Solo così i nostri mondi interiori smetteranno di essere pietraie plumbee e accidentate. Diverranno allora luoghi ameni, dove vita e morte intoneranno insieme la canzone dell’Esistenza.

Copyright testo: Melania D’Alessandro per spondediboscomadre.com

Diventa ciò che sei

“Non avrei saputo spiegare come in ogni ghianda vivesse già una quercia, né come d’un tratto mi fossi resa conto che dentro di me, nello stesso modo misterioso, viveva qualcosa – la donna che sarei diventata -, eppure mi sembrava già di conoscerla. Era sempre stata lì. Di colpo presi coscienza del mio destino. Dalle ghiande nascono le querce, giusto?” (“L’invenzione delle ali”, Sue Monk Kidd)

Avete mai tenuto in mano una piccola, apparentemente indifesa ghianda?

E avete mai sostato sotto gli ampi rami di una possente quercia?

Se avete fatto esperienza di ciò, vorrei vi poneste nella condizione di abbracciare il fatto che la ghianda e la quercia siano in verità lo stesso essere, perché non sempre ci fermiamo a riflettere su questo e su ciò che comporta.

Accettare e accogliere il fatto che ghianda e quercia siano la stessa cosa significa accettare e accogliere che anche dentro di noi è presente altrettanta grandezza, quando ci sentiamo piccoli e insignificanti come semi in balia del vento.

Ben più difficile, vero?

La ghianda interiore che abbiamo dentro può simboleggiare un talento latente in noi, un dono da far germogliare o rimasto inespresso, così come la nostra crescita spirituale. Quale che sia il significato che le possiamo attribuire, però, è bene riconoscerla, ri-trovarla.

Sì, perché secondo James Hillman, filosofo e psicanalista di scuola junghiana che nel suo “Il codice dell’Anima” elaborò la Teoria della Ghianda, ognuno/a di noi nasce con un compito, una missione ben precisi dettati dalla propria parte divina.

Si tratta di una caratteristica, un messaggio che siamo chiamati/e a portare nel mondo, ma del quale ci siamo del tutto dimenticati/e una volta varcate le soglie della nostra vita terrena, non ne siamo più coscienti. Eppure quel dono si manifesta in molteplici modi e forme nei primi anni di esistenza, spesso non riconosciuto da chi ci sta accanto. E allora, quella bellezza che siamo chiamati/e a far fiorire, resta chiusa in una gemma non schiusa, in un bocciolo che quasi avvizzisce, in un seme che attende che giunga per lui la sua personale primavera.

La nostra ghianda – dice Hillman – viene soffocata dal vissuto personale di ognuno/a, dalla famiglia, dalla scuola, dall’educazione, dalla religione, dalla società… da un insieme di fattori “esterni” che fanno sì che l’individuo non trovi terreno fertile per le proprie passioni, ma che si adegui, che si adatti a ciò che altri/e si aspettano da lui/lei.

E allora il nostro compito, oggi, diventa quello di ricordarci e rimembrare – riportare nel cuore e incarnare di nuovo, ricondurre nel corpo – la nostra vera missione, la risposta più autentica al “perchè siamo qui” e al “chi sono io, veramente?” che tanto affollano le nostre menti e i nostri cuori nell’età adolescenziale.

Io posso nascere Quercia e dimenticarlo.

Posso nascere Quercia e pensare – addirittura DESIDERARE – di essere un Susino. Posso essere un Melograno che si crede un Pero, o un Cipresso che vuole essere un Acero… e credo sia capitato a tutti/e almeno una volta nella vita.

Proviamo intrinsecamente, nell’inconscio, un rifiuto della nostra vera natura, o semplicemente una dimenticanza. Eppure ciò a cui non pensiamo mai è che ognuno di questi alberi ha la propria funzione…

Proviamo a pensare cosa accadrebbe se nascessimo Querce per un motivo ben preciso e invece provassimo a fare i Susini… Viene quasi da ridere, ma la verità, al di là dell’ironia, è che comportandoci da Susini priveremmo il mondo di una Quercia, un albero con una simbologia immensa, con un’energia particolare, in grado non solo di ispirare determinati sentimenti, ma di svolgere funzioni biologiche precise che altri alberi non posseggono.

Se nasco Cipresso, longilineo, svettante verso il cielo, e invidio l’Acero che ho accano, perché è ampio, bello, con le sue foglie palmate, i suoi semi che paiono ali di fata… forse ignoro di essere nato/a Cipresso per una ragione. Forse devo portare nel mondo il mio essere solida antenna tra due mondi – il cielo e la terra, la vita e la morte, l’alto e il basso – e magari non mi rendo conto che dentro i miei rami così fitti e intricati possono trovare riparo creaturine altrimenti indifese dagli attacchi dei predatori.

Ma no, continuo imperterrito/a a volere su di me susine anziché ghiande, mi sforzo ad aprire i miei rami e produrre semi che non siano tondi perfetti, ma con una forma del tutto differente….

