Sulle Sponde di Boscomadre

L’Universo in uno stagno

È fine estate e i torrenti di montagna sono in secca. Al loro posto, acquitrini in miniatura, pullulanti di vita.
Una vita che resiste all’aridità e si aggrappa a quegli specchi di brodo primordiale.
Sotto la superficie nuotano piccoli di Salamandra. E girini. Tanti girini.

Amo i riflessi delle fronde più alte in questi stagni, mi piace perdermi e ritrovarmi in essi, viaggiare tra quegli strati sovrapposti.

Nell’esplorarli ripenso spesso alle Dame guardiane delle Acque che popolano da sempre l’immaginario umano, ai draghi di sorgente, simboli della conoscenza che il lago, il ruscello, la palude e lo stagno possono offrire agli intrepidi che sanno avventurarsi nell’Oltre.

Mentre sono lì, rapita, un momento vedo le foglie sui rami, poi l’occhio mette a fuoco le profondità, con le sue pietre verdognole e i fondali melmosi. È così che sopra e sotto, dentro e fuori si mescolano e si rincorrono. Non si capisce più cosa sia un riflesso e cosa no. Ecco che allora in una polla si racchiude la metafora dell’esistenza, a più livelli.

Coesistono insieme dimensioni diverse, l’una non meno reale dell’altra: siamo noi a scegliere cosa guardare.
Le fronde e il cielo riflessi?
I sassi?
L’acqua?
Le Salamandre?
E quante dimensioni dell’esistenza può catturare uno scatto?
Quanti strati di vita si sovrappongono e si compenetrano?
E quanti ne contiamo?

Se guardi nelle dimensione sotto il pelo dell’acqua, le Salamandre ti parlano di resistenza al male, alle difficoltà, a ciò che è avverso. E di costanza, di valore nella lotta, di virtù. Parafrasando l’alchimista persiano Geber, questo anfibio è ciò che vince il fuoco e non ne è vinto. È colui/colei che nel fuoco resta in amicizia, dilettandosi con esso. Che insegnamento! Restare nel fuoco senza scottarsi, ma danzare con esso, giungere persino a divertirsi… Un messaggio che oggi fatichiamo a osservare e a fare nostro, tuttavia i tempi ci richiedono di assimilarlo e incarnarlo.

Ma procediamo in questo viaggio.

Tra le code dei girini troverai trasformazione, zampe che si preparano al salto, la Vita al suo stadio embrionale, fertilità e fermento. Ma l’anfibio è fatto per uscire dalle acque dell’inconscio… Ti racconta il suo emergere a nuovi stati di coscienza, il sublimarsi. E poi camminare, balzare, percepire il mondo con sensi nuovi.

È ciò che siamo chiamati/e a fare, è il compito che, prima o poi, attende tutti e tutte noi.

Sguazzare nell’acqua – nell’inconscio e nell’inconsapevolezza – è comodo e apparentemente sicuro. Ci vuole coraggio a uscire da quello stato, dalla melma che si è sempre conosciuta. Sembra che non ci sia niente al di fuori di essa…

Eppure, c’è chi si avventura al di là, chi vuole esplorare nuove condizioni. E allora mette la testa fuori dal liquido e comincia a scorgere un mondo nuovo, poi vi cammina, immerso in una realtà più leggera, fatta d’aria, e con la concretezza della terra.

Ma c’è di più! Come nello stagno si trovano rane a differenti stadi di sviluppo, così anche noi abbiamo una strada da percorrere, una crescita alla quale non possiamo sottrarci. Ed è una via diversa per ognuno/a, non esiste giusto e sbagliato. Ci sono girini che necessitano del loro tempo biologico prima di sperimentare le zampe e far cadere la coda. E con loro coesistono girini che hanno sia coda che zampe, ma anche rane ormai adulte, completamente formate.

Allo stesso modo, anche nella nostra realtà umana ci sono Anime che hanno bisogno del loro momento per mettere il naso fuori dall’acqua ed emergere. E con esse coesistono Anime che da quello stadio sono già passate e hanno varcato le soglie di nuove dimensioni.

Ha forse un senso giudicare tutto questo? In quest’ottica, esistono il giusto e sbagliato?

Al di là della pelle limacciosa della rana, molto più su, i tronchi degli alberi raccontano di un mondo in cui si svetta verso l’alto, del protendersi, del respirare.
Ci sono animali che distruggono il vecchio e disgregano materia. E ci sono esseri che vivono in mondi liminali che in quella putrefazione si adoperano a decomporre per fare spazio al nuovo che verrà.
Ognuno col suo ruolo.
Ogni creatura libera dal giudizio del bene e del male.

Tutti hanno il proprio compito e trovano il loro posto in un mondo che ha spazio e accoglienza in sovrappiù.
Senza chiedersi perché.
Senza lambiccarsi su cosa sia giusto o sbagliato.
Tutto, semplicemente, È.

E io che osservo, dove mi colloco? Dove sono, dentro, fuori, nel mezzo…?

Posso essere l’osservatore così come l’oggetto osservato. Attrice, spettatrice e sceneggiatrice al contempo. Una e multiforme. La parte e il Tutto. Il micro e il macromondo. Il sopra e il sotto. Il dentro e il fuori.

“Troverai più nei boschi che nei libri”, scriveva Bernardo di Chiaravalle.
Ed è davvero lì, sotto rami antichi e tra steli d’erba giovane, nel guizzare della vita che incrina riflessi sull’acqua e increspa superfici, che si tiene la scuola con le lezioni esoteriche più strabilianti di sempre.
Io non me ne perdo una.

© Melania D’Alessando per http://www.spondediboscomadre.com

Di demoni e fate

La Leggenda

Su, sulle Alpi, incastonato nel massiccio del Monte Bianco, un tempo esisteva un avvallamento rigoglioso color verde smeraldo, brulicante di fiori e animali. Era un vero paradiso in terra, un luogo ameno tanto bello da non poter essere afferrato dall’immaginazione umana.

Qui c’era un lago nel quale il cielo amava specchiarsi e le sue rive erano animate dai piedi delle fate, che ne avevano fatto il luogo prediletto per danzare e organizzare grandi feste, ma soprattutto per cantare. Un giorno, tuttavia, le loro melodiose voci ridestarono dal sonno i demoni che abitavano sul Mont Maudit. Erano affascinati da quel canto, tanto da proporre un’unione alle fate, ma queste giudicarono talmente orribile l’aspetto dei demoni che fuggirono, spaventate.

Da allora, adirati, insoddisfatti e implacabili, i demoni scuotono le montagne che circondano il lago facendo precipitare pietre grigie tutt’intorno. Il luogo non è quasi più verde, ma colore del piombo, tranne quando i demoni stendono sul luogo un’austera coltre di inclemente e gelido ghiaccio.

Lago del Miage

Il Lago del Miage è uno dei luoghi più incantevoli che io abbia mai visitato. E conoscerne la leggenda che vi aleggia mi ha consentito di visitarlo con uno sguardo volto al magico e all’esoterico.

Una storia può essere solo raccontata e ascoltata. Oppure può essere interiorizzata, ri-membrata. Come accade per ogni mito che si rispetti, anche in questa fiaba di demoni e fate scorgo un significato alchemico, più profondo della sola superficie. Andiamo a conoscerlo insieme.

La nostra vera essenza

Come ho già avuto modo di raccontare in altri articoli di questo blog – per esempio in “La Valle Argentina e le sue grotte: oltre il velo della leggenda tra la vita e la morte” – le fate sono forse tra le creature della mitologia e del folklore che più ci connettono a quel mondo altro, a quella dimensione arcaica cui tutti/e apparteniamo.

Storie che le riguardano pullulano le zone di tutto il globo terracqueo, e spesso rappresentano i molteplici aspetti della natura più selvaggia e autentica. La stessa di cui facciamo parte anche noi, sebbene tanto spesso lo dimentichiamo.

Dancing Fairies, Arthur Rackham

Nel caso della leggenda sopra riportata, le fate si fanno portavoce di uno stato primordiale che non ri-membriamo più (al quale, cioè, non diamo più corpo, forma): la nostra vera essenza, quella più autentica che ben si sposa con la dimensione dell’età infantile di purezza e genuinità. Cantano, danzano, celebrano la vita e sono circondate da quella bellezza che solo i bambini riescono a scorgere in ogni piega della realtà.

Il canto e la danza, d’altronde, sono forti espressioni e manifestazioni di uno spirito libero, scevro da giudizi e condizionamenti, proprio come eravamo da piccoli/e. Non solo: rappresentano simbolicamente il suono e il movimento, due elementi senza i quali la vita non può esistere.

Nell’infanzia, soprattutto nei primissimi anni di vita, esprimiamo ciò che siamo veramente, la nostra natura priva di condizionamenti, l’indole intrinseca che ci portiamo dietro dalla dimensione spirituale in cui abitavamo prima di discendere nella materia. E’ un’essenza che tiriamo fuori costantemente, almeno finché essa non viene minata e temprata dall’educazione che riceviamo.

La rottura di un equilibrio perfetto

A questo punto, nella storia fanno il loro ingresso i demoni. Connessi alle pietre e al ghiaccio, hanno un aspetto spaventoso, così tanto da mettere in fuga le fate.

La parola demone è di derivazione greca: il daimon è letteralmente un “essere divino” che si pone a metà tra Spirito e Materia, tra Divino e Umano. In questa figura sono confluite tutte le paure, i traumi, le emozioni disturbanti dell’umanità… ma allora perché è definito “essere divino”?

Il demone è il nostro guardiano di soglia, personaggio iniziatico pronto a sacrificarsi per condurci a ciò che siamo davvero. Incarna il cosiddetto lato ombra, ci mette alla prova ponendoci davanti a ciò che ci separa dalla nostra realizzazione. Ecco dove risiede la sua divinità: nel farsi intermediario tra ciò che siamo nel corpo e ciò che possiamo essere nello Spirito.

Green Dragon, Arthur Rackham

Per l’Alchimia il demone è un agglomerato di emozioni, traumi, convinzioni, limiti… un essere che noi stessi/e abbiamo creato per sopravvivere in un mondo che non ci ha accettati/e per quelli/e che siamo. Ci siamo dovuti/e trasformare, adattare, adeguare a un vestito che non era il nostro e nascondere la nostra autenticità, la missione, i talenti che costituiscono il bagaglio della nostra Anima per questa vita.

Accade, dunque, che le fate della storia vedano questi esseri demoniaci. E, nel vederli, li giudichino. Un giudizio, il loro, del tutto negativo, che le spinge ad abbandonare un luogo che ritenevano importante, bello, ricco di vita… Tutto per un giudizio. Per una paura. Per un fastidio. Per un rifiuto.

Non è forse la stessa cosa che accade anche a noi, a un certo punto della nostra vita?

A causa di un giudizio, una paura, un fastidio, un rifiuto, finiamo per abbandonare gradualmente ciò che siamo davvero, adeguandoci a una realtà che ci calza stretta, che ci opprime e che ci allontana con drasticità da ciò che siamo nati per essere.

Soccombere ai propri demoni… o forse no

Nella storia, le fate sono così disgustate e terrorizzare dai demoni che fuggono, abbandonando il lago. Ciò fa infuriare questi ultimi, tanto che ancora oggi scaraventerebbero giù dalle montagne cumuli di pietre e massi, rendendo il lago il luogo inospitale e aspro che è diventato.

