Odiare l’Estate – Cosa ti perdi se non la sopporti

Estate.

Da bambina l’amavo smisuratamente.

Era quella stagione in cui potevo finalmente smettere di essere quello che la società voleva che fossi – una scolaretta modello, giudiziosa e posata – e potevo far emergere la mia vera natura: selvatica, libera… silvestre e marina al contempo.

Era l’unico momento dell’anno in cui potevo sguazzare in acqua, fantasticando sulle sirene e il loro mondo subacqueo. Immaginavo di nuotare coi delfini, di poter respirare anche nelle profondità per esplorarle e scoprirne tesori. Mi immergevo, cantando sotto la superficie.

Foto di Stefan Keller da Pixabay 

Quando non andavo al mare, scorrazzavo nei boschi alla ricerca delle fate nascoste tra i ghirigori del muschio, portando con me libri che mi aiutassero a identificarle e scovarle nelle loro dimore silvane. Cercavo i selvatici con occhi vispi e curiosi, ansiosa d’imbattermi in loro che, certamente, avrebbero avuto importanti messaggi da consegnarmi.

Fantasticherie di bambina, direte voi. Ma non è esattamente così.

Il periodo dell’infanzia, infatti, cela i segreti della nostra esistenza terrena, quella che possiamo definire come la nostra “Missione”, i nostri talenti, i motivi per cui abbiamo scelto di incarnarci proprio qui, proprio ora.

Foto di David Sanchez da Pixabay 

Scienze umane e filosofie esoteriche sono ormai concordi nell’affermare che il bambino, almeno fino ai primi sette anni di vita, conservi la purezza del suo Sé, per poi dimenticarla e inquinarla mano a mano che cresce, disperdendola nei ruoli sociali, nelle aspettative, nella forma mentis impartita dall’educazione (scolastica, familiare, religiosa, sociale…).

E io, a quel tempo, amavo l’Estate proprio perché mi consentiva di restare in connessione diretta con la parte più autentica di me, senza filtri, senza dover pensare ai compiti, ai doveri, ai voti, a essere una brava e responsabile bambina che nell’invisibilità non creava problemi a nessuno (solo a se stessa, ma questo lo avrei scoperto molto, molto più tardi).

Foto di Pexels da Pixabay 

Poi è arrivata l’adolescenza, con la sua mannaia impietosa e le sue furiose tempeste ormonali. E così ho iniziato a dimenticare.

Ho accantonato la vera me, fino a strapparla a brandelli, perché quello che ero non poteva trovare il suo posto nel mondo. Dovevo essere accettata, stimata, adeguarmi e amalgamarmi agli altri per poter sopravvivere. E’ qualcosa che tutti abbiamo fatto e vissuto, per cui sono certa che non starete leggendo nulla di nuovo al vostro cuore.

E così, poco a poco e senza accorgermene, ho reso l’Estate un’acerrima nemica.

La detestavo per il suo rammentarmi troppe cose scomode, per non essermi più fedele alleata come un tempo. Era diventata per me una strega malvagia, pronta a mettermi in difficoltà e a ricordarmi quanto debole fossi.

Il ciclo mestruale m’impediva di vivere il mare. Non potevo più vivere né vestirmi come volevo.

Dovevo nascondere le mie forme “ingombranti” per non essere guardata.

Il mio corpo era messo costantemente a confronto con quello delle mie coetanee o con modelli estetici inarrivabili.

Foto di Igor Link da Pixabay 

Dovevo imparare a reprimere le parti più belle di me per non essere considerata “strana”, “diversa”, “pazza”… e ricevere così apprezzamento dal mondo esterno. Era pura sopravvivenza.

L’allergia alle punture d’insetto rendeva le serate all’aria aperta un vero incubo.

E il caldo… quello iniziò a rendermi debole e fiacca come mai lo ero stata prima. Mi ridusse col fiato corto e le gambe pesanti da giugno a settembre.

Foto di Bruno /Germany da Pixabay 

Non sto facendo dell’autocommiserazione. Sto descrivendo come un chirurgo ciò che é accaduto in me, perché so che in molti possono riconoscersi nel mio vissuto. A ben pensarci, ne abbiamo passate davvero tante, da quando siamo venuti al mondo, non ti pare? Quante lotte, quante battaglie… e, nonostante le ferite siamo ancora qui, ancora in piedi. Forse dovremmo ricordarcelo più spesso.