Mi auguro si colga il paradosso di queste parole, confrontato con una natura che non ha la nostra mente calcolatrice e che non può vivere questo genere di conflitto dentro di sé. La natura, semplicemente, è. Esiste. Si manifesta così com’è. E questo non significa che dovremmo colpevolizzarci per i sentimenti e le emozioni che proviamo, per l’ammirazione, l’invidia, la repressione, il rifiuto e via dicendo. Siamo esseri umani, non alberi, e come tali dobbiamo fare i conti con una realtà differente da quella che può vivere un vegetale. Tuttavia, ciò non significa che non possiamo trarre insegnamento dalla natura, nostra inestimabile Madre.

E allora, così come ella ci insegna che ogni albero ha le proprie inestimabili funzioni, la propria energia, e che ogni essere è inscritto nel Grande Disegno, inserito al suo interno con un compito ben preciso, così dovremmo imparare a guardare a noi stessi/e.

Trovare e onorare il proprio dono, il motivo per cui abbiamo scelto di incarnarci qui, ora, sono compiti ardui. In trent’anni di esistenza e dopo tanto ricercare, solo nell’ultimo anno ho avuto la mia epifania, rivelatasi a me proprio in quel pazzo/benedetto 2020 che ci ha poste/i di fronte a un meraviglioso caos primordiale pregno di potenzialità. Auguro a tutti di ri-scoprire il proprio dono, tenere fra le mani il timone che ci aiuta a tenere la rotta, perché, quando capita, ogni scampolo di stoffa va a formare un arazzo bello da togliere il fiato, tanto da farci pensare: “Ma come ho potuto non vederlo prima?”.

E allora vi esorto a domandarvi: quando eravate piccole ghiande, bambini/e, cosa vi piaceva fare? Cosa amavate? Come trascorrevate il vostro tempo? Quali qualità erano vostre e vostre soltanto? Una volta che avrete risposto, nutrite la vostra ghianda interiore, abbandonate tutti gli orpelli con cui vi siete agghindati/e nel tempo e fatevi l’immenso regalo di essere semplicemente, meravigliosamente VOI.

Nell’interrogarmi sugli stessi quesiti, ho scoperto che la me ghianda aveva freschezza cristallina, cantava alla Natura e si nutriva di fiabe e di miti.

La me ghianda aveva uno sguardo unico sul mondo, un’essenza solare e gioiosa.

Poi sono giunte le prime tempeste della vita, le ricordo ancora. E allora, messi i primi germogli, mi chiedevo che alberello sarei diventato: Melo? Sorbo? Così sono andata per tentativi. Forse ero un Ciliegio, dal legno rosso e dai dolci frutti. Ho persino provato a essere bianca e slanciata Betulla, ma niente, il mio tronco era diverso. Forse… vuoi vedere che sono un Nocciolo?

Dopo tanti errori e tentativi, infine ho realizzato di essere Quercia.

Come, io? Ma siamo sicuri?

E così eccomi qui, col mio timone in mano, riunita alla me ghianda. Il canto e il suono fanno di nuovo parte della mia quotidianità e ho capito che fiabe, miti e origini possono essere strumenti per #ritrovareilsacro dentro e fuori di noi. Con questi semi tra le mani, sono pronta a risvegliare nel mondo antichi saperi, affinché altri possano aprire gli occhi su un Universo che forse non hanno mai considerato, e lo faccio a modo mio, con libertà, creazione e cambiamento.

Auguro a te che stai leggendo di fare altrettanto, col cuore.

Che il polline di questo fiore sbocciato oggi in questo mio post possa raggiungerti, ovunque ti trovi, dando vita a nuovi, meravigliosi e unici frutti.

Mel

Cantare all’impasto – La Croce di Brigid

Nonna canta sempre, quando cucina. Sono cresciuta con lei, sarà per questo che amo cantare anche io quando ho le mani in pasta o quando mi appresto a dare sfogo alle mie doti culinarie. Eppure ho scoperto nel canto un magico alleato solo negli ultimi anni, riconoscendone il valore.

Il cibo che ingurgitiamo è composto certamente da una determinata percentuale di acqua, così come lo siamo noi e il pianeta che abitiamo. Ho già parlato altre volte del potere che le parole e il suono possono avere sull’acqua e sulla realtà (se sei digiuno/a dell’argomento, ti consiglio di leggere i miei articoli “Fitoterapia energetica, memoria dell’acqua e pensiero positivo” e “Una realtà creata a nostra immagine e somiglianza“) per cui non mi dilungherò ancora al riguardo, ma credo fermamente nella possibilità di “informare” le molecole della materia con intenti nuovi, nel mio caso di guarigione, benedizione e amore, caratteristiche che ben si sposano col periodo che stiamo attraversando, e cioè quello che i Celti definivano Imbolc, dedicato alla dea Brigid, conosciuta anche come Bride, Brigit, Bridie, Belisama… (puoi approfondire leggendo il mio articolo “Mezzo Inverno, Imbolc o Candelora: feste di purificazione e rinascita“). Per questo, ogni volta che posso, in-canto il cibo che porto in tavola infondendo le energie che voglio attraversino il mio organismo e quello di chi mi sta accanto.