Illustrazione di Alan Lee

In Alchimia si usa una metafora che si sposa molto bene con questa storia. I demoni interiori – che abbiamo detto essere un insieme di emozioni, traumi, convinzioni, limiti, preconcetti – sono paragonabili a delle pietre che, anno dopo anno, vanno a riempire il nostro mare interiore, altrimenti limpido, soffocandolo e saturandolo. Il lavoro alchemico non fa che disintegrare quei massi e trasmutarli in materia utile all’individuo sul piano spirituale.

Il Lago del Miage, guarda “caso” (ovviamente al caso non credo), ha la forma di un cuore colore del cielo. Un cuore che, nel linguaggio simbolico, rappresenta l’amore, la forza motrice della vita e che ha la tinta che attribuiamo al regno spirituale. Un cuore affogato di pietre.

Le stesse pietre che ogni giorno anche noi riversiamo su ciò che siamo davvero, nascondendoci, impedendoci di manifestare l’amore per noi e per il Tutto, obbligandoci a non promuovere la vita e a ignorare il regno dello Spirito. Proprio come hanno fatto le fate, mitiche responsabili dello sfacelo cui sta andando incontro il laghetto di montagna.

Quanti pesi abbiamo sul cuore… non è così? Quanto di noi soffochiamo, e quanto rifiutiamo…

Quante volte, di fronte a una nostra reazione, davanti all’emergere delle nostre ombre, inorridiamo, scappiamo?

La storia alpina del Lago del Miage non ha un lieto fine, ma possiamo scegliere di ridipingerlo per la nostra vita. Come?

Scegliendo di non inorridire al cospetto dei nostri demoni interiori. Decidendo deliberatamente di ballarci insieme, di guardarli negli occhi affrontandoli.

Solo così i nostri mondi interiori smetteranno di essere pietraie plumbee e accidentate. Diverranno allora luoghi ameni, dove vita e morte intoneranno insieme la canzone dell’Esistenza.

Copyright testo: Melania D’Alessandro per spondediboscomadre.com

Diventa ciò che sei

“Non avrei saputo spiegare come in ogni ghianda vivesse già una quercia, né come d’un tratto mi fossi resa conto che dentro di me, nello stesso modo misterioso, viveva qualcosa – la donna che sarei diventata -, eppure mi sembrava già di conoscerla. Era sempre stata lì. Di colpo presi coscienza del mio destino. Dalle ghiande nascono le querce, giusto?” (“L’invenzione delle ali”, Sue Monk Kidd)

Avete mai tenuto in mano una piccola, apparentemente indifesa ghianda?

E avete mai sostato sotto gli ampi rami di una possente quercia?

Se avete fatto esperienza di ciò, vorrei vi poneste nella condizione di abbracciare il fatto che la ghianda e la quercia siano in verità lo stesso essere, perché non sempre ci fermiamo a riflettere su questo e su ciò che comporta.

Accettare e accogliere il fatto che ghianda e quercia siano la stessa cosa significa accettare e accogliere che anche dentro di noi è presente altrettanta grandezza, quando ci sentiamo piccoli e insignificanti come semi in balia del vento.

Ben più difficile, vero?

La ghianda interiore che abbiamo dentro può simboleggiare un talento latente in noi, un dono da far germogliare o rimasto inespresso, così come la nostra crescita spirituale. Quale che sia il significato che le possiamo attribuire, però, è bene riconoscerla, ri-trovarla.

Sì, perché secondo James Hillman, filosofo e psicanalista di scuola junghiana che nel suo “Il codice dell’Anima” elaborò la Teoria della Ghianda, ognuno/a di noi nasce con un compito, una missione ben precisi dettati dalla propria parte divina.

Si tratta di una caratteristica, un messaggio che siamo chiamati/e a portare nel mondo, ma del quale ci siamo del tutto dimenticati/e una volta varcate le soglie della nostra vita terrena, non ne siamo più coscienti. Eppure quel dono si manifesta in molteplici modi e forme nei primi anni di esistenza, spesso non riconosciuto da chi ci sta accanto. E allora, quella bellezza che siamo chiamati/e a far fiorire, resta chiusa in una gemma non schiusa, in un bocciolo che quasi avvizzisce, in un seme che attende che giunga per lui la sua personale primavera.

La nostra ghianda – dice Hillman – viene soffocata dal vissuto personale di ognuno/a, dalla famiglia, dalla scuola, dall’educazione, dalla religione, dalla società… da un insieme di fattori “esterni” che fanno sì che l’individuo non trovi terreno fertile per le proprie passioni, ma che si adegui, che si adatti a ciò che altri/e si aspettano da lui/lei.

E allora il nostro compito, oggi, diventa quello di ricordarci e rimembrare – riportare nel cuore e incarnare di nuovo, ricondurre nel corpo – la nostra vera missione, la risposta più autentica al “perchè siamo qui” e al “chi sono io, veramente?” che tanto affollano le nostre menti e i nostri cuori nell’età adolescenziale.

Io posso nascere Quercia e dimenticarlo.

Posso nascere Quercia e pensare – addirittura DESIDERARE – di essere un Susino. Posso essere un Melograno che si crede un Pero, o un Cipresso che vuole essere un Acero… e credo sia capitato a tutti/e almeno una volta nella vita.

Proviamo intrinsecamente, nell’inconscio, un rifiuto della nostra vera natura, o semplicemente una dimenticanza. Eppure ciò a cui non pensiamo mai è che ognuno di questi alberi ha la propria funzione…

Proviamo a pensare cosa accadrebbe se nascessimo Querce per un motivo ben preciso e invece provassimo a fare i Susini… Viene quasi da ridere, ma la verità, al di là dell’ironia, è che comportandoci da Susini priveremmo il mondo di una Quercia, un albero con una simbologia immensa, con un’energia particolare, in grado non solo di ispirare determinati sentimenti, ma di svolgere funzioni biologiche precise che altri alberi non posseggono.

Se nasco Cipresso, longilineo, svettante verso il cielo, e invidio l’Acero che ho accano, perché è ampio, bello, con le sue foglie palmate, i suoi semi che paiono ali di fata… forse ignoro di essere nato/a Cipresso per una ragione. Forse devo portare nel mondo il mio essere solida antenna tra due mondi – il cielo e la terra, la vita e la morte, l’alto e il basso – e magari non mi rendo conto che dentro i miei rami così fitti e intricati possono trovare riparo creaturine altrimenti indifese dagli attacchi dei predatori.

Ma no, continuo imperterrito/a a volere su di me susine anziché ghiande, mi sforzo ad aprire i miei rami e produrre semi che non siano tondi perfetti, ma con una forma del tutto differente….

Mi auguro si colga il paradosso di queste parole, confrontato con una natura che non ha la nostra mente calcolatrice e che non può vivere questo genere di conflitto dentro di sé. La natura, semplicemente, è. Esiste. Si manifesta così com’è. E questo non significa che dovremmo colpevolizzarci per i sentimenti e le emozioni che proviamo, per l’ammirazione, l’invidia, la repressione, il rifiuto e via dicendo. Siamo esseri umani, non alberi, e come tali dobbiamo fare i conti con una realtà differente da quella che può vivere un vegetale. Tuttavia, ciò non significa che non possiamo trarre insegnamento dalla natura, nostra inestimabile Madre.

E allora, così come ella ci insegna che ogni albero ha le proprie inestimabili funzioni, la propria energia, e che ogni essere è inscritto nel Grande Disegno, inserito al suo interno con un compito ben preciso, così dovremmo imparare a guardare a noi stessi/e.

Trovare e onorare il proprio dono, il motivo per cui abbiamo scelto di incarnarci qui, ora, sono compiti ardui. In trent’anni di esistenza e dopo tanto ricercare, solo nell’ultimo anno ho avuto la mia epifania, rivelatasi a me proprio in quel pazzo/benedetto 2020 che ci ha poste/i di fronte a un meraviglioso caos primordiale pregno di potenzialità. Auguro a tutti di ri-scoprire il proprio dono, tenere fra le mani il timone che ci aiuta a tenere la rotta, perché, quando capita, ogni scampolo di stoffa va a formare un arazzo bello da togliere il fiato, tanto da farci pensare: “Ma come ho potuto non vederlo prima?”.

E allora vi esorto a domandarvi: quando eravate piccole ghiande, bambini/e, cosa vi piaceva fare? Cosa amavate? Come trascorrevate il vostro tempo? Quali qualità erano vostre e vostre soltanto? Una volta che avrete risposto, nutrite la vostra ghianda interiore, abbandonate tutti gli orpelli con cui vi siete agghindati/e nel tempo e fatevi l’immenso regalo di essere semplicemente, meravigliosamente VOI.

Nell’interrogarmi sugli stessi quesiti, ho scoperto che la me ghianda aveva freschezza cristallina, cantava alla Natura e si nutriva di fiabe e di miti.

La me ghianda aveva uno sguardo unico sul mondo, un’essenza solare e gioiosa.

Poi sono giunte le prime tempeste della vita, le ricordo ancora. E allora, messi i primi germogli, mi chiedevo che alberello sarei diventato: Melo? Sorbo? Così sono andata per tentativi. Forse ero un Ciliegio, dal legno rosso e dai dolci frutti. Ho persino provato a essere bianca e slanciata Betulla, ma niente, il mio tronco era diverso. Forse… vuoi vedere che sono un Nocciolo?

Dopo tanti errori e tentativi, infine ho realizzato di essere Quercia.

Come, io? Ma siamo sicuri?

E così eccomi qui, col mio timone in mano, riunita alla me ghianda. Il canto e il suono fanno di nuovo parte della mia quotidianità e ho capito che fiabe, miti e origini possono essere strumenti per #ritrovareilsacro dentro e fuori di noi. Con questi semi tra le mani, sono pronta a risvegliare nel mondo antichi saperi, affinché altri possano aprire gli occhi su un Universo che forse non hanno mai considerato, e lo faccio a modo mio, con libertà, creazione e cambiamento.

Auguro a te che stai leggendo di fare altrettanto, col cuore.

Che il polline di questo fiore sbocciato oggi in questo mio post possa raggiungerti, ovunque ti trovi, dando vita a nuovi, meravigliosi e unici frutti.

Mel

Cantare all’impasto – La Croce di Brigid

Nonna canta sempre, quando cucina. Sono cresciuta con lei, sarà per questo che amo cantare anche io quando ho le mani in pasta o quando mi appresto a dare sfogo alle mie doti culinarie. Eppure ho scoperto nel canto un magico alleato solo negli ultimi anni, riconoscendone il valore.

Il cibo che ingurgitiamo è composto certamente da una determinata percentuale di acqua, così come lo siamo noi e il pianeta che abitiamo. Ho già parlato altre volte del potere che le parole e il suono possono avere sull’acqua e sulla realtà (se sei digiuno/a dell’argomento, ti consiglio di leggere i miei articoli “Fitoterapia energetica, memoria dell’acqua e pensiero positivo” e “Una realtà creata a nostra immagine e somiglianza“) per cui non mi dilungherò ancora al riguardo, ma credo fermamente nella possibilità di “informare” le molecole della materia con intenti nuovi, nel mio caso di guarigione, benedizione e amore, caratteristiche che ben si sposano col periodo che stiamo attraversando, e cioè quello che i Celti definivano Imbolc, dedicato alla dea Brigid, conosciuta anche come Bride, Brigit, Bridie, Belisama… (puoi approfondire leggendo il mio articolo “Mezzo Inverno, Imbolc o Candelora: feste di purificazione e rinascita“). Per questo, ogni volta che posso, in-canto il cibo che porto in tavola infondendo le energie che voglio attraversino il mio organismo e quello di chi mi sta accanto.