Ma torniamo a noi.

Ho iniziato a patire l’Estate, dunque, a viverla come un assedio infinito e sfinente.

Ero ormai una schiava, una vittima del suo calore insopportabile, di quel fuoco che minacciava di bruciarmi o addirittura uccidermi.

Foto di sbox da Pixabay 

Poi, tre anni fa, la mia vita è cambiata.

E ho compreso come in un’epifania che ciò che di lei non sopportavo dipendeva da me, e non viceversa.

Perché alcune persone accanto a me non solo vivevano benissimo in questa stagione, senza i sintomi fisici che minacciavano me invece, ma addirittura l’amavano? Fortuna? Costituzione? Gusto personale? No, tutt’altro. Si trattava di qualcosa di assai più profondo e intrinseco, ma talmente basilare che sfugge agli occhi dei più.

La verità era che l’Estate, stagione di fuoco, mi mostrava su un piatto d’argento tutto ciò a cui io avevo rinunciato, tutto quello che avevo accantonato e represso, che mal sopportavo.

Il mio fuoco, la mia creazione, erano stati schiacciati per troppo tempo. Lei me lo mostrava come una maestra severa a ogni mio respiro affannoso: non potevo respirare laddove c’era fuoco (caldo) perché questo avrebbe significato dover ammettere di aver tentato di uccidere qualcosa che, da dentro di me, voleva uscire e manifestarsi. Ho scoperto che a detestare il caldo è proprio chi cova rabbia, chi vive di passioni molto intense, chi soffoca parti importanti di sé.

Foto di Giacomo Zanni da Pixabay 

Patire le alte temperature è proprio di chi è logorato dall’insicurezza, di chi è perennemente stressato, di chi giudica molto (in primis se stesso), di chi non mostra mai la propria autenticità, di chi non sa creare nulla e si trincera nel suo guscio privandosi di mettere al mondo la propria bellezza.

E’ stato allora che ho ripreso a ri-cordare, a fare pace con ciò che doveva essere guarito.

Ci sono voluti tre anni di lavoro interiore, un esercizio non ancora concluso del tutto.

Ma ho fatto dell’Estate una Medicina e oggi, anche se ancora non sono tornata a camminare a braccetto con lei, ci sorridiamo come amiche che si ritrovano complici dopo un litigio.

Non la vivo più da vittima. E, strano ma vero, quando va via, a settembre, avverto addirittura quella punta di malinconia che mi è rimasta sconosciuta per molti, lunghi anni.

Non voglio dire che sia semplice né voglio rendere il mio discorso estremamente semplicistico. So bene che l’afa può innescare problemi non indifferenti in alcuni. Ma so anche che interno ed esterno sono compagni inscindibili, facce della stessa medaglia. Dovremmo re-imparare che niente al di fuori di noi può nuocerci davvero, se non gliene diamo motivo (e qui ci sarebbero altre mille parentesi da aprire, lo so). E dovremmo ricordare che modificando – o meglio, trasmutando – una nostra condizione interiore possono migliorare di molto le nostre percezioni, il nostro modo di vivere la vita.

Lavorando su ciò che soffocavo e imparando pian piano a lasciarlo riemergere, il mio odio per l’Estate si placava, lasciando sempre più spazio libero all’amore.

Ho imparato e creare, a donare, a ri-considerare il mio Sé, e così anche l’insofferenza verso il caldo è andata spegnendosi.

Non ti chiedo di credermi, sarebbe da sciocchi. Ma ti invito a provarci. A darti una possibilità, a tentare la via del lavoro interiore prima di annaffiare il tuo stomaco di magnesio, potassio e sali minerali e di impedirti di godere dei grandi benefici dell’Estate (sono tanti, te l’assicuro). Affidati ai rimedi, se patisci. L’ho fatto anche io per tanto tempo. Ma saranno solo palliativi se non ti porrai faccia a faccia col fuoco che hai dentro.

Io ce l’ho fatta e oggi volevo semplicemente portarti il mio esempio, accendere una luce che potesse aiutare anche te a trovare la Medicina di questa potente stagione.

Ti auguro di farlo.

In totale libertà.

[Immagine di copertina: Marvin Rheinheimer da Pixabay ]

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