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L’acqua è un elemento fondamentale per la vita sul nostro pianeta, ecco spiegato perché sono in molti, giustamente, a darle importanza nei loro riti e nei loro intenti, cosa che per altro era ampiamente conosciuta anche dai popoli antichi, che veneravano sorgenti, laghi e fiumi come portatori di profonda guarigione.

La dea Brigid, per altro, era connessa con questo elemento altamente curativo, oltre che col fuoco dell’ispirazione, della purificazione e dell’azione. A lei, che in epoca cristiana confluì in Santa Brigida, è associato un simbolo, la Croce di Brigid, che ormai per espansione di coscienza è divenuto potente, importante, e che reca con sé le caratteristiche più profonde della dea.

Nella tradizione irlandese e celtica, tale croce viene realizzata in giunco o in vimini intrecciati e si appende alla porta di casa con l’intento di proteggere e benedire non solo l’abitazione e chi vive sotto il suo tetto, ma anche tutti coloro che poseranno lo sguardo sul magico oggetto. Resterà lì per un anno intero, poi verrà bruciata per lasciare il posto alla nuova croce, realizzata in prossimità dell’Imbolc successivo.

Dunque, data la bellezza dei messaggi celati in questo simbolo, mi sono chiesta perché non realizzarne una di pan brioches, cantando le mie benedizioni all’impasto così che potesse portare amore a chi l’avrebbe mangiata.

E allora mi sono munita di:

  • 550 gr di farina (di cui 450gr manitoba e 100gr di farina tipo 1)
  • 300 gr di latte
  • 50 gr di burro
  • 13 gr di lievito di birra secco (di quello fresco ne servono 20 gr)
  • 60 gr di zucchero integrale di canna
  • 1/4 di cucchiaino di sale
  • vanillina (ma si possono usare anche l’aroma alla vaniglia o all’arancia, oppure la scorza di quest’ultima, se non trattata)
  • granella di nocciole q.b
  • zucchero a velo q.b.

Oltre a questi ingredienti, ce n’è uno che non ho elencato, ma che è stato presente e fondamentale: la musica. Io ho accompagnato il mio lavoro con canti medicina mirati alla guarigione e alla benedizione dell’acqua (ne trovi uno qui e un altro qui, per esempio), ma si possono usare anche brani strumentali a 432 hz, una frequenza capace di generare pace e armonia.

Con tutto l’occorrente alla mano, ho intiepidito una piccola parte del latte in un pentolino per sciogliervi dentro il lievito secco. Se si usa quello fresco, si può saltare questo passaggio.

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Il latte è un simbolo onnipresente nella festività di Imbolc, poiché non solo rimanda al bianco della purezza e della neve che ancora ricopre il manto erboso della natura, ma era indicativo di rinascita, abbondanza e nutrimento per le popolazioni agro-pastorali presso cui Imbolc era una celebrazione assai sentita. Infatti, in questo periodo avveniva la lattazione delle pecore e presto la vita sarebbe tornata a scorrere dai loro grembi e in tutto il mondo naturale.

Ho preso una casseruola e ho aggiunto il lievito al latte restante, insieme al burro e allo zucchero, intiepidendo il tutto a fuoco basso e per pochi minuti, il tempo necessario di sciogliere il burro (nel bimby: 3 minuti, 37°C, vel. 2), poi ho trasferito tutto in una terrina insieme alla farina e al sale, impastando (nel bimby: 3 minuti, velocità Spiga).

La farina, così come il latte, ha una sua importanza simbolica all’interno del dolce. I pani erano cari a Brigid come ad altre dee, e la farina rappresenta il ciclo di trasformazione del grano: da chicco a impasto fragrante, morbido e nutriente. E’ il figlio divino (grano) che muore per smembramento (farina), è trasmutazione profonda (nel forno) per rinascere e risorgere (come pane). E’ dunque simbolo del ciclo vitale, di quella ruota annuale di vita-morte-rinnovamento a cui tutto il creato va incontro.

Una volta pronto, l’impasto è risultato compatto e morbido. Ho infarinato un’altra terrina e ve l’ho adagiato per farlo riposare, coprendolo con pellicola trasparente e tenendolo in un luogo caldo e asciutto, dove ha lievitato per un’ora e mezza, fino al raddoppio delle sue dimensioni.

Trascorso questo tempo, ho diviso l’impasto in 8 panetti, sistemandoli sulla placca del forno infarinata e li ho lasciati riposare 5-10 minuti, per poi riprenderli e lavorarli a formare come dei grissini piuttosto lunghi, che poi ho intrecciato per formare la Croce di Brigid (trovate un ottimo tutorial della sua versione in lana qui, il procedimento è lo stesso, anche se per il dolce si usano solo 4 panetti per creare i bracci e l’intreccio).