Fonte immagine: Pixabay

L’acqua è un elemento fondamentale per la vita sul nostro pianeta, ecco spiegato perché sono in molti, giustamente, a darle importanza nei loro riti e nei loro intenti, cosa che per altro era ampiamente conosciuta anche dai popoli antichi, che veneravano sorgenti, laghi e fiumi come portatori di profonda guarigione.

La dea Brigid, per altro, era connessa con questo elemento altamente curativo, oltre che col fuoco dell’ispirazione, della purificazione e dell’azione. A lei, che in epoca cristiana confluì in Santa Brigida, è associato un simbolo, la Croce di Brigid, che ormai per espansione di coscienza è divenuto potente, importante, e che reca con sé le caratteristiche più profonde della dea.

Nella tradizione irlandese e celtica, tale croce viene realizzata in giunco o in vimini intrecciati e si appende alla porta di casa con l’intento di proteggere e benedire non solo l’abitazione e chi vive sotto il suo tetto, ma anche tutti coloro che poseranno lo sguardo sul magico oggetto. Resterà lì per un anno intero, poi verrà bruciata per lasciare il posto alla nuova croce, realizzata in prossimità dell’Imbolc successivo.

Dunque, data la bellezza dei messaggi celati in questo simbolo, mi sono chiesta perché non realizzarne una di pan brioches, cantando le mie benedizioni all’impasto così che potesse portare amore a chi l’avrebbe mangiata.

E allora mi sono munita di:

  • 550 gr di farina (di cui 450gr manitoba e 100gr di farina tipo 1)
  • 300 gr di latte
  • 50 gr di burro
  • 13 gr di lievito di birra secco (di quello fresco ne servono 20 gr)
  • 60 gr di zucchero integrale di canna
  • 1/4 di cucchiaino di sale
  • vanillina (ma si possono usare anche l’aroma alla vaniglia o all’arancia, oppure la scorza di quest’ultima, se non trattata)
  • granella di nocciole q.b
  • zucchero a velo q.b.

Oltre a questi ingredienti, ce n’è uno che non ho elencato, ma che è stato presente e fondamentale: la musica. Io ho accompagnato il mio lavoro con canti medicina mirati alla guarigione e alla benedizione dell’acqua (ne trovi uno qui e un altro qui, per esempio), ma si possono usare anche brani strumentali a 432 hz, una frequenza capace di generare pace e armonia.

Con tutto l’occorrente alla mano, ho intiepidito una piccola parte del latte in un pentolino per sciogliervi dentro il lievito secco. Se si usa quello fresco, si può saltare questo passaggio.

Fonte immagine: Pixabay

Il latte è un simbolo onnipresente nella festività di Imbolc, poiché non solo rimanda al bianco della purezza e della neve che ancora ricopre il manto erboso della natura, ma era indicativo di rinascita, abbondanza e nutrimento per le popolazioni agro-pastorali presso cui Imbolc era una celebrazione assai sentita. Infatti, in questo periodo avveniva la lattazione delle pecore e presto la vita sarebbe tornata a scorrere dai loro grembi e in tutto il mondo naturale.

Ho preso una casseruola e ho aggiunto il lievito al latte restante, insieme al burro e allo zucchero, intiepidendo il tutto a fuoco basso e per pochi minuti, il tempo necessario di sciogliere il burro (nel bimby: 3 minuti, 37°C, vel. 2), poi ho trasferito tutto in una terrina insieme alla farina e al sale, impastando (nel bimby: 3 minuti, velocità Spiga).

La farina, così come il latte, ha una sua importanza simbolica all’interno del dolce. I pani erano cari a Brigid come ad altre dee, e la farina rappresenta il ciclo di trasformazione del grano: da chicco a impasto fragrante, morbido e nutriente. E’ il figlio divino (grano) che muore per smembramento (farina), è trasmutazione profonda (nel forno) per rinascere e risorgere (come pane). E’ dunque simbolo del ciclo vitale, di quella ruota annuale di vita-morte-rinnovamento a cui tutto il creato va incontro.

Una volta pronto, l’impasto è risultato compatto e morbido. Ho infarinato un’altra terrina e ve l’ho adagiato per farlo riposare, coprendolo con pellicola trasparente e tenendolo in un luogo caldo e asciutto, dove ha lievitato per un’ora e mezza, fino al raddoppio delle sue dimensioni.

Trascorso questo tempo, ho diviso l’impasto in 8 panetti, sistemandoli sulla placca del forno infarinata e li ho lasciati riposare 5-10 minuti, per poi riprenderli e lavorarli a formare come dei grissini piuttosto lunghi, che poi ho intrecciato per formare la Croce di Brigid (trovate un ottimo tutorial della sua versione in lana qui, il procedimento è lo stesso, anche se per il dolce si usano solo 4 panetti per creare i bracci e l’intreccio).

Ho stretto bene i nodi centrali, poi ho coperto la croce con un canovaccio e mi sono prestata a realizzare la seconda coi 4 panetti rimanenti. Le dosi indicate, infatti, sono sufficienti per due croci belle grandi, del diametro di un piatto da pizza: la prima l’ho realizzata per me, mentre la seconda l’ho donata con amore ad Anime speciali.

Le due croci hanno lievitato ancora un’ora circa, raddoppiando di nuovo il loro volume, poi per loro è stato il tempo di finire al calduccio nel forno, preriscaldato a 180°C. Mentre il forno raggiungeva la sua temperatura, ho spennellato la superficie delle croci con del latte e l’ho cosparsa con la granella di nocciole.

La nocciola, per i Celti, era simbolo della saggezza che trascende il tempo e lo spazio. Di esse, secondo la leggenda, si nutre il Salmone della Conoscenza che detiene tutta la sapienza del mondo. Ma il nocciolo è anche l’albero caro ai bardi, quello che più di tutti offre ispirazione artistica e poetica, le stesse che Brigid presiede.

E’ bastata mezz’ora di cottura per dare vita a questo dolce profumato, scenografico e genuino, dalla buona energia. Trascorso questo tempo, va fatto raffreddare prima di spolverarlo con lo zucchero a velo e di gustarlo.

Lo zucchero a velo, in questo caso, simboleggia lo strato di neve che ancora ricopre il suolo. E’ sottile perché è destinato a scomparire, forato dai primi bucaneve che annunciano l’arrivo imminente della bella stagione.

Quello che ho realizzato è un pane adatto alle colazioni e si presenta dal gusto povero, ma che non lascia indifferenti. Ottimo anche per essere farcito a piacimento con marmellate artigianali o creme spalmabili fatte tra le mura di casa, ha saputo accontentare i gusti di tutti e portare gioia nei cuori di chi lo ha gustato.

Melania D’Alessandro per http://www.spondediboscomadre.com

Rispettare le ombre del bosco

Quando desideri entrare a casa di un conoscente, che sia un parente o un amico, bussi alla porta, suoni il citofono o il campanello. E immagino che tu ti assicuri che la tua visita sia cosa gradita e non improvvisa, magari fai una telefonata per avvisare del tuo arrivo… Questo accade perché hai rispetto degli spazi altrui, ne riconosci i confini e non li valichi senza il permesso di chi li abita.

Perché, dunque, dovrebbe essere diverso con un bosco o un luogo naturale?

Anche quegli ambienti posseggono confini, regole, limiti e padroni di casa, anche se non sono come li concepirebbe la nostra umana mentalità. Boschi, radure, montagne, praterie hanno una loro logica che sfugge alle nostre menti razionali, ma questo non ci giustifica a non rispettarla.

Ci sono luoghi che non vogliono essere visitati, che non amano presenze esterne. Esistono pieghe della natura che si richiudono in se stesse perché hanno bisogno di ricucire ferite invisibili, di guarire energie sottili che noi avvertiamo solo in rari casi… Eppure ci arroghiamo spesso il diritto di volere e potere arrivare ovunque, anche dove non saremmo ben accetti.

E’ possibile riconoscere questi tratti di foresta o di natura, anche se servono occhi attenti e cuore aperto. Ma, prima di dirti come fare, ti racconto due aneddoti in cui potresti ritrovarti; potrebbe essere capitato anche a te di vivere esperienze simili alle mie, ma forse non vi avevi mai prestato attenzione prima. Sono qui anche per questo: per farti vedere ciò che prima era invisibile, celato sotto la coltre dell’inconsapevolezza.

Grovigli e temporali

Tempo fa lavoravo a un altro blog con una carissima amica. Avevamo scritto un articolo su un tratto di bosco molto particolare, sul quale aleggiano leggende da brivido e superstizioni niente male. Si tratta di un luogo incastonato in un vallone, cupo, tetro, aggrovigliato, dove anche certi animali faticherebbero a entrare. Si vocifera che lì, secoli fa, siano accaduti eventi di grande violenza, qualcuno dice sia abitato da spiriti poco amichevoli, altri giurano di aver visto delle luci salire da quegli alberi in certe notti… Be’, necessitavamo di qualche foto di quel nugolo di rami, e così mi recai sul posto con la reflex. Allora non conoscevo tutte le dicerie che si raccontavano al riguardo e non avevo ancora maturato la sensibilità che ho acquisito col tempo, ero una semplice visitatrice desiderosa di trarre qualche scatto a uno scampolo di mondo che mi incuriosiva, carico di mistero, come piace a me.

Ebbene, la sensazione, scesa dall’auto, era quella di avere mille occhi puntati contro, e giuro che la mia non fosse suggestione. Nel folto degli alberi non si poteva entrare, la vegetazione era troppo fitta, troppo intricata. E allora ho goduto del tutto dalla striscia di nero asfalto che vi correva nel mezzo, scattando qualche foto di tanto in tanto.

Era una calda giornata di agosto, non limpida, ma non minacciava di certo pioggia. Dopo circa dieci minuti dal mio arrivo, si è scatenato un temporale piuttosto violento, con grandine e tuoni minacciosi. Il cambiamento del meteo è stato così improvviso e repentino che mi sarei infradiciata, se non mi fossi rifugiata in una galleria. All’entrata e all’uscita del mio riparo scorrevano due cascate d’acqua e soffiava un’aria fredda, ben poco accogliente.

Lasciai spiovere e me ne tornai in auto con ben poche foto nella reflex, ma con un’inequivocabile certezza nel cuore: quel luogo non voleva essere disturbato e io avevo recepito il messaggio.

Strani rumori

La scorsa estate mi sono decisa a visitare un luogo sacro immerso nella macchia. Si trattava di un posto suggestivo, da quel che avevo sentito dire, intriso di tradizioni e storia. Ancora una volta, presi l’auto e mi misi in marcia. Arrivata a un certo punto, però, trovai una grossa frana che mi impediva di proseguire su quattro ruote, ma non a piedi… così abbandonai la macchina sullo sterrato e proseguii con le mie gambe. La strada per giungere all’antico luogo di culto era ancora lunga e a ogni curva incontravo frane, alberi crollati, detriti… e ogni volta li scavalcavo e proseguivo.

