L’Universo in uno stagno

È fine estate e i torrenti di montagna sono in secca. Al loro posto, acquitrini in miniatura, pullulanti di vita.
Una vita che resiste all’aridità e si aggrappa a quegli specchi di brodo primordiale.
Sotto la superficie nuotano piccoli di Salamandra. E girini. Tanti girini.

Amo i riflessi delle fronde più alte in questi stagni, mi piace perdermi e ritrovarmi in essi, viaggiare tra quegli strati sovrapposti.

Nell’esplorarli ripenso spesso alle Dame guardiane delle Acque che popolano da sempre l’immaginario umano, ai draghi di sorgente, simboli della conoscenza che il lago, il ruscello, la palude e lo stagno possono offrire agli intrepidi che sanno avventurarsi nell’Oltre.

Mentre sono lì, rapita, un momento vedo le foglie sui rami, poi l’occhio mette a fuoco le profondità, con le sue pietre verdognole e i fondali melmosi. È così che sopra e sotto, dentro e fuori si mescolano e si rincorrono. Non si capisce più cosa sia un riflesso e cosa no. Ecco che allora in una polla si racchiude la metafora dell’esistenza, a più livelli.

Coesistono insieme dimensioni diverse, l’una non meno reale dell’altra: siamo noi a scegliere cosa guardare.
Le fronde e il cielo riflessi?
I sassi?
L’acqua?
Le Salamandre?
E quante dimensioni dell’esistenza può catturare uno scatto?
Quanti strati di vita si sovrappongono e si compenetrano?
E quanti ne contiamo?

Se guardi nelle dimensione sotto il pelo dell’acqua, le Salamandre ti parlano di resistenza al male, alle difficoltà, a ciò che è avverso. E di costanza, di valore nella lotta, di virtù. Parafrasando l’alchimista persiano Geber, questo anfibio è ciò che vince il fuoco e non ne è vinto. È colui/colei che nel fuoco resta in amicizia, dilettandosi con esso. Che insegnamento! Restare nel fuoco senza scottarsi, ma danzare con esso, giungere persino a divertirsi… Un messaggio che oggi fatichiamo a osservare e a fare nostro, tuttavia i tempi ci richiedono di assimilarlo e incarnarlo.

Ma procediamo in questo viaggio.

Tra le code dei girini troverai trasformazione, zampe che si preparano al salto, la Vita al suo stadio embrionale, fertilità e fermento. Ma l’anfibio è fatto per uscire dalle acque dell’inconscio… Ti racconta il suo emergere a nuovi stati di coscienza, il sublimarsi. E poi camminare, balzare, percepire il mondo con sensi nuovi.

È ciò che siamo chiamati/e a fare, è il compito che, prima o poi, attende tutti e tutte noi.

Sguazzare nell’acqua – nell’inconscio e nell’inconsapevolezza – è comodo e apparentemente sicuro. Ci vuole coraggio a uscire da quello stato, dalla melma che si è sempre conosciuta. Sembra che non ci sia niente al di fuori di essa…

Eppure, c’è chi si avventura al di là, chi vuole esplorare nuove condizioni. E allora mette la testa fuori dal liquido e comincia a scorgere un mondo nuovo, poi vi cammina, immerso in una realtà più leggera, fatta d’aria, e con la concretezza della terra.

Ma c’è di più! Come nello stagno si trovano rane a differenti stadi di sviluppo, così anche noi abbiamo una strada da percorrere, una crescita alla quale non possiamo sottrarci. Ed è una via diversa per ognuno/a, non esiste giusto e sbagliato. Ci sono girini che necessitano del loro tempo biologico prima di sperimentare le zampe e far cadere la coda. E con loro coesistono girini che hanno sia coda che zampe, ma anche rane ormai adulte, completamente formate.

Allo stesso modo, anche nella nostra realtà umana ci sono Anime che hanno bisogno del loro momento per mettere il naso fuori dall’acqua ed emergere. E con esse coesistono Anime che da quello stadio sono già passate e hanno varcato le soglie di nuove dimensioni.

Ha forse un senso giudicare tutto questo? In quest’ottica, esistono il giusto e sbagliato?

Al di là della pelle limacciosa della rana, molto più su, i tronchi degli alberi raccontano di un mondo in cui si svetta verso l’alto, del protendersi, del respirare.
Ci sono animali che distruggono il vecchio e disgregano materia. E ci sono esseri che vivono in mondi liminali che in quella putrefazione si adoperano a decomporre per fare spazio al nuovo che verrà.
Ognuno col suo ruolo.
Ogni creatura libera dal giudizio del bene e del male.

Tutti hanno il proprio compito e trovano il loro posto in un mondo che ha spazio e accoglienza in sovrappiù.
Senza chiedersi perché.
Senza lambiccarsi su cosa sia giusto o sbagliato.
Tutto, semplicemente, È.

E io che osservo, dove mi colloco? Dove sono, dentro, fuori, nel mezzo…?

Posso essere l’osservatore così come l’oggetto osservato. Attrice, spettatrice e sceneggiatrice al contempo. Una e multiforme. La parte e il Tutto. Il micro e il macromondo. Il sopra e il sotto. Il dentro e il fuori.

“Troverai più nei boschi che nei libri”, scriveva Bernardo di Chiaravalle.
Ed è davvero lì, sotto rami antichi e tra steli d’erba giovane, nel guizzare della vita che incrina riflessi sull’acqua e increspa superfici, che si tiene la scuola con le lezioni esoteriche più strabilianti di sempre.
Io non me ne perdo una.

© Melania D’Alessando per http://www.spondediboscomadre.com

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