Ho stretto bene i nodi centrali, poi ho coperto la croce con un canovaccio e mi sono prestata a realizzare la seconda coi 4 panetti rimanenti. Le dosi indicate, infatti, sono sufficienti per due croci belle grandi, del diametro di un piatto da pizza: la prima l’ho realizzata per me, mentre la seconda l’ho donata con amore ad Anime speciali.

Le due croci hanno lievitato ancora un’ora circa, raddoppiando di nuovo il loro volume, poi per loro è stato il tempo di finire al calduccio nel forno, preriscaldato a 180°C. Mentre il forno raggiungeva la sua temperatura, ho spennellato la superficie delle croci con del latte e l’ho cosparsa con la granella di nocciole.

La nocciola, per i Celti, era simbolo della saggezza che trascende il tempo e lo spazio. Di esse, secondo la leggenda, si nutre il Salmone della Conoscenza che detiene tutta la sapienza del mondo. Ma il nocciolo è anche l’albero caro ai bardi, quello che più di tutti offre ispirazione artistica e poetica, le stesse che Brigid presiede.

E’ bastata mezz’ora di cottura per dare vita a questo dolce profumato, scenografico e genuino, dalla buona energia. Trascorso questo tempo, va fatto raffreddare prima di spolverarlo con lo zucchero a velo e di gustarlo.

Lo zucchero a velo, in questo caso, simboleggia lo strato di neve che ancora ricopre il suolo. E’ sottile perché è destinato a scomparire, forato dai primi bucaneve che annunciano l’arrivo imminente della bella stagione.

Quello che ho realizzato è un pane adatto alle colazioni e si presenta dal gusto povero, ma che non lascia indifferenti. Ottimo anche per essere farcito a piacimento con marmellate artigianali o creme spalmabili fatte tra le mura di casa, ha saputo accontentare i gusti di tutti e portare gioia nei cuori di chi lo ha gustato.

Melania D’Alessandro per http://www.spondediboscomadre.com

Rispettare le ombre del bosco

Quando desideri entrare a casa di un conoscente, che sia un parente o un amico, bussi alla porta, suoni il citofono o il campanello. E immagino che tu ti assicuri che la tua visita sia cosa gradita e non improvvisa, magari fai una telefonata per avvisare del tuo arrivo… Questo accade perché hai rispetto degli spazi altrui, ne riconosci i confini e non li valichi senza il permesso di chi li abita.

Perché, dunque, dovrebbe essere diverso con un bosco o un luogo naturale?

Anche quegli ambienti posseggono confini, regole, limiti e padroni di casa, anche se non sono come li concepirebbe la nostra umana mentalità. Boschi, radure, montagne, praterie hanno una loro logica che sfugge alle nostre menti razionali, ma questo non ci giustifica a non rispettarla.

Ci sono luoghi che non vogliono essere visitati, che non amano presenze esterne. Esistono pieghe della natura che si richiudono in se stesse perché hanno bisogno di ricucire ferite invisibili, di guarire energie sottili che noi avvertiamo solo in rari casi… Eppure ci arroghiamo spesso il diritto di volere e potere arrivare ovunque, anche dove non saremmo ben accetti.

E’ possibile riconoscere questi tratti di foresta o di natura, anche se servono occhi attenti e cuore aperto. Ma, prima di dirti come fare, ti racconto due aneddoti in cui potresti ritrovarti; potrebbe essere capitato anche a te di vivere esperienze simili alle mie, ma forse non vi avevi mai prestato attenzione prima. Sono qui anche per questo: per farti vedere ciò che prima era invisibile, celato sotto la coltre dell’inconsapevolezza.

Grovigli e temporali

Tempo fa lavoravo a un altro blog con una carissima amica. Avevamo scritto un articolo su un tratto di bosco molto particolare, sul quale aleggiano leggende da brivido e superstizioni niente male. Si tratta di un luogo incastonato in un vallone, cupo, tetro, aggrovigliato, dove anche certi animali faticherebbero a entrare. Si vocifera che lì, secoli fa, siano accaduti eventi di grande violenza, qualcuno dice sia abitato da spiriti poco amichevoli, altri giurano di aver visto delle luci salire da quegli alberi in certe notti… Be’, necessitavamo di qualche foto di quel nugolo di rami, e così mi recai sul posto con la reflex. Allora non conoscevo tutte le dicerie che si raccontavano al riguardo e non avevo ancora maturato la sensibilità che ho acquisito col tempo, ero una semplice visitatrice desiderosa di trarre qualche scatto a uno scampolo di mondo che mi incuriosiva, carico di mistero, come piace a me.

Ebbene, la sensazione, scesa dall’auto, era quella di avere mille occhi puntati contro, e giuro che la mia non fosse suggestione. Nel folto degli alberi non si poteva entrare, la vegetazione era troppo fitta, troppo intricata. E allora ho goduto del tutto dalla striscia di nero asfalto che vi correva nel mezzo, scattando qualche foto di tanto in tanto.