Arrivare sembrava diventata un’impresa impossibile, ma alla fine riuscii. Ricordo ancora la sensazione sgradevole e inspiegabile che provai. Eppure il luogo era descritto come ameno e pacifico, non mi sarei certo aspettata una simile accoglienza.

Anche in questo caso, mi sentii osservata. Visitai il luogo di preghiera con una sensazione di urgenza nel petto, aumentata da strani ticchettii concitati che udivo nelle vicinanze, anche se non riuscivo a identificarne la fonte. Ogni volta che mi voltavo per capire cosa li provocasse, il ticchettio si interrompeva, per poi incalzare di nuovo e sempre di più. Ancora oggi non so cosa fosse, non dico sia stato qualcosa di soprannaturale, ma di certo so che l’energia del luogo non fosse amichevole. Me ne andai, ma le sensazioni che avevo provato restarono con me ancora per un po’.

Tiriamo le somme

Con queste mie parole ed esperienze non voglio farti credere che io sia superstiziosa o credulona. Ma ho sperimentato sulla mia pelle una cosa che ognuno di noi può aver avvertito almeno una volta nella vita, senza darle alcun peso: l’energia dei luoghi.

E, dunque, tornando all’argomento iniziale di questo mio articolo, mi sono chiesta perché non ascoltiamo quel nostro prezioso sesto senso, quando si accende in noi. Lo minimizziamo, scambiandolo per paranoia, quando in verità gli dovremmo molto, perché ci riconnette alla nostra natura selvatica, quella che abbiamo ereditato dal nostro essere animali. E’ un fiuto infallibile, che non ci abbandona e attende solo di essere risvegliato, nutrito e assecondato.

Oltre all’intuito, però, ci sono altri modi per capire in anticipo se un bosco o un luogo naturale non desiderino la nostra presenza. Nel caso delle esperienze personali che vi ho riportato, l’intrico impenetrabile di rami, le frane, gli alberi crollati, i detriti e il tempo atmosferico sono stati dei chiari sintomi di un luogo che non voleva contaminazioni.

Osservare le forme di ciò che ci circonda, quando siamo in natura, è utile a riconoscere e rispettare le energie che la abitano. Alberi che creano fitte giungle, per esempio, non possono essere un chiaro sintomo di apertura… Piante ritorte su loro stesse o persino dall’aspetto sgradevole possono fungere da veri guardiani del bosco e paiono volerci allontanare da un angolo che non ha bisogno della nostra energia, non la vuole, la respinge. Una volta, in una delle tante passeggiate, mi sono imbattuta in un tratto di foresta in cui gli alberi erano bassi e con i rami sviluppati in orizzontale in modo esagerato. Erano spogli, pur essendo luglio, e parevano guerrieri che impugnavano delle lance, tenendole dritte davanti a loro in posizione di attacco. Cosa trasmetteva quel tratto di foresta? Il desiderio di non essere disturbato, e io lo rispettai.

Non è fantasia né fervida immaginazione, la mia, ma allenamento all’osservazione di un ambiente in cui so di essere visitatrice, non padrona di casa.

Per questo motivo, quando mi accingo a entrare in un luogo naturale, sia esso un bosco, un prato o un sentiero di montagna, mi presento alle energie che lo abitano, “busso” all’uscio della loro casa, chiedo il permesso di camminare sulle radici degli alberi… E, forse, è anche per questo che dalla natura ricevo molto, quando la attraverso. Un po’ come quando, giunta in visita a casa di volti familiari, mi vengono offerti té, pasticcini e un mare di sorrisi.

Mel

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In groppa al Solstizio d’Inverno – Un viaggio iniziatico alla scoperta di noi stessi

Ogni anno, quando giunge questo periodo, l’umanità sale in groppa a un destriero pronto a traghettarla da un ciclo vecchio a uno nuovo. E ogni anno il viaggio che coinvolge tutti noi comincia dall’8 dicembre per concludersi il 6 gennaio, quando il cavallo s’arresta dopo aver esaurito il suo sacro compito.

Queste due date segnano l’inizio e la fine di un vero e proprio corridoio energetico, ricco di esperienze, ricorrenze e rituali che abbiamo dimenticato, ma che possiamo sempre recuperare per fare nostre le vibrazioni importanti del momento, attraversandolo con consapevolezza.

Fonte immagine: Pixabay

Senza saperlo, infatti, perdiamo molto lungo la strada, poiché siamo stati educati dalla nostra cultura e dalla società che questo mese, scandito da due feste a connotazione femminile (l’Immacolata Concezione e l’Epifania), sia da dedicare alle spese sfrenate e ai pranzi sfarzosi, ignorando ciò che di bello e importante accade dentro e intorno a noi.

Al di là del credo di ognuno, è possibile vivere questo periodo dell’anno con la sacralità che merita – e che meritiamo in quanto emanazioni divine noi stessi. Solo che non la conosciamo. E allora addentriamoci nella trasformazione alchemica che ci aspetta, proviamo a conoscerla, ad assaporarla e a farla nostra, poiché a lungo andare, se vissuta intenzionalmente, potrà fare davvero la differenza nelle nostre vite.

L’inizio del viaggio: l’Immacolata Concezione.

Come ogni iniziazione che si rispetti, il nostro viaggio eroico comincia con una purificazione. L’8 dicembre, giorno che in tutta l’antichità era preposto alla Madre Terra e alla sua integrità, ci racconta dell’unione tra l’energia maschile e quella femminile, tra quella celeste e quella terrestre. Due energie pure che entrano in contatto senza contaminarsi per dare vita a un essere nuovo. E dentro di noi, in questa data così sentita da tutta la cristianità, avviene questa stessa unione tra le nostre polarità opposte, questo concepimento: quello degli esseri che potremmo diventare, se ponessimo attenzione e ci abbandonassimo al particolare timbro energetico di questo momento.

Immacolata Concezione (Giambattista Tiepolo) - Wikipedia
Immacolata Concezione, Giambattista Tiepolo

Lungi dall’essere una festa riguardante la mera verginità per come la intendiamo oggi, l’Immacolata Concezione ci parla del seme divino che alberga in noi, puro, incontaminato, santo. Un seme che tutti possediamo: cristiani, pagani, buddhisti, islamici… l’Universo non fa differenza riguardo le etichette umane che poniamo su noi stessi, siamo tutti suoi figli, sue emanazioni. Quella scintilla, quel chicco di santità che abbiamo dentro, è integro e completo, proprio come lo furono Anna e Maria della tradizione cristiana, ma anche le antiche dee pagane, emanazioni della Grande Madre preistorica, e infatti è una giornata che incarna l’archetipo della Vergine, oltre a quello della Madre. E così dovremmo imparare a considerare noi stessi: integri, completi, accesi di quel fuoco sacro che è la Creazione. Questo era un giorno in cui l’antichità celebrava dee vergini dal grande potere e attuava rituali per purificare e benedire le acque e i fuochi. Quale invito migliore, dunque, per purificare e benedire le nostre acque interne, sia fisicamente che spiritualmente? Dopotutto è in quel nostro grembo che rinascerà il Sole Bambino, dunque questa ricorrenza ci ricorda l’importanza del ripulirsi da ciò che è vecchio e stantio, di prepararsi alla nascita che verrà, in vista della prossima soglia da attraversare…

La Soglia: il buio e la luce di Santa Lucia

Col sopraggiungere del 13 dicembre, ecco arrivare un’altra sacra ricorrenza che indossa vesti femminili. Si tratta di un giorno dalle valenze esoteriche ed energetiche ricche e importanti, un varco al di là del quale saremo catapultati definitivamente in una dimensione altra, dalla quale non si torna indietro. A Santa Lucia il buio regna sovrano e ci ricorda quanto lunghe possano essere le ombre che ci portiamo dentro. Ci consente di guardarle in faccia, di gustarle e sentirle stridere nelle orecchie… Eppure, in mezzo alla cupa oscurità di questo Inverno che sta per arrivare, la santa viene celebrata nella Luce, davanti alla fiamma baluginante delle candele.

Annons på Tradera: 9 JOHN BAUER JUL VYKORT JULKORT LUCIA PRINSESSA I  GULDSLOTTET JULBOCK VACKRA! | Julkort, Vykort, John bauer
Illustrazione di John Bauer

Mancano 12 giorni al Natale. 12 come le notti che lo seguiranno e che hanno valenze simboliche degne d’essere esplorate. 12 come il numero assegnato al mese di dicembre e che rappresenta il compimento di un ciclo (Per saperne di più, leggi l’articolo “Dicembre“). Santa Lucia, dunque, è speculare all’Epifania: mentre quest’ultima rappresenta l’Anziana, coi suoi abiti logori e sfilacciati, la santa è giovane, regale con la sua testa cinta da una corona di bianche candele. Lei è l’archetipo della Madre, è colei che porta in grembo il Sole Bambino, lo nutre, lo attende. E se le 12 Notti Sante che seguono il Natale rappresentano la ricchezza e l’abbondanza dei doni, i 12 giorni che lo precedono sono invece discesa, introspezione, esplorazione dei regni interiori. Santa Lucia è la Portatrice di Luce nel buio, è colei che si appresta a scavare nelle tenebre, a sondarle, a considerare il suo ruolo di Madre e al potere che cova nel suo grembo. E’ perizia speleologica alla ricerca dei meandri inesplorati del nostro inconscio, per imparare a ri-conoscerlo. Una data, questa, che ci invita a prendere atto della responsabilità che ognuno di noi ha nel diventare re del proprio regno, genitore del proprio Sole Bambino. Ci esorta a illuminare le tenebre che ci portiamo dentro grazie alla luce divina di cui tutti siamo muniti.

La morte apparente: il Solstizio d’Inverno

Tra il 21 e il 22 dicembre nel nostro emisfero il Sole raggiunge la sua minima declinazione sull’orizzonte e qui parrà rimanere per i seguenti tre giorni. Tre giorni di morte con una precisa collocazione astrologica: la costellazione della Croce del Sud. Si tratta di una data che già nell’antichità era conosciuta come Porta degli Dèi, in contrapposizione alla Porta degli Uomini del Solstizio d’Estate.

Ireland’s shortest day of the year will not fall on December 21st this year. Photograph: John Lalor/NMS
L’alba del solstizio d’inverno a Newgrange, Irlanda. Copyright immagine di John Lalor/NMS

Queste due soglie rappresentavano le due estremità della Caverna Cosmica nella quale l’umanità entrava e usciva ciclicamente e simbolicamente. Col Solstizio Invernale, dunque, gli esseri umani emergono dall’antro che li ha visti discendere sempre più in profondità dentro se stessi, donando loro l’opportunità di rinascere come esseri divini, rinnovati, più consapevoli di se stessi e del loro potenziale (per approfondire le energie di questo giorno, puoi leggere l’articolo “Il Solstizio d’Inverno, Yule e Natale, feste del Sole“). Anche noi, come il nostro astro-padre, in questi tre giorni andiamo incontro a una stasi (solstizio deriva dal latino “sol stat“, ovvero “il sole si ferma”), una simbolica morte interiore. Si tratta di una soglia importante, di un momento cruciale che dovrebbe essere vissuto nel raccoglimento, come accadeva agli iniziati a cui si imponeva la morte apparente prima della grande iniziazione, provocata da sostanze psicotrope o da prove dure da affrontare e superare, come il restare per tre giorni all’interno di un sarcofago, al buio più completo, senza cibo né acqua. Il giorno del Solstizio d’Inverno era celebrato e assai sentito nell’antichità, che ha visto nascere le tradizioni più disparate al riguardo, come la battaglia tra il Re Quercia e il Re Agrifoglio presso i Celti, laddove era il primo a trionfare e a governare per i sei mesi successivi. La lotta tra polarità opposte si ritrova anche in Giano Bifronte, divinità posta a rappresentare la Porta degli Dèi e pronta a ricordarci che bene e male, passato e futuro, luce e buio non sono scissi, ma uniti e che in momenti di passaggio come quelli solstiziali coesistono, insieme alle infinite possibilità: siamo noi a scegliere chi essere, ci è stato dato il libero arbitrio per poter decidere se emergere dalla Caverna Cosmica rinnovati, divini, oppure se uscirne nella totale inconsapevolezza, perdendone il potenziale trasformativo.

Resurrezione dal regno infero: la rinascita del Natale

Tre giorni dopo il Solstizio d’Inverno, ecco il lieto evento: il Sole riprende la sua cavalcata verso Nord, annunciato dall’allineamento perfetto tra le tre stelle della Cintura di Orione – i Tre Re – e Sirio, avvenuto la sera del 24 dicembre (per approfondire, puoi leggere l’articolo “Il plenilunio del Lupo e la guida di Sirio“).

Questa alleanza stellare crea nel cielo l’immagine di una fittizia cometa, la cui testa, rappresentata da Sirio, indica il punto esatto nel quale il Sole sorgerà la mattina del 25. Poiché ciò che accade nel cosmo non è affatto scisso dall’essere umano, possiamo affermare che anche in noi risorga una luce rinnovata, il Sole Bambino che ognuno di noi si porta dentro e che ogni anno rigenera il nostro corpo a livello sottile, dando una nuova spinta alla scintilla divina che ci abita dentro. E’ una rinascita che si festeggia con tutti gli onori e che andrebbe vissuta con la consapevolezza di poter dedicare quella luce a un lavoro interiore importante lungo un anno. Una data, questa, che è da sempre associata alle divinità solari, sia maschili che femminili, e il Gesù cristiano non poteva fare eccezione, lui che è nato sulla soglia di una grotta – la Caverna Cosmica -, che è morto sulla croce – quella astronomica del Sud – e dopo tre giorni è resuscitato. Lui, che nell’iconografia è rappresentato con un’aureola solare a circondargli il capo, in cui è spesso iscritta una croce, quella della Ruota dell’Anno, delle Quattro Direzioni, del viaggio del Sole nel cielo. Quale che sia il credo di ognuno, il 25 dicembre è una data importante per celebrarsi: è rinascita, è partorire se stessi, è darsi alla luce come esseri divini e umani al contempo.

I tesori conquistati: le 12 Notti Sante e le Dame Solstiziali

Dal 25 dicembre al 6 gennaio si accede a un periodo importante, non più considerato dalla società in cui viviamo, ma conosciuto dai popoli antichi che in questi 12 giorni erano visitati dalle 12 Dame Solstiziali (per approfondire puoi leggere l’articolo “Le Tredici Notti“). Erano figure che propiziavano i raccolti, che elargivano doni all’umanità, Buone Dame pronte a essere generose con le donne e gli uomini fedeli alla tradizione.

Fonte immagine: Pixabay

Erano connesse alla filatura e alla tessitura e ogni notte controllavano che le case fossero pulite e in ordine. Sono dee che ci ricordano che possiamo tessere i fili del nostro destino e che dentro ognuno di noi, in questi giorni in cui il nostro Sole interiore è neonato, dovrebbero essere osservati la pulizia, l’ordine e il silenzio, poiché è solo così che potremo ricevere i doni che ci spettano: intuizioni significative per l’anno che verrà, utili a vivere al meglio il nuovo ciclo annuale che sta per iniziare. I loro doni giungono nottetempo non a caso: è nel buio che si celano i tesori più preziosi, è nelle tenebre più fitte che la luce può brillare con maggiore intensità. Sono giorni divini, dove le energie si rimescolano come in un grande calderone, brodo primordiale e caotico. Spetta a noi attraversarli con consapevolezza per ricevere i doni energetici e spirituali a noi destinati.

Conclusione del viaggio: l’Epifania

Le 12 Notte Sante culminano in quella dell’Epifania, la rivelazione, la piena manifestazione del divino nella materia. La figura associata a questa festività cristiana dal sapore pagano è la Befana, vestita di abiti consunti e rattoppati (per approfondire, leggi l’articolo “La Befana vien di notte…“). Lei rappresenta l’archetipo dell’Anziana, la Vecchia, colei che ha la piena conoscenza di se stessa dopo aver viaggiato tra i due cicli.

Vola sulla scopa a simboleggiare la fecondazione e la fertilità della terra, nella quale è presente il seme della nuova stagione che sboccerà presto. A lei sono associati il fuoco dell’Araba Fenice che risorge dalle sue ceneri, il carbone come energia latente della Madre Terra, i doni energetici che elargisce bonaria, da brava Dama del Natale quale è. Con lei tutto è manifesto, dentro e fuori di noi. Col suo arrivo siamo pronti a donarci al mondo come esseri completamente rinnovati, consapevoli della maturità raggiunta. Il viaggio iniziatico giunge al termine con i doni più grandi che possiamo esserci meritati: l’oro, l’incenso e la mirra dei Magi insieme ai semi della Befana – che sanciscono l’iniziazione avvenuta per chi ha attraversato il periodo solstiziale con consapevolezza – oppure il nero carbone dell’occasione bruciata, di chi ha ancora bisogno di prove per riuscire a vedere il mondo con occhi nuovi. Nessun premio e nessun castigo: solo ciò di cui abbiamo bisogno per la nostra crescita spirituale e individuale.

Il viaggio iniziatico ed eroico a cavallo di due anni, di due giri intorno al Sole, si conclude così: con la promessa della Primavera (prima-vera-vita) nella quale potremo risplendere, portando nel mondo talenti e virtù così come fa la terra, che dona fiori virtuosi ai suoi figli. In qualsiasi cosa tu creda, prova a considerare, da quest’anno in poi, il viaggio divino che sei chiamato/a ad affrontare, sali su quel cavallo solstiziale che non vede l’ora di riportarti a te e lascia che ti guidi attraverso mondi vecchi e nuovi al contempo, ora che li hai decifrati. Abbandonati e guarda cosa accadrà da oggi e negli anni a venire.

Con Meraviglia, Libertà e Amore nel cuore.

Mel

© Melania D’Alessandro per http://www.spondediboscomadre.com

Se ti interessa approfondire le energie del periodo, ti consiglio di leggere anche questi articoli:

Da Mai Mona a Santa Lucia: culti dell’acqua nella Liguria di Ponente

Son cresciuta tra due fiumi, modellata dalle loro energie e da una terra lambita dal mare. Nell’utero materno prima e sulla terra poi, ho ricevuto un abbraccio d’acqua che mi porto dietro dalla mia vita intrauterina e che non mi abbandona mai, sta scritto in ogni mia cellula.

Sono cresciuta dove i monti sono piccoli giganti da guardare con meraviglia e che ti coprono le spalle e ti proteggono dal vento e da climi troppo rigidi. Sono presenze imponenti, che ti fanno sentire cullata tra braccia invincibili, ma mai troppo strette, lasciandoti libera di andare lontano, se vuoi.

Per questi motivi credo di riuscire a comprendere cosa dovessero provare i popoli che calcarono la Liguria davanti a certe manifestazioni del divino nella materia, come accade in una delle valli che solcano questa terra, a ponente.

Qui dormono ancora due déi in attesa di essere ridestati dal sonno, due cime sacre dedicate a Belenos il Brillante e a Mai Mona, la Grande Madre. Sotto di loro scorre un torrente cristallino e vivace, che fa balzi acrobatici tra le rocce e crea polle d’acqua che pure la più bella delle figlie di Teti e di Oceano vorrebbe accaparrarsi. Uno di questi laghi è dedicato ancora una volta a Mai Mona, grande Dea a cui le donne Liguri si rivolgevano in questi luoghi selvaggi per guarire, per chiedere benessere e fertilità.

Mai Mona, la Grande Madre

In un angolo della Liguria di Ponente si conserva ancora oggi, grazie alla preziosa memoria degli anziani, un culto antico e dalle forti connotazioni matriarcali. Mai Mona compare come toponimo connesso alle vette e alle acque e ci sono testimonianze di riti che la riguardano e che sono sopravvissuti sorprendentemente intatti fino a pochi decenni fa.

E’ il caso, per esempio, di una lastra d’ardesia su cui era raffigurata Mai Mona. Accanto a lei, c’era una piccola vasca di pietra simile a un mortaio, un’acquasantiera naturale atta a raccogliere le acque piovane. L’immagine sacra era posta nei pressi della cima dedicata alla Dea e, nel percorrere quel sentiero, il viandante lasciava offerte in suo onore, che consistevano in vivande simboliche dell’abbondanza della terra – come farinacei o frutti freschi – o della fertilità – come la frutta secca. Se nel mortaio era presente dell’acqua, il viaggiatore ne portava via un po’, raccogliendola in un contenitore che aveva portato con sé per l’occasione. Quel liquido sacro proveniente dal cielo, puro, incontaminato, sarebbe risultato utile in caso di malattia, poiché Mai Mona veniva invocata per ricevere guarigione e scongiurare la sterilità.

Gesti e credenze, questi, che rimandano alla concezione antica del dare e del ricevere, che noi esseri umani moderni abbiamo smesso di praticare, con grande danno di noi stessi e del prossimo. L’antica Dea dei primordi, infatti, insegnava che la Natura di cui ella stessa faceva parte poteva al contempo elargire e trarre a sé la vita, così come ogni elemento naturale dà e prende, in perfetta armonia con le leggi del cosmo. Noi esseri umani moderni, invece, siamo governati da due istinti malsani, il servilismo e l’egoismo, due demoni che ci portano o a prostrarci nel dare tutto ciò che abbiamo al prossimo – in termini di tempo e servizi – senza mai badare a noi stessi, oppure, al contrario, al non curarci del benessere altrui, indifferenti e privi di compassione. Non siamo più in grado di considerarci parti del Tutto, come invece facevano i nostri antenati con estrema saggezza. Oggi pretendiamo senza offrire nulla; vogliamo raggiungere la conoscenza senza sacrificio; non conosciamo il vero e profondo valore dell’offerta di sé. Allo stesso modo, elargiamo aiuti e consigli non richiesti; ci affanniamo per piacere agli altri, quando l’unica approvazione che stiamo inconsciamente cercando è quella di noi stessi; ci laceriamo pur di accontentare richieste di datori di lavoro/partner/figli, senza considerare la cosa più importante che abbiamo, e cioè noi stessi.

Sono concetti estranei a quelle popolazioni che vissero qui come altrove e che erano invece perfettamente allineate con le energie cicliche del cosmo. Se si desiderava chiedere la guarigione, si doveva lasciare qualcosa in cambio, a mo’ di sacrificio.