Era una calda giornata di agosto, non limpida, ma non minacciava di certo pioggia. Dopo circa dieci minuti dal mio arrivo, si è scatenato un temporale piuttosto violento, con grandine e tuoni minacciosi. Il cambiamento del meteo è stato così improvviso e repentino che mi sarei infradiciata, se non mi fossi rifugiata in una galleria. All’entrata e all’uscita del mio riparo scorrevano due cascate d’acqua e soffiava un’aria fredda, ben poco accogliente.

Lasciai spiovere e me ne tornai in auto con ben poche foto nella reflex, ma con un’inequivocabile certezza nel cuore: quel luogo non voleva essere disturbato e io avevo recepito il messaggio.

Strani rumori

La scorsa estate mi sono decisa a visitare un luogo sacro immerso nella macchia. Si trattava di un posto suggestivo, da quel che avevo sentito dire, intriso di tradizioni e storia. Ancora una volta, presi l’auto e mi misi in marcia. Arrivata a un certo punto, però, trovai una grossa frana che mi impediva di proseguire su quattro ruote, ma non a piedi… così abbandonai la macchina sullo sterrato e proseguii con le mie gambe. La strada per giungere all’antico luogo di culto era ancora lunga e a ogni curva incontravo frane, alberi crollati, detriti… e ogni volta li scavalcavo e proseguivo.

Arrivare sembrava diventata un’impresa impossibile, ma alla fine riuscii. Ricordo ancora la sensazione sgradevole e inspiegabile che provai. Eppure il luogo era descritto come ameno e pacifico, non mi sarei certo aspettata una simile accoglienza.

Anche in questo caso, mi sentii osservata. Visitai il luogo di preghiera con una sensazione di urgenza nel petto, aumentata da strani ticchettii concitati che udivo nelle vicinanze, anche se non riuscivo a identificarne la fonte. Ogni volta che mi voltavo per capire cosa li provocasse, il ticchettio si interrompeva, per poi incalzare di nuovo e sempre di più. Ancora oggi non so cosa fosse, non dico sia stato qualcosa di soprannaturale, ma di certo so che l’energia del luogo non fosse amichevole. Me ne andai, ma le sensazioni che avevo provato restarono con me ancora per un po’.

Tiriamo le somme

Con queste mie parole ed esperienze non voglio farti credere che io sia superstiziosa o credulona. Ma ho sperimentato sulla mia pelle una cosa che ognuno di noi può aver avvertito almeno una volta nella vita, senza darle alcun peso: l’energia dei luoghi.

E, dunque, tornando all’argomento iniziale di questo mio articolo, mi sono chiesta perché non ascoltiamo quel nostro prezioso sesto senso, quando si accende in noi. Lo minimizziamo, scambiandolo per paranoia, quando in verità gli dovremmo molto, perché ci riconnette alla nostra natura selvatica, quella che abbiamo ereditato dal nostro essere animali. E’ un fiuto infallibile, che non ci abbandona e attende solo di essere risvegliato, nutrito e assecondato.

Oltre all’intuito, però, ci sono altri modi per capire in anticipo se un bosco o un luogo naturale non desiderino la nostra presenza. Nel caso delle esperienze personali che vi ho riportato, l’intrico impenetrabile di rami, le frane, gli alberi crollati, i detriti e il tempo atmosferico sono stati dei chiari sintomi di un luogo che non voleva contaminazioni.

Osservare le forme di ciò che ci circonda, quando siamo in natura, è utile a riconoscere e rispettare le energie che la abitano. Alberi che creano fitte giungle, per esempio, non possono essere un chiaro sintomo di apertura… Piante ritorte su loro stesse o persino dall’aspetto sgradevole possono fungere da veri guardiani del bosco e paiono volerci allontanare da un angolo che non ha bisogno della nostra energia, non la vuole, la respinge. Una volta, in una delle tante passeggiate, mi sono imbattuta in un tratto di foresta in cui gli alberi erano bassi e con i rami sviluppati in orizzontale in modo esagerato. Erano spogli, pur essendo luglio, e parevano guerrieri che impugnavano delle lance, tenendole dritte davanti a loro in posizione di attacco. Cosa trasmetteva quel tratto di foresta? Il desiderio di non essere disturbato, e io lo rispettai.

Non è fantasia né fervida immaginazione, la mia, ma allenamento all’osservazione di un ambiente in cui so di essere visitatrice, non padrona di casa.

Per questo motivo, quando mi accingo a entrare in un luogo naturale, sia esso un bosco, un prato o un sentiero di montagna, mi presento alle energie che lo abitano, “busso” all’uscio della loro casa, chiedo il permesso di camminare sulle radici degli alberi… E, forse, è anche per questo che dalla natura ricevo molto, quando la attraverso. Un po’ come quando, giunta in visita a casa di volti familiari, mi vengono offerti té, pasticcini e un mare di sorrisi.