Dare e prendere. Offrire e ricevere. Non esistevano l’uno senza l’altro, non potevano essere scissi, così come non si poteva distinguere la vita dalla morte, poiché queste due polarità erano considerate appartenenti al medesimo ciclo dell’esistenza. Allo stesso modo, Mai Mona, la Grande Madre dei primordi, era Dea connessa a quelle acque che erano sinonimo di guarigione, di nascita, di vitalità… ma rappresentavano anche il liquido amniotico, le acque del grembo materno al quale ogni essere umano sarebbe tornato alla fine dei suoi giorni terreni, nonché l’inconoscibile.

La potente e preziosa raffigurazione di Mai Mona è andata perduta con il secondo conflitto mondiale, ma ne resta il ricordo fra i più anziani, così come si conservano tracce del suo culto in diversi luoghi del Ponente Ligure. Oltre a laghi, sorgenti e cime a lei dedicate, sono state trovate vasche artificiali di notevoli dimensioni scavate nella roccia e atte a raccogliere l’acqua piovana, soprattutto in luoghi d’altura ove i pastori erano soliti trascorrere i mesi estivi con il bestiame, lontano dai laghi a fondovalle. Sintomo, questo, della magnificenza che ispirava questa dea primordiale e arcaica che in epoca cristiana finì per essere identificata con la Vergine Maria, se, pur di venerarla, l’uomo di un tempo si spingeva a compiere opere grandiose in luoghi scoscesi dove l’acqua poteva essere raccolta solo dal cielo.

E proprio in questi luoghi intitolati a Mai Mona, il cristianesimo eresse cappelle dedicate alla Madonna e a Santa Lucia.

Da Mai Mona a Santa Lucia

A questo punto, sorge spontanea una riflessione. Sappiamo che sui picchi che incorniciano i luoghi di Mai Mona – come il Monte Abellio o Colle Belenda, per esempio – dorme il dio Belenos, il brillante e luminoso, colui che è connesso al fuoco della forgia e dell’illuminazione. Ma quel Belenos, più tardo rispetto a Mai Mona, potrebbe in verità essere la trasposizione patriarcale di un’altra divinità: Belisama, considerata sua consorte e dea anch’ella preposta al fuoco e all’artigianato, ma pure alle acque. Dunque, da Mai Mona, si potrebbe essere passati alla divina e gallica Belisama, poi al luminoso Belenos.

Col sopraggiungere della cristianità, visto il fervore con cui le pratiche pagane e arcaiche venivano ancora praticate dal popolo, la Chiesa dovette arrendersi alla potenza dei culti femminili, accontentando coloro che non volevano abbandonarli. Le antiche dee e i riti a esse connesse, dunque, furono inglobate da figure femminili cristiane, come Santa Lucia.

E non è certo un caso che sia stata scelta proprio lei a fare da guardiana a un luogo così potente energeticamente, una santa connessa alla luce e al fuoco, le stesse di Belisama, e al ciclo di vita-morte-rigenerazione della più arcaica Mai Mona.

Santa Lucia, infatti, racchiude in sé le polarità luce-buio, vita-morte, principio-conclusione che fanno parte di tutte le dee più arcaiche, compresa Mai Mona. Lucia, diretta discendente di divinità come la Perchta e di spiriti come Lussi, è collocata nel calendario cristiano in quella che per gli antichi era la notte più buia e oscura dell’anno, il 13 dicembre, e lei giungeva con la sua corona di candele posta sul capo a illuminare le tenebre e a portare doni ai più piccoli. Ma nella sua versione più arcaica e pagana, Lussi (Santa Lucia) era uno spirito femminile connesso al mondo ctonio e che esigeva rispetto; non elargiva i suoi doni a chi non li meritava, spalancando l’oscurità per chi non osservava riposo e silenzio durante le notti che si avvicinavano al solstizio invernale. Ella presiedeva le nascite e decideva quando dovesse sopraggiungere la morte. Ecco, dunque, tornare la Dea primordiale nel suo carattere sia vitale che mortifero, sia luminoso che oscuro.

Lussi/Santa Lucia è connessa con le attività della tessitura e della filatura (artigianato a cui è preposta anche Belisama), il che la rende una figura divina legata al fato, esattamente come le Norne, le Moire e le Parche, dirette eredi della Grande Madre primordiale. La rete disegnata dal filo nella trama e nell’ordito richiama il simbolo acquatico della rete da pesca, inciso in epoca matriarcale su diversi supporti e che la Gimbutas ipotizzò essere un attributo della Dea dell’Antica Europa, la Mai Mona venerata dai liguri, in particolar modo nel suo essere legata alle acque.

Esiste, dunque, un’evidente connessione tra queste tre figure divine – Mai Mona, Belisama e Santa Lucia – un collegamento che pare tracciare i disegni di un arazzo prezioso e antico, giunto sbiadito fino ai giorni nostri, ma ancora vivo nella cultura nostrana.

Non credo al caso, tuttavia non ho certezze. Ho dalla mia “solo” il sentire che i luoghi lasciano sottopelle, un fiuto che, a prescindere dai nomi che diamo alle cose, mi dice quanto ritrovare il sacro in ogni sua forma sia un atto di grande Bellezza e Coraggio.

Mel

© Melania D’Alessandro per http://www.spondediboscomadre.com

Donati al mondo

Ogni cosa nell’Universo manifesta pienamente se stessa. Ogni cosa è, esiste, e come tale riveste un ruolo, che non è solo quello di “prendere” (nutrimento, luce, acqua, insegnamenti, vita…) ma anche quello di “dare”, offrire parti di sé, e così facendo Tutto è più ricco e carico di abbondanza per tutti i suoi esseri. Ciò accade quasi in sordina, senza mettere manifesti né la mediazione di una mente che calcola, valuta, discerne.

Un albero dona ossigeno, fiori, polline e frutti. Senza chiedere nulla in cambio. Così è e così sarà sempre.
Gli insetti donano nuova vita alla terra trasportando il polline. Senza chiedere nulla in cambio. Così è e così sarà sempre.
Gli animali donano equilibri agli ecosistemi. Senza chiedere nulla in cambio. Così è e così sarà sempre.
Le rocce offrono sostegno. Senza chiedere nulla in cambio. Così è e così sarà sempre.

E noi esseri umani?

Ho trascorso tanti anni della mia vita chiusa in un bozzolo, trincerandomi dietro un inespugnabile guscio di spine. Da esso non trapelava nulla di me, solo chiusura.
Ero un essere apparentemente sterile, che non concorreva alla ricchezza e all’abbondanza del mondo. Persino inespressiva, trincerata dietro una corazza protettiva che mi impediva di essere ferita.
Avevo un bagaglio riempito a dismisura di paure, dubbi, insicurezze. Il giudizio che avevo di me era limitante, schiacciante e lasciavo che mi governasse, annullandomi.

“Se copri un’immagine d’oro con un telo nero, potrai dire che l’immagine si è annerita? Certo che no! Sai bene che, dietro quel velo, l’immagine è ancora dorata. E così sarà quando strapperai il velo nero dell’ignoranza che ora nasconde la tua anima: contemplerai, ancora una volta, l’immutabile bellezza della tua natura divina. Tu sei divino, devi solo averne consapevolezza. Devi guardare dentro di te.”

~Paramhansa Yogananda~

Quanto tempo ho impiegato a guardare quel telo nero, senza riuscire a scorgere l’immagine dorata che da sempre esisteva sotto di esso… Quanti anni trascorsi a concentrarmi solo su quello che di me non andava bene, che dovevo cambiare, scardinare, disgregare.

Oggi non sono più quella Mel.

A poco a poco, con un lento e paziente lavoro su di me, ho allentato la presa su quella zavorra che mi portavo appresso, liberandomi dei pesi che avevo sul cuore. E ho iniziato a scolpire la nuova me, anche grazie alla guida di chi era più avanti nel percorso della vita e con l’aiuto terapeutico di Madre Natura.

E allora, solo allora, ho compreso.

Cosa accadrebbe se un albero avesse paura di fiorire e privasse la Terra dei suoi doni? E se il sole e le stelle non brillassero più?

Nel rispondere a queste domande mi son chiesta perché per noi esseri umani sia spesso difficile donare talenti, qualità, amore, energia consapevole al mondo, perché ci lambicchiamo con dubbi e insicurezze, lasciandoci bruciare internamente da un fuoco distruttore che fa piazza pulita di tutto.
Così facendo ci estraiamo da quella Natura di cui siamo parte. Feriamo noi stess* e priviamo l’intero Universo delle bellezze che abbiamo e che sarebbero doni inestimabili per molt*, tenendoli chiusi in uno scrigno di cui, spesso, non ricordiamo neppure dove sia la chiave.

Ma la vita non può consumarsi così. Perché non è vita.

Persino il seme, chiuso in se stesso, ha in sé la forza di germogliare nel buio, di forare la terra che l’avvolge ed emergerne trasformato. E quella forza, quel coraggio, sono anche nel nostro cuore, coperti dai “non sono abbastanza”, “cosa lo faccio a fare?”, “gli altri son più bravi di me”.

Ma non siamo qui per questo.

Siamo qui esattamente come l’albero che fiorisce e fruttifica senza domandarsi se i fiori del pesco siano migliori di quelli del mandorlo.

Siamo qui come il lupo che caccia ungulati per nutrirsi e che, senza saperlo, fa sì che il bosco resti più intatto e vitale.

Siamo qui come la farfalla che col suo volo incanta e ispira potenti metafore di rinascita.

L’albero, il lupo, la farfalla… si donano al mondo, vivono, esistono nella loro completezza.
Perché noi rendiamo la nostra vita così difficile?

E allora mi e ti dico: non privare il mondo della tua luce e del nutrimento che puoi offrire.
Dona! Vivi! Sii te stess*!

Col cuore e dal cuore.

In piena libertà.

Mel

Da Dee a Bàgiue – Storie di streghe a Triora, in Valle Argentina

Triora, nel cuore delle Alpi Liguri, è un borgo arroccato su un monte, ricco di fascino e che attira ogni anno visitatori e curiosi. Il suo magnetismo è dovuto alla sua storia antica e intrisa di capitoli assai dolorosi, ricordati ancora oggi durante le manifestazioni che animano questo gruppo di case di pietra, legno e ardesia. Triora è chiamata non a caso la Salem d’Italia, poiché fu teatro di uno tra i più feroci processi per stregoneria, sul finire del Cinquecento.

E, propro a partire dalle vicende storiche che segnarono la comunità del borgo, sono sorte leggende curiose riguardo queste donne che qui si chiamano Bàgiue o Bàggiure, ma anche sui luoghi che erano solite frequentare, visitabili ancora oggi.

Ci sono, poi, curiose coincidenze che, lette in chiave esoterica, aprono interessanti scenari che inducono alla riflessione. È il caso, per esempio, del quartiere triorese denominato Sambughea per via dei sambuchi che qui vi crescevano… e nella tradizione popolare il sambuco è caro alle fate così come alle streghe, legato all’oltremondo. Dopotutto, indagando fra le pieghe di certe leggende e certe storie, si scopre che fate e streghe hanno molto in comune, in fondo, ben più di quanto si possa pensare.

Tra superstizione, leggende e realtà.

Il termine “strega” è nato con accezione dispregiativa per designare tutte quelle donne che si credeva fossero in grado, con le loro malìe, di nuocere alle persone, soprattutto ai bambini, ma anche al bestiame e ai raccolti.

Tratto distintivo delle bagiue nostrane erano i capelli color rame, tinta assai temuta, tanto che persino il bestiame non poteva avere il pelo rosso. A riprova di ciò, le vacche della Valle Argentina hanno ancora il manto candido come la purezza, ma questo non bastava a proteggerle dalle fatture delle maliarde.

Quando gli animali non producevano latte o erano irrequieti e quando i neonati non smettevano di piangere, si diceva che fossero “abbaggiurati”, stregati, e c’era un solo modo per risolvere il problema: chiamare lo scacciabazure, un uomo, un mago in grado di sciogliere il maleficio. È quanto accaduto agli inizi del Novecento in due episodi documentati da Padre Ferraironi nella borgata di Bregalla, appartenente al territorio di Triora.

E fa riflettere il fatto che fosse una donna a fare del male, mentre era un uomo a dimostrarsi salvifico, poiché risanava ciò che era stato alterato e riportava l’equilibrio laddove era stato compromesso. Un concetto, questo, in linea con il pensiero patriarcale che vede la donna come fonte d’ogni male, guidata da basse pulsioni nonché essere malefico ispirato dal demonio. Questo modo di percepire la donna si pone in netto contrasto con il sentire delle precedenti società a stampo matriarcale, dove donna era sinonimo di Dea, natura e ciclicità della vita.

Molti erano i luoghi prediletti dalle bagiue per i loro convegni e divertimenti, e non si può dar loro torto, visti i panorami e i paesaggi che, a quanto si vocifera, erano scelti come sfondi delle loro riunioni e malefatte.

La Cabotina è in cima alla lista, oggi un nugolo di ruderi al limitare di una cupa foresta, dove le pietre accolgono spesso i ricci e le foglie dell’ippocastano. Un tempo era la zona più malfamata della città. Vi crescevano alberi di noce, andati distrutti con la prima guerra mondiale, che la tradizione popolare vuole donino preveggenza, ed erano piante consacrate alla dea Diana, a cui molte donne si appellavano ancora al tempo della caccia alle streghe.

Dalla Cabotina, si gode di un’ampia vista a strapiombo sulla valle, e forse per questo nacquero storie del famoso volo delle streghe, che potevano raggiungere in questo modo località lontane, come il Ciotto di San Lorenzo, che conserva un antichissimo menhir, e all’isola Gallinara, dove incontravano altre sorelle e congreghe dopo essersi trasformate in rapaci notturni.

C’è poi Lago Degno, una polla d’acqua scavata dal torrente e in cui si diceva che le bagiue evocassero il demonio in persona… ma non può esserci nulla di demoniaco in un luogo tanto incantevole. Qui, l’acqua, elemento essenziale della vita e che compone la maggior parte delle nostre cellule e di quelle del pianeta, scorre in poetica libertà. Avevano ottimi gusti, queste streghe, vere amanti del bello e della vita, se sceglievano con tanta cura i luoghi delle loro fughe.

E ancora oggi, su certe alture che incorniciano Triora, compaiono i cosiddetti cerchi delle streghe, situati in luoghi di grande bellezza, in cui pare di toccare il cielo e abbracciare l’essenza di tutte le cose.

Eppure, nonostante la loro tremenda fama, è emblematico il fatto che le storie a cui i Trioresi sono forse più affezionati le vedono misericordiose, benevole, come accade nella storia dei due bimbi che le streghe guarirono dalle gobbe, o come quella che vede una di loro consigliare un uomo della città dinnanzi alla Fontana di Campomavue, e che seguendo il suo consiglio, portò benessere e ricchezza a se stesso e a tutta la sua famiglia.

I due bambini gobbi e le bagiue

La leggenda vuole che nel paese, ai tempi, vivessero due bambini nati gobbi. L’uno era povero, l’altro aveva avuto la fortuna di nascere in una famiglia benestante e agiata. Tutti i bambini di Triora sapevano che quando sopraggiungeva il tramonto, non si sarebbero dovuti far cogliere impreparati: era l’ora in cui le porte cittadine venivano chiuse per la notte e il momento in cui le streghe divenivano più pericolose, poiché favorite dalle tenebre. Tuttavia, accadde che una sera il bimbo gobbo povero non riuscì a rientrare per tempo nella sua casa. Restò chiuso fuori dalle mura della città, nella spaventosa zona della Cabotina. La nebbia leggera saliva dal fiume, giù a valle, e solo i rapaci notturni osavano interrompere il silenzio. Il bubolio di un gufo fece sobbalzare il piccolo, che tuttavia tentò di non abbandonarsi alla paura, finché una donna vestita di stracci non gli venne incontro, toccando con la mano ossuta la sua deformità. Era spaventato, ma non lo diede a vedere, inghiottendo i suoi timori e dimostrando un coraggio che non possedeva. E giunsero altre donne insieme alla prima, che lo portarono in una delle case di pietra alla periferia della città. Lui si lasciò guidare, pregando che la sorte fosse clemente con lui, e così fu. Le donne lo nutrirono, gli diedero un luogo caldo in cui trascorrere la notte e massaggiarono la sua gobba, finché non cadde addormentato. Al suo risveglio, le donne erano sparite e con esse anche la sua gobba. Quando al mattino le porte del paese riaprirono, stentavano tutti a riconoscere il giovanotto e ben presto si sparse la voce della miracolosa guarigione avvenuta per mano della bagiue, giungendo alle orecchie della madre dell’altro bambino gobbo. Scaltra e determinata a liberare il figlio di quel peso che deturpava l’immagine sociale dell’intera famiglia, quella sera la donna costrinse il suo bambino a trascorrere la notte fuori dalla città. A nulla valsero i suoi pianti di paura e il rumore dei suoi pugni che battevano sul legno delle porte, orbite chiuse ai suoi capricci. E anche quella notte, le bagiue tornarono, attirate dal pianto. Quando videro il secondo bambino deforme, si sentirono sfidate e offese e, per dimostrare il rispetto che meritavano, in tutta risposta donarono una seconda gobba al povero sventurato. La madre ne restò scioccata, così come il bambino. Ma infine, resesi conto che un essere innocente non poteva pagare per la superbia dei propri genitori, le streghe furono mosse a compassione e guarirono anche il secondo bimbo gobbo, ricevendo la gratitudine e il rispetto dell’intera comunità che ancora oggi ricorda con affetto l’episodio.

Si tratta di una storia, questa, che mescola superstizione ad antica saggezza popolare, una fiaba che intreccia le sue radici con storie assai simili provenienti da altre parti d’Europa e del mondo e dalla quale emergono diversi tratti interessanti della strega, o meglio, dell’archetipo della Donna di Conoscenza, che col tempo ha assunto diversi nomi: Herbana, Strologa, Janara, Masca, Cogas, Diana, Domina Herbarum… Tutti termini popolari e dialettali che descrivono le doti taumaturgiche di queste donne, qualità che non erano scisse dalle ombre e dal buio con cui spesso andavano a braccetto; un’oscurità che spaventa, ma che ha un fondamento ben preciso e una spiegazione forse più luminosa di quanto saremmo portati a credere dalla cultura in cui abbiamo vissuto e che ci influenza ancora oggi.

Le antenate delle streghe

Volendo provare a contattare una verità alternativa a quella che ci è sempre stata tramandata da leggende e racconti popolari, volti a esorcizzare ciò che non si conosceva e che, perciò, spaventava, proseguiamo il nostro viaggio andando alla ricerca degli indizi storici più arcaici, suggeriti anche dagli studi archeologici, uniti a quelli della mitologia e del sistema di credenze dei primordi, quando l’essere umano viveva in modo più ferino, a stretto contatto con le energie telluriche e di tutti gli altri elementi che compongono la realtà naturale.

C’è stato un tempo, anche assai recente, in cui le storie di streghe si narravano intorno al focolare. Tali racconti servivano a intrattenersi durante il periodo più freddo dell’anno, dai primi giorni di novembre e fino alla fine di marzo, e animavano le case di Triora e del suo territorio.

A essere raccontate erano vicende vere, ma come accade sempre nella tradizione popolare, la storia ha finito per essere condita e ricamata, tanto da sfociare nella leggenda.

I racconti di bagiue sono spesso ambientati presso le grotte e i corsi d’acqua. Alle streghe era attribuita la  capacità di assumere forma animale, come di rane e rospi o di rapaci notturni. Proviamo, dunque, a vedere se in tutto questo ci sia un fondamento e, per farlo, scaviamo fra le scoperte archeologiche di questa valle plasmata dal torrente Argentina.

Sono diverse le cavità rocciose disseminate nel territorio di Triora, molte con nomi riconducibili al mondo magico e naturale, come il Buco del Diavolo in località Borniga o la Tana della Volpe dirimpetto a Loreto. Sono appellativi non privi di criterio, che rimandano alla demonizzazione avvenuta in epoca cristiana.

Qui gli scavi hanno restituito reperti che testimoniano la devozione dei nostri antenati per la Madre Terra, tanto da affidare al suo grembo – la grotta – i defunti, cosicché tornassero nel suo utero cosmico per rinascere (Per approfondire puoi leggere il mio articolo “Riti sepolcrali preistorici in Valle Argentina – Nel ventre della Grande Madre“).

La Grande Madre primordiale era in ogni cosa, esattamente come la natura dalla quale non era affatto scissa: lei era la vita che risorgeva a primavera, era nelle nuove nascite che animavano la comunità, nel regno animale e in quello vegetale, ma la sua divina presenza era anche nella morte e nel disfacimento della carne, così come nelle tempeste naturali e nella potenza di cataclismi e calamità.

I nostri antenati avevano una spiritualità incentrata sulla donna e i suoi cicli, sul suo rispecchiare le caratteristiche della Grande Madre. Questa connessione profonda con la natura portò gli uomini e le donne preistorici a scorgere ovunque la presenza della Dea.

Così le civette e i rapaci, che regnano sulla notte, divennero simbolo della morte e della rinascita che ne sarebbe seguita, mentre le rane e i rospi, per la loro essenza sia acquatica che terrestre, veicolavano trasformazione, rigenerazione e fertilità. L’acqua, poi, era tenuta in altissima considerazione, poiché nell’immaginario arcaico era paragonata al liquido amniotico e, perciò, alla vita. I nostri antenati non mancarono di utilizzare tali figure nell’arte, soprattutto quella destinata a uso sepolcrale. E civette, rane, uova e simboli acquatici compaiono anche nei ritrovamenti delle grotte trioresi.

Ma torniamo alle nostre streghe, conosciute come bàgiue, bàggiure, bàzure. Questi termini dialettali condividono la radice con un’altra parola ligure: baggiu, il rospo. La corrispondenza etimologica di questi nomi potrebbe avere radici archetipiche arcaiche, riconducibili proprio all’antica Dea della vita, della morte e della rigenerazione, o alle sue sacerdotesse, donne fiere, ispirate dal divino che le abitava e perciò detentrici di potere e carisma, che utilizzavano nel presiedere ai riti di passaggio, tra cui anche la morte.

E allora, l’origine di quella che ancora oggi chiamiamo col termine strega è forse da connettersi a ciò che c’è di più semplice e naturale nell’esistenza umana, laddove “strega”, bagiua, è colei che possiede una sensibilità raffinita, ferina, perfettamente allineata con il Creato di cui conosce i segreti, poiché li possiede dentro di sé e li manifesta attraverso il suo vivere.

Le donne che furono accusate erano spesso conoscitrici di erbe e rimedi medicamentosi, levatrici, guaritrici… e, come tali, avevano il compito di risanare gli strappi sulla tela della salute, di guidare verso la luce di questo mondo i nuovi nati… Ma va da sé che, per fare ciò, dovessero conoscere anche i segreti della morte, cosa che ogni donna sperimenta in sé a ogni ciclo mestruale, e questo non poteva ricevere approvazione e riconoscimento in una società che ha fatto del controllo, del dolore, del conflitto, della linearità, della razionalità e dell’antropocentrismo il suo fondamento. Come si può accettare ciò che non si può spiegare con la ragione e con il calcolo? Che timor panico suscita ciò che esula dall’umano controllo per sfociare nel divino, nel “soprannaturale”?

Le donne e le bagiue erano – e sono tuttora – legate a Madre Natura in modo indissolubile, così come lo è anche l’uomo, ma il sesso femminile ha una predilezione per il dare e il togliere, il prendere e il restituire, rispecchiando e materializzando in modo tangibile e inequivocabile nel suo corpo il ciclo eterno che regola ogni cosa. È la stessa ciclicità che si manifesta nel susseguirsi delle stagioni, nei poli opposti di Calendimaggio e Ognissanti, così come nelle ore del giorno e della notte, nelle fasi lunari. Spetta all’essere umano reimparare a vedere quanto luce e buio, vita e morte siano strettamente interconnessi, abbracciandoli e riconoscendoli anche dentro di sé.

© Mel D’Alessandro per http://www.spondediboscomadre.com

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Il Cervo, fiero e gentile sovrano dei mondi

Sentirlo bramire in Autunno, nella sua stagione degli amori, è una delle esperienze che più ci connette alle nostre ataviche e selvagge radici. Il Cervo, come il Lupo e l’Orso a cui è strettamente legato, è uno degli animali che incarna in modo diretto l’archetipo dello spirito selvatico libero e forte, e per molte culture rappresenta un potente messaggero dell’Oltre.

Il nome di questo animale per molte culture ha sempre avuto il significato generico di “animale selvatico”, e questo ci fa comprendere come il Cervo sia strettamente connesso con la selvatichezza, con l’idea della vita inviolata di una natura vergine, integra.

In contrapposizione a ciò, tuttavia, c’è il fatto che questo animale, considerato Re della Foresta per la maestosità del suo portamento, è da sempre oggetto principale della caccia per mano dell’uomo, fin dagli albori, caratteristica che ha fatto nascere intorno a questa figura una profusione di miti e leggende riguardanti proprio il mondo venatorio.

Il folklore, infatti, trabocca di storie di re e cacciatori che, per seguire un cervo o una cerva si sono perduti nel bosco e hanno finito per vivere meravigliose e strabilianti avventure. Ne sono un esempio i racconti di Re Artù e dei suoi cavalieri, ma anche delle gesta irlandesi dei Fianna. Proprio a causa di un cervo, Sir Galvano finì per immergersi in vicende inaspettate e impreviste. E fu una donna sidhe, trasformata in cerva dalla maledizione di un druido meschino, a mettere al mondo il grande bardo Ossian, figlio del mitico eroe irlandese Fionn MacCumhaill (se vuoi saperne di più riguardo la figura di Ossian, ti consiglio di leggere il mio articolo “Ossian e Niamh, tra Spirito e Materia“). Il condottiero la incontrò proprio durante una battuta di caccia, risparmiata dai cani di lui poiché ne avevano riconosciuto la natura umana.

Queste e altre storie contengono una morale assai interessante su cui soffermarsi, che fa parte del messaggio energetico di questo mammifero: coloro che non cacciano per aggressività e per infliggere la morte, ma per conoscenza, possono essere condotti sempre più in profondità nel cuore della foresta e a incontri con il Mondo Altro, quel regno fatato che è dimensione dell’Anima e dello Spirito, contrapposti alla materia e alla carne.

Ma il Cervo non è importante solo nelle storie e nei racconti, bensì anche a livello spirituale: Buddha assume spesso la forma di questo animale, ad esaltare il suo messaggio di innocenza e di ritorno alla natura. Giunse a rappresentare persino il Cristo per i principi di resurrezione che ispira in chi impara a conoscerlo oltre l’aspetto meramente terreno che Madre Natura gli ha dato.

I palchi di corna crescono solo sugli esemplari maschi e si rinnovano ogni anno. Hanno funzione fortemente protettiva, se si considera che crescono proprio dietro gli occhi dell’animale e che lo aiutano a difendersi in caso di attacco o durante le lotte con i rivali. Inoltre, sono paragonabili ad antenne che connettono a più alti piani di armonizzazione. A livello totemico, la presenza delle corna può essere indicativa dell’attenzione da prestare ai pensieri più intimi e alle percezioni, alle intuizioni; data la crescita progressiva di anno in anno dei palchi, il cervo indica la ricerca di espansione in chi possiede questo totem. Visto il rinnovamento annuale delle corna, il Cervo ha finito per simboleggiare la vita che ringiovanisce continuamente, la rinascita e la ciclicità del Creato. Ecco perché questo animale divenne rappresentante diretto del mondo divino, arrivando a incarnare déi e dee. La sua forza è in perfetta sintonia con i ritmi naturali e le sue corna sono un’immagine limpida del ciclo di Vita-Morte-Rinascita, che lo ha reso un simbolo magico e potente di longevità e abbondanza, soprattutto per la caratteristica vegetale – quella delle corna così simili a rami – accostata a un rappresentante del regno animale.

I sensi dei cervi sono molto acuti. Gli occhi sono in grado di percepire movimenti anche a notevoli distanze e sanno captare contorni e contrasti anche in condizioni di scarsa visibilità. Lo stesso accade coi sensi dell’udito e della vista di chi ha questo totem.

Il Cervo si mostra quando è tempo di coltivare la gentilezza per se stessi e per gli altri, di risvegliare una nuova freschezza e nuove avventure da intraprendere con la stessa innocenza dei cuccioli e dei bambini.

Il maschio vive un’esistenza per lo più solitaria contendendosi gli harem di femmine con altri pretendenti, con i quali ingaggia furiose battaglie a suon di cornate. Per queste caratteristiche, il cervo rappresenta sicuramente anche l’orgoglio, la fierezza e la fermezza, quelle che fanno di lui un vero Re, insieme a un innegabile bisogno d’indipendenza che si mescola non di rado con quello di solitudine e del portare avanti progetti e ideali in compagnia di se stessi. L’essenza del Cervo parla della caparbietà e della forza nel difendere il proprio territorio e i propri indiscutibili diritti e bisogni fondamentali, come quello di riprodursi e di assicurare non solo protezione al proprio nucleo familiare, ma anche una prolifica discendenza della specie. Questo, a livello energetico, si traduce con il bisogno di affermarsi, di riconoscersi forti e fieri sovrani del proprio mondo, centrati e fortemente connessi non solo con i piani più alti e sottili (indicati dalla corona di corna), ma anche di quelli terreni e materiali, laddove chi ha questo totem pro-crea, in-semina progetti e idee affinché trovino la strada per far germogliare il Tutto. Gli esemplari maschi, per la possanza, l’agilità e il vigore, inoltre, sono diventati simbolo del guerriero e di colui che combatte con coraggio.

Le cerve, invece, incarnano la grazia e la gentilezza del principio femminile. Sono state considerate messaggere dell’Altromondo in grado di condurre al regno delle Fate: invitano, infatti, a guardare oltre il materiale e la superficialità per giungere al cuore delle cose, alle cause piuttosto che agli effetti. Invitano all’esplorazione della dimensione spirituale dell’esistenza. Le femmine di cervo erano particolarmente sacre ai Druidi e ai Celti. In Scozia si credeva fossero allattate dalle fate sulle vette montuose e che fossero in verità fate che avevano scelto di assumere forma animale. Sempre in Scozia si raccontava che esistessero tre grandi dee che si prendevano cura di questi animali fatati, chiamate Cailleach: una viveva sulle montagne, un’altra aveva il compito di proteggere le femmine dai cacciatori, mentre alla terza spettava allattarle e farle pascolare sulle colline e nelle foreste. Nelle leggende irlandesi, invece, la cerva rappresenta spesso il legame con la terra e con la Grande Dea, che doveva essere rispettato soprattutto dai capoclan e dai sovrani. Era identificata spesso con Flidhais, dea irlandese di tutto ciò che è selvaggio, simile alla mediterranea Diana. Ella era corrispettiva delle tre dee-streghe scozzesi, poiché accudiva i cervi tanto da divenirne la divinità.

The Enchanted Forest by John Anster Christian Fitzgerald, (1819 - 1906) |  Vintage fairies, Art, Art prints
The Enchanted Forest, John Anster Christian Fitzgerald.

Nella tradizione celtica i cervi erano chiamati “tori delle fate” o “bestiame della Dea”. Per il loro carattere di intermediari tra il mondo umano e quello divino/fatato, divennero presto psicopompi, accompagnatori di anime da un regno all’altro. Ecco, dunque, che questo ruolo li accosta facilmente al periodo di Samhain, momento dell’anno in cui il velo tra i mondi si fa più sottile, consentendo scambi tra le dimensioni.

Il Cervo porta qualità di maestosità e integrità, offre un nuovo senso dell’equilibrio e di protezione. Meditare su questo archetipo nei momenti di vulnerabilità aiuta a trovare la forza, la centratura e la sicurezza in se stessi. Questo animale è fortemente iniziatico, tanto che nell’alfabeto arboricolo celtico Ogham è associato alla Betulla, la prima lettera e l’albero che più di ogni altro benedice i nuovi inizi. Per questo, i cervi sono di buon auspicio quando si è in procinto di dare il via a qualcosa di nuovo. Inoltre, sono animali connessi alla fertilità, alla sessualità, come ci tramandano l’arte rupestre e l’artigianato preistorico, secondo cui la testa coronata dai palchi del cervo era espressione dell’utero per la sua somiglianza con esso, ma anche delle acque e delle fonti, che rimandano alle doti creative e vitali della Grande Madre dei primordi.

Pitture rupestri del bacino del Mediterraneo nella penisola iberica -  Wikipedia
Pitture rupestri spagnole, 6.000 a.C.. Fonte immagine: wikipedia.

In tempi più recenti, il Cervo è stato associato al dio Cernunnos, signore degli animali e delle foreste, raffigurato come un uomo con le corna. Anch’egli, come l’animale di cui porta gli attributi, è associato alla fertilità e alla sessualità, alla caccia e al raccolto. Talvolta è visto anche come il Signore della Caccia Selvaggia che trasporta gli spiriti dei defunti nell’Altromondo. Questo dio celtico sembra essere stato presente fin dal mesolitico, poi utilizzato dal cristianesimo per forgiare l’immagine per antonomasia del Diavolo, demonizzando così la spiritualità primeva, incentrata sulla natura e sulle sue forze. Nelle nostre zone alpine, soprattutto quelle di cultura occitana, ha assunto il nome e le sembianze di Lou Barban.

Se nella vostra vita o nel vostro cammino spirituale doveste incontrare un Cervo, fate tesoro dei suoi insegnamenti, delle sue energie e dei suoi messaggi per voi, e state pur certi che qualcosa di nuovo e di assai potente di prospetta nel vostro immediato futuro.

Con selvatica libertà.

© Melania D’Alessandro per http://www.spondediboscomadre.com

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