Mel

http://www.spondediboscomadre.com

In groppa al Solstizio d’Inverno – Un viaggio iniziatico alla scoperta di noi stessi

Ogni anno, quando giunge questo periodo, l’umanità sale in groppa a un destriero pronto a traghettarla da un ciclo vecchio a uno nuovo. E ogni anno il viaggio che coinvolge tutti noi comincia dall’8 dicembre per concludersi il 6 gennaio, quando il cavallo s’arresta dopo aver esaurito il suo sacro compito.

Queste due date segnano l’inizio e la fine di un vero e proprio corridoio energetico, ricco di esperienze, ricorrenze e rituali che abbiamo dimenticato, ma che possiamo sempre recuperare per fare nostre le vibrazioni importanti del momento, attraversandolo con consapevolezza.

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Senza saperlo, infatti, perdiamo molto lungo la strada, poiché siamo stati educati dalla nostra cultura e dalla società che questo mese, scandito da due feste a connotazione femminile (l’Immacolata Concezione e l’Epifania), sia da dedicare alle spese sfrenate e ai pranzi sfarzosi, ignorando ciò che di bello e importante accade dentro e intorno a noi.

Al di là del credo di ognuno, è possibile vivere questo periodo dell’anno con la sacralità che merita – e che meritiamo in quanto emanazioni divine noi stessi. Solo che non la conosciamo. E allora addentriamoci nella trasformazione alchemica che ci aspetta, proviamo a conoscerla, ad assaporarla e a farla nostra, poiché a lungo andare, se vissuta intenzionalmente, potrà fare davvero la differenza nelle nostre vite.

L’inizio del viaggio: l’Immacolata Concezione.

Come ogni iniziazione che si rispetti, il nostro viaggio eroico comincia con una purificazione. L’8 dicembre, giorno che in tutta l’antichità era preposto alla Madre Terra e alla sua integrità, ci racconta dell’unione tra l’energia maschile e quella femminile, tra quella celeste e quella terrestre. Due energie pure che entrano in contatto senza contaminarsi per dare vita a un essere nuovo. E dentro di noi, in questa data così sentita da tutta la cristianità, avviene questa stessa unione tra le nostre polarità opposte, questo concepimento: quello degli esseri che potremmo diventare, se ponessimo attenzione e ci abbandonassimo al particolare timbro energetico di questo momento.

Immacolata Concezione (Giambattista Tiepolo) - Wikipedia
Immacolata Concezione, Giambattista Tiepolo

Lungi dall’essere una festa riguardante la mera verginità per come la intendiamo oggi, l’Immacolata Concezione ci parla del seme divino che alberga in noi, puro, incontaminato, santo. Un seme che tutti possediamo: cristiani, pagani, buddhisti, islamici… l’Universo non fa differenza riguardo le etichette umane che poniamo su noi stessi, siamo tutti suoi figli, sue emanazioni. Quella scintilla, quel chicco di santità che abbiamo dentro, è integro e completo, proprio come lo furono Anna e Maria della tradizione cristiana, ma anche le antiche dee pagane, emanazioni della Grande Madre preistorica, e infatti è una giornata che incarna l’archetipo della Vergine, oltre a quello della Madre. E così dovremmo imparare a considerare noi stessi: integri, completi, accesi di quel fuoco sacro che è la Creazione. Questo era un giorno in cui l’antichità celebrava dee vergini dal grande potere e attuava rituali per purificare e benedire le acque e i fuochi. Quale invito migliore, dunque, per purificare e benedire le nostre acque interne, sia fisicamente che spiritualmente? Dopotutto è in quel nostro grembo che rinascerà il Sole Bambino, dunque questa ricorrenza ci ricorda l’importanza del ripulirsi da ciò che è vecchio e stantio, di prepararsi alla nascita che verrà, in vista della prossima soglia da attraversare…

La Soglia: il buio e la luce di Santa Lucia

Col sopraggiungere del 13 dicembre, ecco arrivare un’altra sacra ricorrenza che indossa vesti femminili. Si tratta di un giorno dalle valenze esoteriche ed energetiche ricche e importanti, un varco al di là del quale saremo catapultati definitivamente in una dimensione altra, dalla quale non si torna indietro. A Santa Lucia il buio regna sovrano e ci ricorda quanto lunghe possano essere le ombre che ci portiamo dentro. Ci consente di guardarle in faccia, di gustarle e sentirle stridere nelle orecchie… Eppure, in mezzo alla cupa oscurità di questo Inverno che sta per arrivare, la santa viene celebrata nella Luce, davanti alla fiamma baluginante delle candele.

Annons på Tradera: 9 JOHN BAUER JUL VYKORT JULKORT LUCIA PRINSESSA I  GULDSLOTTET JULBOCK VACKRA! | Julkort, Vykort, John bauer
Illustrazione di John Bauer

Mancano 12 giorni al Natale. 12 come le notti che lo seguiranno e che hanno valenze simboliche degne d’essere esplorate. 12 come il numero assegnato al mese di dicembre e che rappresenta il compimento di un ciclo (Per saperne di più, leggi l’articolo “Dicembre“). Santa Lucia, dunque, è speculare all’Epifania: mentre quest’ultima rappresenta l’Anziana, coi suoi abiti logori e sfilacciati, la santa è giovane, regale con la sua testa cinta da una corona di bianche candele. Lei è l’archetipo della Madre, è colei che porta in grembo il Sole Bambino, lo nutre, lo attende. E se le 12 Notti Sante che seguono il Natale rappresentano la ricchezza e l’abbondanza dei doni, i 12 giorni che lo precedono sono invece discesa, introspezione, esplorazione dei regni interiori. Santa Lucia è la Portatrice di Luce nel buio, è colei che si appresta a scavare nelle tenebre, a sondarle, a considerare il suo ruolo di Madre e al potere che cova nel suo grembo. E’ perizia speleologica alla ricerca dei meandri inesplorati del nostro inconscio, per imparare a ri-conoscerlo. Una data, questa, che ci invita a prendere atto della responsabilità che ognuno di noi ha nel diventare re del proprio regno, genitore del proprio Sole Bambino. Ci esorta a illuminare le tenebre che ci portiamo dentro grazie alla luce divina di cui tutti siamo muniti.

La morte apparente: il Solstizio d’Inverno

Tra il 21 e il 22 dicembre nel nostro emisfero il Sole raggiunge la sua minima declinazione sull’orizzonte e qui parrà rimanere per i seguenti tre giorni. Tre giorni di morte con una precisa collocazione astrologica: la costellazione della Croce del Sud. Si tratta di una data che già nell’antichità era conosciuta come Porta degli Dèi, in contrapposizione alla Porta degli Uomini del Solstizio d’Estate.

Ireland’s shortest day of the year will not fall on December 21st this year. Photograph: John Lalor/NMS
L’alba del solstizio d’inverno a Newgrange, Irlanda. Copyright immagine di John Lalor/NMS

Queste due soglie rappresentavano le due estremità della Caverna Cosmica nella quale l’umanità entrava e usciva ciclicamente e simbolicamente. Col Solstizio Invernale, dunque, gli esseri umani emergono dall’antro che li ha visti discendere sempre più in profondità dentro se stessi, donando loro l’opportunità di rinascere come esseri divini, rinnovati, più consapevoli di se stessi e del loro potenziale (per approfondire le energie di questo giorno, puoi leggere l’articolo “Il Solstizio d’Inverno, Yule e Natale, feste del Sole“). Anche noi, come il nostro astro-padre, in questi tre giorni andiamo incontro a una stasi (solstizio deriva dal latino “sol stat“, ovvero “il sole si ferma”), una simbolica morte interiore. Si tratta di una soglia importante, di un momento cruciale che dovrebbe essere vissuto nel raccoglimento, come accadeva agli iniziati a cui si imponeva la morte apparente prima della grande iniziazione, provocata da sostanze psicotrope o da prove dure da affrontare e superare, come il restare per tre giorni all’interno di un sarcofago, al buio più completo, senza cibo né acqua. Il giorno del Solstizio d’Inverno era celebrato e assai sentito nell’antichità, che ha visto nascere le tradizioni più disparate al riguardo, come la battaglia tra il Re Quercia e il Re Agrifoglio presso i Celti, laddove era il primo a trionfare e a governare per i sei mesi successivi. La lotta tra polarità opposte si ritrova anche in Giano Bifronte, divinità posta a rappresentare la Porta degli Dèi e pronta a ricordarci che bene e male, passato e futuro, luce e buio non sono scissi, ma uniti e che in momenti di passaggio come quelli solstiziali coesistono, insieme alle infinite possibilità: siamo noi a scegliere chi essere, ci è stato dato il libero arbitrio per poter decidere se emergere dalla Caverna Cosmica rinnovati, divini, oppure se uscirne nella totale inconsapevolezza, perdendone il potenziale trasformativo.

Resurrezione dal regno infero: la rinascita del Natale

Tre giorni dopo il Solstizio d’Inverno, ecco il lieto evento: il Sole riprende la sua cavalcata verso Nord, annunciato dall’allineamento perfetto tra le tre stelle della Cintura di Orione – i Tre Re – e Sirio, avvenuto la sera del 24 dicembre (per approfondire, puoi leggere l’articolo “Il plenilunio del Lupo e la guida di Sirio“).

Questa alleanza stellare crea nel cielo l’immagine di una fittizia cometa, la cui testa, rappresentata da Sirio, indica il punto esatto nel quale il Sole sorgerà la mattina del 25. Poiché ciò che accade nel cosmo non è affatto scisso dall’essere umano, possiamo affermare che anche in noi risorga una luce rinnovata, il Sole Bambino che ognuno di noi si porta dentro e che ogni anno rigenera il nostro corpo a livello sottile, dando una nuova spinta alla scintilla divina che ci abita dentro. E’ una rinascita che si festeggia con tutti gli onori e che andrebbe vissuta con la consapevolezza di poter dedicare quella luce a un lavoro interiore importante lungo un anno. Una data, questa, che è da sempre associata alle divinità solari, sia maschili che femminili, e il Gesù cristiano non poteva fare eccezione, lui che è nato sulla soglia di una grotta – la Caverna Cosmica -, che è morto sulla croce – quella astronomica del Sud – e dopo tre giorni è resuscitato. Lui, che nell’iconografia è rappresentato con un’aureola solare a circondargli il capo, in cui è spesso iscritta una croce, quella della Ruota dell’Anno, delle Quattro Direzioni, del viaggio del Sole nel cielo. Quale che sia il credo di ognuno, il 25 dicembre è una data importante per celebrarsi: è rinascita, è partorire se stessi, è darsi alla luce come esseri divini e umani al contempo.

I tesori conquistati: le 12 Notti Sante e le Dame Solstiziali

Dal 25 dicembre al 6 gennaio si accede a un periodo importante, non più considerato dalla società in cui viviamo, ma conosciuto dai popoli antichi che in questi 12 giorni erano visitati dalle 12 Dame Solstiziali (per approfondire puoi leggere l’articolo “Le Tredici Notti“). Erano figure che propiziavano i raccolti, che elargivano doni all’umanità, Buone Dame pronte a essere generose con le donne e gli uomini fedeli alla tradizione.

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Erano connesse alla filatura e alla tessitura e ogni notte controllavano che le case fossero pulite e in ordine. Sono dee che ci ricordano che possiamo tessere i fili del nostro destino e che dentro ognuno di noi, in questi giorni in cui il nostro Sole interiore è neonato, dovrebbero essere osservati la pulizia, l’ordine e il silenzio, poiché è solo così che potremo ricevere i doni che ci spettano: intuizioni significative per l’anno che verrà, utili a vivere al meglio il nuovo ciclo annuale che sta per iniziare. I loro doni giungono nottetempo non a caso: è nel buio che si celano i tesori più preziosi, è nelle tenebre più fitte che la luce può brillare con maggiore intensità. Sono giorni divini, dove le energie si rimescolano come in un grande calderone, brodo primordiale e caotico. Spetta a noi attraversarli con consapevolezza per ricevere i doni energetici e spirituali a noi destinati.

Conclusione del viaggio: l’Epifania

Le 12 Notte Sante culminano in quella dell’Epifania, la rivelazione, la piena manifestazione del divino nella materia. La figura associata a questa festività cristiana dal sapore pagano è la Befana, vestita di abiti consunti e rattoppati (per approfondire, leggi l’articolo “La Befana vien di notte…“). Lei rappresenta l’archetipo dell’Anziana, la Vecchia, colei che ha la piena conoscenza di se stessa dopo aver viaggiato tra i due cicli.

Vola sulla scopa a simboleggiare la fecondazione e la fertilità della terra, nella quale è presente il seme della nuova stagione che sboccerà presto. A lei sono associati il fuoco dell’Araba Fenice che risorge dalle sue ceneri, il carbone come energia latente della Madre Terra, i doni energetici che elargisce bonaria, da brava Dama del Natale quale è. Con lei tutto è manifesto, dentro e fuori di noi. Col suo arrivo siamo pronti a donarci al mondo come esseri completamente rinnovati, consapevoli della maturità raggiunta. Il viaggio iniziatico giunge al termine con i doni più grandi che possiamo esserci meritati: l’oro, l’incenso e la mirra dei Magi insieme ai semi della Befana – che sanciscono l’iniziazione avvenuta per chi ha attraversato il periodo solstiziale con consapevolezza – oppure il nero carbone dell’occasione bruciata, di chi ha ancora bisogno di prove per riuscire a vedere il mondo con occhi nuovi. Nessun premio e nessun castigo: solo ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra crescita spirituale e individuale.

Il viaggio iniziatico ed eroico a cavallo di due anni, di due giri intorno al Sole, si conclude così: con la promessa della Primavera (prima-vera-vita) nella quale potremo risplendere, portando nel mondo talenti e virtù così come fa la terra, che dona fiori virtuosi ai suoi figli. In qualsiasi cosa tu creda, prova a considerare, da quest’anno in poi, il viaggio divino che sei chiamato/a ad affrontare, sali su quel cavallo solstiziale che non vede l’ora di riportarti a te e lascia che ti guidi attraverso mondi vecchi e nuovi al contempo, ora che li hai decifrati. Abbandonati e guarda cosa accadrà da oggi e negli anni a venire.

Con Meraviglia, Libertà e Amore nel cuore.

Mel

© Melania D’Alessandro per http://www.spondediboscomadre.com

Se ti interessa approfondire le energie del periodo, ti consiglio di leggere anche questi articoli: