Sulle Sponde di Boscomadre

La Grotta della Madonna dell’Arma e i culti della Grande Madre: dalla divina Belisama alla Vergine Maria.

“O stella del mare, rifugio del mondo,
io taccio e m’ascondo: più voce non ho.
Che quanto tu meriti e quanto bram’io,
la madre d’un Dio lodar non si può.”

Antico inno popolare dedicato alla Madonna.

Ci sono storie e leggende intrise di luoghi dal molteplice e multiforme incanto, situati a metà tra la terra e il mare. Hanno il sapore e l’odore della salsedine e il loro profumo accende la fantasia. Le grotte in prossimità del mare sono gli sfondi prediletti in cui si consumano le vicende che vedono le sirene, le streghe e le creature acquatiche come protagoniste. La provincia di Imperia vanta più d’una di queste suggestive ambientazioni, una delle quali è situata più precisamente nella frazione di Bussana, al confine tra i comuni di Sanremo – a cui appartiene – e Arma di Taggia, anche se qui oggi l’unica a essere venerata è la Vergine Maria.

La Grotta della Madonna dell’Arma, conosciuta anche come Grotta della Santissima Annunziata dell’Arma, è un gioiello incastonato nella roccia erosa dalla forza del Mar Ligure, le cui onde mettono a repentaglio la sopravvivenza di questo luogo di culto dal passato assai remoto. Infatti, la piccola falesia sta gradualmente retrocedendo per via dell’azione degli agenti atmosferici, in particolare il salino e il vento. Sarebbe un peccato perdere questo diamante grezzo, almeno dal punto di vista umano, ma la Natura ci insegna che nulla dura in eterno e che persino la distruzione e il disfacimento fanno parte della vita e dei suoi cicli, una lezione assai ardua per noi da apprendere.

grotta arma madonna

Un tuffo nel remoto passato della Grotta.

Un tempo la grotta era più ampia di come si presenta attualmente. Quello che resta è solo la parte più profonda, non ancora distrutta dall’erosione marina. Fino a cinque milioni di anni fa, era sommersa dal mare e ne è una prova il fossile di conchiglia ancora visibile sulle pareti della caverna, oltre ai ciottoli e alla sabbia rinvenuti negli strati più profondi del suolo della grotta e che costituivano la prima spiaggia emersa.

L’acqua si ritrasse nel corso dei millenni e disegnò la linea costiera così come la conosciamo oggi. La grotta fu originata proprio dalla forza del mare e fu modificata dall’azione umana già dal Paleolitico, ma soprattutto nel Medioevo, quando fu adibita a cappella per il culto della Santa Vergine Maria, come vedremo a breve.

grotta madonna arma

 

Quando il mare retrocesse, a frequentare la grotta e le zone circostanti erano soprattutto comunità di cacciatori che qui potevano disporre di una grande varietà di animali, soprattutto cervi e altri ruminanti ormai estinti. Gli scavi archeologici condotti dentro e fuori la grotta hanno restituito resti di rinoceronte Merck,  orso delle caverne, cervo nobile, cavallo, bue primigenio (per gli strati più recenti), elefante antico, iena delle caverne e ippopotamo (per gli strati più antichi) risalenti alla glaciazione Würm[1].

L’Uomo di Neanderthal accendeva diversi fuochi nel fondo dell’attuale Grotta dell’Arma, come testimoniano i ritrovamenti. Il reperto più importante risale a 100.000-80.000 anni fa ed è costituito da tre frammenti ossei di cranio sempre attribuibili all’Uomo di Neanderthal e appartenenti con ogni probabilità allo stesso individuo, presumibilmente una donna. Sono stati rinvenuti anche migliaia di manufatti litici simili a quelli della Barma Grande ai Balzi Rossi di Ventimiglia, tra cui diverse amigdale in quarzite dal dubbio utilizzo, ma che dovevano servire per estirpare radici e macellare i corpi degli animali, oltre a raschiatoi utili alla lavorazione delle pelli.

In epoche più recenti, la zona prossima alla Grotta dell’Arma fu invece abitata da popolazioni di Liguri Intemeli, per poi essere conquistata dai Romani. Pare che i Liguri qui frequentassero un castellaro ormai andato perduto, ma ricostruito in epoca romana. Subì poi le incursioni saracena e l’occupazione dei pirati, per poi essere restituita al popolo di Bussana.

Le leggendarie origini della cappella e i suoi utilizzi.

Oltre che per il suo remoto passato ricco di testimonianze importanti e sorprendenti, la grotta affascina anche per una storia che la riguarda e la rende protagonista, una vicenda la cui origine e veridicità si sono perse nei meandri del tempo, eppure ancora sopravvive con amore. È conosciuta dagli abitanti del posto e ricordata anche dai testi che studiano l’origine di questo suggestivo e peculiare luogo di culto, che porta ancora il sapore del mare e di segreti ancestrali da leggersi sulle pietre e la sabbia che ne costituiscono il tetto e le pareti.

grotta madonna dell'arma soffitto

E, a proposito di questo, entrando e sostando all’interno della cappella, si ha l’impressione che l’ambiente sia una sorta di guscio, un involucro ovale umido e buio come il grembo materno. A tal proposito, abbiamo già visto come il simbolismo della grotta sia stato accostato in epoca preistorica al corpo femminile e a quello della Grande Madre dei primordi,  elargitrice di vita e datrice di morte grazie ai poteri del suo divino utero, e a come la Dea antica sia stata sostituita con la Vergine Maria dalla Chiesa (a tal proposito, leggi l’articolo “La Valle Argentina e le sue grotte: oltre il velo della leggenda tra la vita e la morte“).

Narra la leggenda, dunque, che in epoca medievale la grotta fosse adibita a ovile, occupata da una fanciulla sordomuta. Un giorno, mentre era intenta a svolgere le sue solite mansioni, le apparve una donna bellissima che, sorridendole, le fece dono di un quadro che la raffigurava. La ragazza, allora, accorse dal padre per mostrargli l’oggetto ricevuto e, quando giunse dal genitore, si accorse di poter parlare e gli raccontò ogni cosa. Visto il miracolo avvenuto, gli abitanti della zona collocarono nella grotta l’immagine di quella che fu subito riconosciuta come la Madonna e lì rimase finché non fu deciso di costruire una cappella in suo onore, consacrata poi intorno all’anno Mille.

L’esposizione della grotta, collocata a Sud, la rese non solo un centro nevralgico di culto, ma divenne anche un ricovero per la popolazione nei periodi più difficili della storia. Il ventre terroso della Grande Dea, dunque, non smise di compiere il suo sacro scopo: nel suo grembo giacevano ancora sconosciuti i corpi dei suoi antichi figli e di animali a lei sacri, mentre in seno teneva al sicuro creature viventi spaventate e afflitte.

bussana grotta madonna dell'arma

Ogni opera d’arte realizzata negli anni per abbellire gli interni della cappella ha dimostrato di non durare: l’umidità della grotta le deteriora velocemente, quasi a sottolineare il volere di una natura che ci insegna a non attaccarci alle forme esteriori, ad abbandonarci alla caducità della vita. E anche in questo ritorna la Dea delle origini, coi suoi cicli eterni di vita-morte-vita. Tuttavia, gli uomini di fede cristiana videro in questo lo zampino del demonio: “tanto fervore di opere religiose e di fede non poteva incontrare il beneplacito del Maligno Spirito, il quale scatenò contro il vetusto Santuario […] le forze distruggitrici della natura […]ossia le onde del mare[2]”. In questa breve affermazione ritroviamo tutta la forza di una cultura – quella patriarcale – e di una religione – quella cristiana – che hanno finito per separare l’uomo dalla natura e a ravvisare nelle sue libere e possenti manifestazioni lo zampino demoniaco. Ciò che nei millenni della Preistoria era stato associato a una grandiosa divinità femminile, che con la creazione e la distruzione degli elementi rendeva tutto equilibrato e armonico, fu bandito in epoca storica, capovolto nel suo significato più autentico e genuino, generando così una profonda lacerazione nell’animo umano. E così pure la Grotta della Madonna dell’Arma, che come ogni altra spelonca era stata per lungo tempo il simbolo per eccellenza del ventre materno al quale tornare dopo la vita e dal quale accedere all’esistenza terrena, fu definita dagli uomini di chiesa della zona “sassosa macchina che solo a vederla induce pietoso orrore e devota pietà [3]”.

Per scongiurare almeno in parte l’erosione della grotta-chiesa e il deterioramento delle opere in essa contenute, nel Settecento fu realizzata la parziale copertura in calce del soffitto, che tuttavia non ha guastato la magia data dalla morfologia originaria dell’anfratto naturale.

 

soffitto grotta madonna arma

Il popolo ligure divenne sempre più devoto a Maria e si divulgarono i miracoli ch’ella era in grado di operare. Crebbero considerevolmente anche i pellegrini che visitavano la Grotta della Madonna dell’Arma e le elemosine, le quali confluirono in diverse opere di riqualificazione e miglioramento del Santuario. I giorni dell’anno in cui la chiesetta si vestiva a festa erano tre: 19 marzo, festa di San Giuseppe, 25 marzo, giorno dell’Annunciazione, e la prima domenica seguente le celebrazioni della Pasqua. È curioso notare come nello stesso periodo la Natura si risvegli all’epifania primaverile e di come in tempi antichi, antecedenti il cristianesimo, tale momento dell’anno fosse dedicato in particolar modo a Dee della vegetazione, della rigenerazione e della vita che le vedevano protagoniste di riti dalla grande valenza astronomica e simbolica.

Oltre a queste occasioni, il popolo di Bussana si recava in processione nella chiesetta per chiedere alla Madonna la liberazione dai mali che l’affliggevano o per ricevere una grazia speciale. La gente accompagnava il pellegrinaggio recitando canti in onore della Madre di Dio, uno stralcio dei quali è riportato di seguito.

Evviva Maria, e chi la creò!
[…] Fra l’altre donzelle più pura la chiamo,
ché il fallo d’Adamo non mai la toccò.
Con santi pensieri, fu bella e fu bruna,
il sole e la luna la cinse ed ornò.
Per madre di un Dio dall’Angiol chiamata,
la Prole increata nel grembo portò.
[…] Tutt’arsa d’amore in terra frattanto
di Spirito Santo ripiena n’andò.
Da lungi t’adoro, Albergo divino:
il Verbo Bambino in te s’incarnò.
E un Dio sì possente, già fatto suo figlio,
qual rosa da un giglio nascendo spuntò!
[…]Soave e benigna, accesa di zelo,
la strada del Cielo al mondo insegnò.
[…] Maria degli afflitti spezzò le catene,
del parto le pene Maria sollevò.
[…] Maria col suo cenno tempeste frementi,
saette cadenti in aria fermò.
La fame e i perigli, le febbri funeste,
la guerra e la peste, estinse e fugò.
O stella del mare, rifugio del mondo,
io taccio e m’ascondo: più voce non ho.
Che quanto tu meriti e quanto bram’io,
la madre d’un Dio lodar non si può.
Ogni egro languente a te fa ricorso:
senz’essere soccorso, chi mai t’invocò?
Lassù, tra le stelle, dirai al Signore
che un vil peccatore tue lodi cantò,
Che cinto e difeso dal sacro tuo manto,
in premio del canto, l’inferno scampò.

Canto dei pellegrini della Madonna del Divino Amore, antico inno popolare.

Gli indizi offerti dai toponimi.

Da questa grotta trae il nome la vicina cittadina di Arma di Taggia, porta d’accesso alla Valle Argentina, poiché ospita la foce del suo torrente. Arma – o barma, ma anche alma o balma – è infatti il nome che nell’antico ligure era usato per designare proprio la grotta.

L’attuale cappella, dedicata alla Santissima Vergine Annunziata, è situata nelle propaggini della collina dei Castelletti, toponimo che testimonia la presenza in loco di antiche fortificazioni preromane che in Liguria sono noti come castellari.

Tuttavia, ancor più interessante è un altro toponimo legato proprio alla zona in cui sorge la chiesetta, chiamata oggi dagli abitanti Costa Balena. Sito omonimo – nella variante di Costa Balenae – e dalla grande rilevanza archeologica si trova anche sull’altra sponda del torrente Argentina, nella vicinissima cittadina di Riva Ligure. Verrebbe da pensare che, vista la prossimità tra i due luoghi, il toponimo comune abbia la stessa matrice, anche se è probabile che l’attribuzione sia assai più recente e avvenuta per via di un locale notturno che sorgeva qui, intitolato Costa Balena, che rimase aperto fino a qualche decennio fa.

costa balena

Secondo molti studiosi e archeologi, l’origine più accreditata del nome Costa Balenae è quella che la vede come antico luogo di culto del dio Belenus, venerato in particolar modo tra i Liguri e conosciuto anche presso i Celti, oltre che dagli Iberi. Belanus, Bel, Belen, Beleno erano differenti nomi che designavano il dio della luce, delle arti e dell’agricoltura, e a lui si accompagnava la grande Belisama, “Estate splendente”, sua consorte e dea del fuoco, anche di quello della forgia. Belisama – o Belisma – venerata da tempi anteriori rispetto al suo divino compagno, era protettrice degli artigiani, in particolar modo di quelli che operavano nelle fucine e plasmavano i metalli, ed era una corrispettiva della celtica Brigit e della romana Minerva.

Brigit's Sparkling Flame

Copyright immagine: Joanna Powell Colbert (tratta da Pinterest).

A Bel e Belisama è intitolata anche un’antica festività celtica legata al mese di maggio, Beltane, in cui si celebrava la rinascita della natura con riti estatici e gioiosi. Poiché in questa festa si venerava il corpo femminile della Madre Terra e la sua unione con la controparte maschile, i riti di maggio comprendevano lo hieros gamos, le nozze sacre officiate da due o più rappresentati della Dea e del Dio. Queste usanze furono poi bandite dalla Chiesa, che le riteneva peccaminose e demoniache. Tuttavia, non riuscendo a estirpare i riti assai sentiti, il cattolicesimo dedicò il mese alla Madonna, in sostituzione delle celebrazioni che si svolgevano in questo periodo dell’anno in onore di Maia, Flora, Bona Dea e di tutte le altre divinità madri pagane connesse al culto della terra (per saperne di più, ti invito a leggere i miei articoli “Maggio” e “Beltane, Floralia e Calendimaggio: tre nomi per una sola festività“).

Tornando, dunque, al toponimo della zona in cui sorge la Grotta della Madonna dell’Arma, non sorprenderebbe scoprire che in tempi pre-romani proprio qui sorgesse un luogo di culto dedicato alla grande Belisama.

Belisama, Minerva e la Vergine Maria.

Come già enunciato, è attestata la frequentazione della zona da parte di comunità di Liguri, influenzati nelle loro credenze e tradizioni anche dai Galli e dai Celti, nonché del passaggio ampiamente documentato dei Romani.

Il culto di Belisama era sentito soprattutto nella Francia meridionale con la quale la Liguria di estremo Ponente confina e si confonde e pare persino che il Santuario di Notre Dame des Fontaines a La Brigue fosse un tempo dedicato a lei. Belisama, infatti, non solo presiedeva il fuoco e l’artigianato, ma era in principio dea luni-solare delle acque, in particolare di quelle che sgorgavano dal sottosuolo e che avevano poteri curativi. Solo in seguito divenne la divina consorte del brillante Belenos.

Nei pressi della Grotta della Madonna dell’Arma pare esistesse un pozzo d’acqua sorgiva, e questo, insieme all’umidità che grondava e trasudava dalle pareti della stessa caverna, rappresentò senza ombra di dubbio un dettaglio interessante e degno di culto per gli uomini e le donne della Preistoria. Se la presenza dell’acqua sorgiva fosse confermata, insieme anche alla veridicità della leggenda, la guarigione miracolosa della sordomuta potrebbe essere stata generata dalla suddetta fonte.

grotta madonna arma bussana

Non tutte le grotte erano considerate sacre e non tutte diventavano santuari primitivi dedicati alla Grande Madre[4]. Perché ciò avvenisse, la cavità naturale doveva presentare alcune caratteristiche: la presenza di camere e corridoi, stalagmiti, fonti e/o corsi d’acqua. Tali peculiarità si ritrovano anche nelle basiliche cristiane, dove le stalagmiti furono sostituite da preziosi colonnati e l’umidità del grembo della Grande Madre era riprodotta in fonti battesimali o acquasantiere. La Grotta della Madonna dell’Arma, dunque, possedeva le carte in regola per essere sacralizzata già in tempi antichissimi.

Con la conquista dei Liguri per mano romana, la divina Belisama fu assimilata a Minerva, che ha molto in comune con la Madonna, come del resto anche l’originaria dea venerata dai Liguri.

“Fra l’altre donzelle più pura la chiamo,/ché il fallo d’Adamo non mai la toccò”, recita l’inno popolare dedicato a Maria. La Minerva delle società matriarcali era vergine e protettrice dei fanciulli e la leggenda sull’origine del Santuario dimostrano come anche a Maria stessero a cuore le vite dei giovani. La proverbiale verginità della romana Minerva aveva, tuttavia, un’accezione assai differente da quella che offrì il patriarcato: essere vergine significava in principio essere “una in se stessa”, integra, completa, non elargire il proprio divino potere femminile agli indegni né disperderlo con facilità, ma anzi, conservarlo e preservarlo come un tempio sacro dal quale tenere lontani i possibili profanatori. La verginità delle dee e delle loro ancelle non proibiva alle donne di avere rapporti sessuali amorevoli con gli uomini, ma esse concedevano il proprio corpo con moderazione, affinché la magia e l’energia potenti del grembo femminile non si disperdessero. La castità, dunque, resta una sovrastruttura prettamente patriarcale e cristiana.

Atena era la dea della ragione per i greci.

Artwork by Bryan Larsen

Minerva e Belisama possedevano capacità mediche, così come la Madonna guarì la giovane della leggenda (e, come lei, molte altre).

Nei miti più antichi si narra della nascita della dea romana dal mare e la Grotta dell’Arma, come lei, è emersa dalle onde marine; chissà che in tempi remoti questo dettaglio non consentì di ospitare il culto della Dea proprio in questo luogo.

Il serpente fa parte della simbologia di Belisama e di Minerva, accostato a loro anche iconograficamente; quando questo animale – che era un forte simbolo del potere rigenerativo e delle energie ctonie e curative – fu demonizzato e trasformato in sinonimo di Satana, fu raffigurato spesso nelle statue e nei dipinti, schiacciato dal piede delicato della Vergine Maria.

Belisama, che si accompagnava sovente con questi animali, era ottima guaritrice, caratteristica che ricompare nell’apparizione della Madonna dell’Arma. Per il suo legame con questi rettili, in epoca matriarcale l’originaria Minerva era dunque connessa con la fertilità e il rinnovamento, ma era anche patrona della conoscenza, delle arti e dell’artigianato, attributi comuni con la celto-ligure Belisama.

Recita l’inno popolare: “Lassù, tra le stelle, dirai al Signore/che un vil peccatore tue lodi cantò,/ che cinto e difeso dal sacro tuo manto,/ in premio del canto, l’inferno scampò”. L’uomo si salva grazie all’arte, che altro non è che fuoco divino e creatore in grado di avvicinare l’essere umano alla dimensione del sacro e all’energia creatrice dell’universo. A Belisama erano cari coloro che si dilettavano nelle arti, forse proprio per questa caratteristica del ri-conoscersi, attraverso la manualità e l’espressività artistica, creatori e creatrici suoi/sue figli/e. Quanto a Minerva, proteggeva con particolare cura filatrici, tessitrici, vasai e vasaie, ma anche chi si dedicava alla scultura e all’architettura ed era protettrice di case e città, che difendeva dagli aggressori. A ben vedere, dunque, sono molti i punti di contatto tra la Dea, Maria e il Santuario della Grotta della Madonna dell’Arma. Non a caso la fanciulla della leggenda allevava pecore, la cui lana veniva filata; e a lei non fu fatto un dono qualsiasi, bensì le fu regalato un quadro, prodotto artistico e frutto dell’intelletto e della manualità, due qualità che, come abbiamo visto, erano sacre a Belisama e Minerva.

Nei seguenti versi dell’inno popolare che pare venisse cantato dai fedeli in processione verso il Santuario è nascosta tutta la potenza della Dea dei primordi e di alcuni attributi comuni con la romana Minerva: “Maria degli afflitti spezzò le catene,/ del parto le pene Maria sollevò. / […] Maria col suo cenno tempeste frementi, / saette cadenti in aria fermò./ La fame e i perigli, le febbri funeste,/ la guerra e la peste, estinse e fugò./ O stella del mare, rifugio del mondo”. Viene qui dipinta una Madre dalla forza e dalla risolutezza tali da poter arrestare, con un suo semplice cenno, qualsiasi avversità, una Dea misericordiosa e terribile al contempo, ambivalente nel suo ruolo di protettrice che, tuttavia, per sua intrinseca potenza, potrebbe piegare al proprio volere qualsiasi elemento, naturale o umano che sia. Abbiamo visto che alla Madonna veniva chiesta protezione dagli abitanti di Bussana e la Madre gliela offriva; come la dea romana che l’aveva preceduta, difendeva le sue genti.

grotta santissima annunziata dell'arma

E oggi, dopo millenni di storia stratificati nel suo ventre, la Grotta della Madonna dell’Arma resta col suo pallido volto intonacato ad affacciarsi sul mare, porgendo le guance ai raggi di un sole che la fa brillare di luce riflessa. Il Santuario, dimora materna, culla divina di nascita e morte, non si apre agli sguardi di tutti: resta chiuso per molti giorni l’anno e conserva così l’arcaica verginità che appartenne a molte dee del passato. Si preserva nel silenzio, poiché in molti ignorano i tesori custoditi nel suo grembo, ma sempre spalanca il suo intimo pulsare e le sue sacre porte a chi, nonostante i millenni e il disfacimento cui va incontro per natura, ha occhi per vedere e cuore per sentire.

mare bussana

“Soave e benigna, accesa di zelo,/la strada del Cielo al mondo insegnò”: Belisama, Minerva, Maria… quale che sia il nome umano che le si offre, resta viva nel tempo e nello spazio l’essenza di una Donna Divina, una Dea, una Madre, che nel suo sacro grembo custodisce ed elargisce i tesori della nascita, della vita, della morte e della rigenerazione, laddove la grotta, il ventre e la coppa sono da sempre i ricettacoli delle più grandi trasformazioni per l’essere umano, che scavando in profondità dentro di sé può trovare la scintilla che lo condurrà ai più strabilianti segreti dell’universo.

Mel

N.B.: Tale elaborato non intende e non pretende in alcun modo sostituirsi alle ricerche dei professionisti. A esse, semmai, si affianca e si ispira, proponendosi di offrire una visione differente di una realtà difficile da conoscere e interpretare, con l’intento che possa a sua volta ispirare nuovi studi e restituire all’umanità conoscenze perdute o troppo spesso taciute.

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Bibliografia:

  • Le Dee viventi, Marija Gimbutas, ed. Medusa, Milano (2014)
  • Le Dee perdute dell’Antica Grecia, Charlene Spretnak, ed. Venexia, Roma (2010)
  • Le maschere di Atena, Scilla Bonfiglioli, ed. Il Saggiatore, Milano (2012)
  • Le Vergini arcaiche, Leda Bearné, Edizioni della Terra di Mezzo (2016)
  • La provincia di Imperia: A-L, Andrea Gandolfo, BLU edizioni (2005)
  • Sfondare la notte. Religiosità, modernità e cultura nel pellegrinaggio notturno alla Madonna del Divino Amore, Carmelina Chiara Canta, ed. FrancoAngeli

Sitografia, riviste e articoli di riferimento:


[1] Circa 110.000 – 11.700 anni fa.

[2] Così riporta una monografia datata al 1935 a cura degli Amministratori del Santuario di Bussana, tali Don Francesco Buffaria (Prevosto), Giovanni Donetti (massaro)  e  Avv. Vincenzo Donetti (massaro).

[3] Da una relazione del vescovo d’Albenga Monsig. Francesco Costa, intitolata il Giardinello, scritta da Ambrogio Paneri e datata 1624.

[4] Le grotte erano considerate sacre e usate come santuari già a partire dal Paleolitico superiore e lo furono fino a tutto il Neolitico. (Marija Gimbutas)

Imparare a cantare sotto la pioggia

Difficilmente sono entrata in un bosco e ho percorso sentieri di montagna da semplice visitatrice. Andare in Natura, per me, ha sempre significato spalancare gli occhi e il cuore e pormi in atteggiamento di ascolto. Da bambina cercavo fate e gnomi sotto le foglie, da adolescente percepivo misteri che non riuscivo a vedere e oggi imparo a leggere e ritrovare parti di me tra le pieghe della corteccia degli alberi, nel vento che spettina le chiome, nei ruscelli placidi, tra la terra umida e scura, nei tuoni di una tempesta.

Beninteso, sono cose che si possono fare anche in città, ma è più semplice scorgere certe manifestazioni su sentieri isolati, laddove la nostra mente è meno inquinata e più quieta, consentendo al cuore di svolgere i suoi naturali compiti.

zaino

E allora un giorno di questi me ne sono andata in uno dei luoghi a me più sacri della Valle Argentina, certa che avrei vissuto una giornata bella come poche. Sono partita come sempre: zaino in spalla, scarponi da trekking ai piedi, k-way pronto all’uso e macchina fotografica alla mano. Ma non sapevo che sarei tornata molto diversa da com’ero uscita di casa, molto più me stessa, assai più autentica di prima.

L’accoglienza, una volta giunta sul posto, è stata formidabile come sempre. La Valle Argentina, pur trovandosi a un passo dal mare, regala panorami incredibili, unici nel loro genere, e ho fatto scorpacciata di bellezza e di scatti da conservare.

valle argentina

Trascorsa la prima parte della mattinata, le nubi hanno iniziato a addensarsi sopra di me. Vapori di nebbia avvolgevano i monti e su di esse spiccavano i voli delle rondini che, audaci e allegre, sembravano volersi fiondare addosso a me per poi cambiare bruscamente rotta poco prima dell’impatto, lasciandomi estasiata per i loro giochi acrobatici.

Gli altri trekker che incontravo si guardavano intorno scoraggiati dal “maltempo” in arrivo. Qualcuno apriva gli ombrelli per le prima gocce, altri si rifugiavano sotto gli alberi, altri ancora tornavano indietro di buona lena, sperando che la tempesta non li cogliesse, ma io non avevo nessuna intenzione di andare via.

nebbia

Ho camminato in quella nebbia godendo del suo silenzio ovattato, del modo in cui avvolgeva ogni cosa. Ho scelto di sostare lì, in quell’apparente nulla, perché sapevo benissimo che era ricolmo di Tutto. Le zolle d’erba morbida e folta accompagnavano i miei passi, mentre scattavo decine di click, incantata dall’atmosfera che si era creata. Ho camminato sulle tane delle marmotte, attenta a non mettere i piedi nei numerosi buchi di accesso alle loro dimore. Ho contemplato i sassi bianchi come la luna, osservato la vita scorrere sui rami degli alberi… e poi ha iniziato a scendere una pioggia più fitta, mentre le nuvole in alto borbottavano senza troppa convinzione.

tana marmotta

E allora mi sono tolta gli occhiali dal naso, li ho riposti in una tasca e ho lasciato che il viso si bagnasse, volgendolo al cielo. Ho benedetto ognuna di quelle gocce, col sorriso sulle labbra. L’acqua cadeva sulle rocce e ben presto le piccole conche di quei massi si sono riempite di pioggia, divenendo primitive acquasantiere. Mi sono bagnata le mani di quel bacio, di quello sposalizio tra terra e cielo, profondamente grata di poter sperimentare tanta bellezza.

Ho chiesto all’acqua di lavare via da me ciò che non serviva più e al contempo mi sono fatta un bagno rigenerante nella Vita, la mia. E poi, proprio quando i tuoni iniziavano a farsi più forti, si è fatta strada in me la voglia di cantare e intonare canti-medicina.

In mezzo alla tempesta, nel gocciolio costante della natura e con i vestiti fradici, ho danzato nelle pozzanghere senza curarmi della terra che mi inzaccherava gli scarponi. Cantavo a squarciagola benedizioni per me e per il mondo, riportando a galla un lato di me che tendo a soffocare. Ho lasciato uscire da me il fuoco creativo, incurante dell’acquazzone e degli abiti bagnati.

tempesta

Lì, sotto quel temporale, c’era una me che voleva essere liberata da tanto, tanto tempo.

Lì, tra le fronde grondanti di quella foresta sacra e secolare, io sono rinata. Mi sono partorita quando il cielo ha rotto le sue acque e la terra ha schiuso le sue porte di bellezza per me.

E nel bel mezzo di tanta meraviglia, ho imparato un’altra importante lezione dalla mia Anima: ho compreso che quando inizi ad Amare anche le tue ombre, tutto cambia. Perché io ho amato immensamente quel temporale (nel mio caso, rappresentazione manifesta di ciò che non ci piace, di ciò che riteniamo brutto e/o avverso), anche se avrebbe spaventato i più.

mel2

Ho compreso che, quando nella vita giunge una tempesta, scappare non serve. Trovare riparo neppure. Serve invece riuscire ad attraversarla col cuore che canta a ogni passo, coi piedi che danzano nelle pozzanghere, con le braccia aperte a tutto ciò che arriva, con l’Amore disegnato in un sorriso e fede incrollabile in ciò che è e ciò che sarà. Solo così si può giungere a scorgere la bellezza di una vita che spesso denigriamo e percepiamo come lo sconto di chissà quale pena.

Sono tornata a casa dopo essermi riscoperta selvatica padrona del mio mondo, con la consapevolezza che, ancora una volta, ho viaggiato fuori per riscoprirmi dentro, perché abbiamo bisogno anche di questo: esperire la vita e scoprire così, un passo alla volta, chi siamo davvero.

Mel

Se ti è piaciuto questo articolo, potresti trovare interessante anche questo: “Tu sei la tempesta”.

Messaggi attuali dal mondo animale

Se seguite questo mio blog da tempo, conoscerete – o avrete intuito – la mia filosofia di vita e saprete anche che amo molto gli animali e la loro energia. Avrete letto più volte nei miei articoli che il mondo che noi definiamo esteriore rispecchia molto quello che abbiamo dentro, la nostra interiorità, e ciò è valido e vero sia a livello individuale che collettivo. Questo è uno dei motivi alla base della teoria del Tutto e della stretta interconnessione tra tutte le cose dell’Universo, già conosciuta in tempi antichissimi.

Ebbene, proprio in virtù di questo mio credo, nelle ultime settimane ho notato un fatto che ha colpito anche molti altri esseri umani, e com’è mia abitudine l’ho interpretato con gli occhi dello Spirito, mettendomi in ascolto con sensi diversi da quelli che definiremmo ordinari. Sto parlando della ricomparsa di molti animali selvatici là dove prima non osavano giungere per via della presenza e del disturbo antropici, eventi che sono stati fonti di meraviglia per molti proprio durante il periodo della quarantena.

“Come in alto, così in basso. Come dentro, così fuori. Come l’Universo, così l’Anima”, cita il motto alchemico-esoterico attribuito a Ermete Trismegisto, di cui tanto vi parlo sempre in questo blog, e lo riporto anche ora, perché lascia comprendere a livello profondo come tutto sia collegato e quanto ogni essere sia connesso a tutti gli altri.

Non è un caso che certi animali si siano manifestati con insistenza nelle nostre vite in quest’ultimo periodo. Gli anima-li parlano già attraverso la loro stessa definizione all’Anima, sono archetipi potenti che ci consentono di vedere al di fuori di noi caratteristiche che possediamo, ma che non sappiamo di avere, o ancora di porre la nostra attenzione su obiettivi che la nostra Anima vorrebbe noi raggiungessimo. Attraverso l’animale, entriamo in contatto con questo mondo altro, ci viene reso manifesto (puoi approfondire leggendo il mio articolo “Magia, simboli e medicina degli animali“). E allora vediamo alcuni dei messaggi nascosti dietro queste ricomparse che sono state eclatanti nell’ultimo periodo.

Delfino

delfino

Nei giorni di quarantena lo abbiamo visto lungo i moli, vicino ai porti e non distante dalle rive del mare. Come spirito guida, questo mammifero marino ha la capacità di attivare nuova creatività e aprire dimensioni inesplorate. Invita a trovare soluzioni nuove per vecchi problemi, ad abbandonare la nostra comfort zone a favore dell’avventura, a reinventare le nostre esistenze. L’acqua è l’essenza della vita, così come anche il respiro; le persone con problemi respiratori e polmonari possono trarre grande beneficio collegandosi alla medicina del delfino e imitando la respirazione a zampillo che questo animale usa quando sale in superficie. Non un caso, dunque, che si sia riappropriato dei suoi spazi e che si sia mostrato così spudoratamente proprio in questo periodo di emergenza covid-19. La chiave del suo potere è nel controllo del respiro. Attraverso di esso, può condurci in caverne sotterranee e agli inizi primordiali di noi stessi. Ci chiede di scendere in profondità e al contempo sentire scorrere in noi il prana, l’energia vitale di tutto l’Universo che ha un profondo potere curativo. Strettamente connesso alla medicina di questo mammifero è pure il suono, che è insieme anche energia, movimento. Il delfino aiuta a produrre il giusto suono, la giusta energia interiore in modo da far scaturire manifestazioni esteriori. Infine, ci interroga sui seguenti quesiti: desideriamo stare all’aperto? Abbiamo bisogno di aria nuova? Stiamo trattenendo la tensione? O forse lo stanno facendo le persone che ci stanno intorno? Quali sono per noi le parole e i pensieri in grado di creare? Quando il delfino si mostra, è ora di respirare nuova vita in noi noi stessi, di uscire, giocare, divertirci, esplorare.

Lepri e conigli

lepre

Li abbiamo visti tornare a popolare i parchi cittadini e saltare indisturbati nei prati. Lepri e conigli vantano una ricca simbologia, nell’antichità erano associati a Ecate, dunque alla morte, alla fine di un ciclo e al conseguente inizio di uno nuovo, una consapevolezza, questa, che abbiamo avvertito e acquisito proprio negli ultimi mesi. La medicina di questi animali porta sensibilità e senso artistico, fertilità di idee e di progetti. Quanti, infatti, durante la quarantena si sono dimostrati altamente creativi e propositivi nel tentativo di migliorare la vita di molti? Curioso anche notare come le zampe di questi animali consentano di spiccare grandi balzi: quando lepri e conigli si manifestano, è tempo di passare dall’immobilità a un’azione di tipo veloce e scattante. Non c’è tempo per restare fermi, bisogna agire, cogliere al volo le opportunità. Nel caso della nostra quarantena, l’azione è da intendersi a livello interiore, visto che siamo rimasti confinati per lungo tempo nelle nostre case, ma non ci è stato vietato di progettare e mettere in pratica azioni volte all’interiorità. Il cambiamento a cui siamo stati (e siamo ancora) chiamati non prevede rinvii; deve essere attuato al più presto, con urgenza, proprio come accade a un coniglio o a una lepre che debba fuggire da un pericolo o da un predatore. Per la loro vista e i sensi sviluppati, a proposito, aiutano a riconoscere i segnali che l’ambiente ci offre e invitano a dedicarsi a una dieta a base di verdure (anche solo temporaneamente) per mantenersi in buona salute e rafforzare l’organismo, cosa per altro ripetuta da medici e nutrizionisti proprio in questo periodo di emergenza. Lepri e conigli, infine, favoriscono il successo in ciò che si fa e invitano a non lasciarsi sfuggire le occasioni di crescita e miglioramento, perché potrebbero non presentarsi di nuovo.

Cinghiale

cinghiale

Animale adattabilissimo e sfrontato, il cinghiale ha spesso approfittato maggiormente dell’assenza umana per bighellonare tra le vie cittadine, sulle spiagge e nelle strade. La sua è una forza grande e indomita, è la manifestazione materiale dello spirito guerriero e del comando. Lavorare con la sua medicina aiuta a trovare una direzione nella vita. Invita alla potenza del selvaggio, a riscoprire i segreti di se stessi e del mondo. Il cinghiale ci dice che a volte dobbiamo attraversare un periodo in cui sembra che tutto vada a pezzi, un “esaurimento”, in modo che qualcosa di più profondo e di più ampio possa entrare nelle nostre vite, non per niente è un animale iniziatore. Comunica chiaramente che un periodo di distruzione può precederne uno di creazione e rinascita, insegnandoci che il potere della natura è sia distruttivo che creativo, e le due caratteristiche non possono essere divise o separate. Ciò che può essere considerato negativo può diventare positivo con la giusta canalizzazione delle energie, e questo fa parte della medicina del cinghiale. Una peculiarità importante della simbologia di questo animale è il suo consentirci di riscoprirci guide per gli altri, e non è un caso che proprio nell’ultimo periodo molti si siano messi al servizio della comunità in diversi modi, soprattutto a livello spirituale. Infine, quando il cinghiale si mostra è tempo di focalizzarsi sui propri obiettivi e perseguirli con tenacia e grande coraggio.

Cervo

cervo

Suscitando maggiore meraviglia e grande stupore rispetto al cinghiale, in alcune località persino i cervi hanno iniziato ad aggirarsi per le città silenziose e immobili. Il cervo rappresenta l’innocenza e il ritorno alla natura, la sua medicina è in grado di condurre a un profondo e radicale rinnovamento. Invita a prestare attenzione ai più intimi pensieri e alle percezioni che abbiamo, senza affidarci troppo alle apparenze. Ci chiede, infatti, di ricercare nuove sensazioni e livelli di percezione che possano crescere ed espandersi nei prossimi anni, dunque invita a un lavoro costante da rivolgersi sul lungo termine. Indica nuove, stimolanti opportunità di rinnovamento, caratteristica che lo accomuna anche agli altri animali citati in questo articolo. Il cervo indica anche un legame stretto con la propria famiglia e con i suoi nuclei più essenziali, invita a non mescolarsi con le energie della folla, ma a mantenersi integri anche dal punto di vista energetico, a proteggersi dalle influenze esterne e tutelarsi. Il cervo ci riporta alla sapienza primigenia degli antichi insegnamenti ed esorta a stabilire un forte legame col bambino interiore, accudirlo in solitudine prima di esporlo ad altre forme di energia. Ricorda anche che esiste una tradizione legata alla natura, una dimensione idonea per i gruppi familiari e per la salute dei giovani, nell’interesse di tutti. Non a caso si è parlato spesso di un ritorno alla ruralità, della forza dei piccoli borghi e delle comunità montane, della voglia di molti di ritrovare il lato selvatico della natura umana. La medicina del cervo consente di affinare i sensi, di percepire anche ciò che non viene detto ed espresso a parole. Quando il cervo si mostra, è tempo di essere gentili con se stessi e con gli altri, risvegliando una nuova innocenza e freschezza. State cercando di forzare gli eventi? Lo stanno facendo altri? State diventando troppo critici e insensibili nei confronti di voi stessi? Quando arriva il cervo, è tempo di aprire le porte a un amore gentile che porterà a nuove avventure.

Cigno

cigno

Questo regale uccello è stato troppo spesso disturbato dall’attività dell’uomo, per cui questo periodo di reclusione per noi ha rappresentato un’occasione di riconquista per lui. L’energia del cigno consente di aumentare la sensibilità delle proprie e delle altrui emozioni e in tanti si sono dimostrati emotivi ed empatici in questi ultimi mesi. Rappresenta da sempre un tramite tra  il regno metafisico, con le sue dimensioni superiori, e il regno fisico-materiale, espressione della dimensione terrena. La medicina del cigno invita a realizzare la propria vera bellezza, a sviluppare la capacità di collegarsi con nuovi regni e nuovi poteri. Questa capacità di risvegliare la bellezza interiore e collegarla al mondo esterno è parte di quanto la magia del cigno può insegnare. Invita a considerare questa caratteristica in noi stessi e negli altri, a prescindere dalle apparenze. Quando lo facciamo, diventiamo dei magneti capaci di attirare altri a noi, e anche questo è un fatto che si è verificato in modo prepotente nelle lunghe settimane di quarantena. Il cigno invita anche al silenzio, è il totem del bambino, del poeta, del mistico e del sognatore. Insegna il mistero del canto e della poesia, che riescono a toccare il bambino e la bellezza interiori. Non un caso che in questo periodo abbiamo sperimentato le nostre doti canore anche sui terrazzi dei condomini, che molti si siano uniti per scrivere racconti dedicati al momento storico che stiamo attraversando e che in tanti abbiano riscoperto la loro creatività.

Lontra

lontra

E’ proprio dei giorni della quarantena la notizia che la lontra sia ricomparsa nel Nord-Ovest italiano, in zone vicinissime a quelle in cui vivo. Questo animale, che come il delfino è altamente collegato all’acqua e alle energie femminili creative, porta il gioco, l’espressività e le curiosità nella vita delle persone in cui si manifesta. La sua medicina aumenta l’immaginazione, dona gioia di vivere e amore. Anche in questo caso, come accade per i messaggi del cervo, ci ricorda di tenere vivo il bambino interiore e ci comunica che la vita può essere divertente, se affrontata con l’attitudine giusta. Le lontre restano sole raramente, sono animali sociali, come l’essere umano. Quando si mostrano, è il momento di trovare un po’ di tempo per il gioco e la spensieratezza, di lasciarsi coinvolgere in attività ludiche e ricreative. Invita a chiederci: stiamo diventando troppo seri e/o ansiosi? Dobbiamo risvegliare il bambino interiore? Infine, ci invita a trattare noi stessi in modo speciale, a prenderci cura di noi con amore materno e a risvegliare un nuovo senso di meraviglia per la vita e tutte le cose che essa porta con sé.

Chissà che qualcuno di questi animali non sia comparso proprio nei luoghi in cui vivete e che non abbia qualche messaggio particolare proprio per voi…

Mel

La Valle Argentina e le sue grotte: oltre il velo della leggenda tra la vita e la morte.

Le valli dell’entroterra ligure somigliano spesso a luoghi incantati, soprattutto in certi scorci nascosti, conosciuti e raggiungibili solo da pochi. Il silenzio coglie i viandanti che vi si avventurano, insieme alla tipica sensazione di non essere soli e di essere osservati.

Tra questi siti dal sapore ancestrale sono comprese anche le caverne di cui la Liguria è particolarmente ricca (si pensi, per esempio, a quelle dei Balzi Rossi a Ventimiglia, e a quelle di Toirano e delle Arene Candide nel savonese).

Sono sorte leggende su queste spelonche incastonate tra la terra e il mare, tra il mondo in superficie e quello infero della morte. Sono storie che in pochi, ormai, ricordano e vogliono tramandare, ma la loro essenza è tenace quanto l’edera che avviluppa i tronchi degli alberi e tiene insieme con le sue radici i sassi antichi di certe vecchie case. L’anima della leggenda non si esaurisce né si arrende, sopravvive, si aggrappa alle labbra di individui prediletti che ancora amano tramandare parole sussurrate in tempi lontani. Non si sa più se certe storie abbiano avuto origine proprio qui, in questa lingua di terra bagnata dal mare e abbracciata dai monti, o se invece si mescolò ad altre di luoghi distanti dalla Liguria, ma hanno degli aspetti curiosi in comune con altre parti del mondo e vale la pena provare a sentire col cuore cosa esse vogliano ancora comunicarci, quali voci intendano far giungere fino a noi.

fate liguri

Si dice, dunque, che tanto tempo fa le grotte fossero abitate da donne di piccola statura e dall’aspetto spaventoso, chiamate fate da alcuni, donnine da altri. Nessuno osava disturbarle nelle loro dimore; chi lo faceva, scompariva per non fare ritorno. Per questo erano considerate malvagie e assai pericolose e ci si tenevano alla larga da loro.

Ma queste donne non si limitavano a restare nei loro antri. Uscivano spesso all’aria aperta e amavano trascorrere il loro tempo nuotando nei torrenti e nei laghetti di cui l’entroterra ligure è ricco. Dopo essersi immerse nell’acqua e aver goduto della sua freschezza, restavano a riva e lì si prendevano infinita cura dei loro capelli con un piccolo pettine. Questo strumento, tuttavia, non serviva solo a mantenere ordinate le loro chiome, ma era strettamente connesso con le grotte in cui avevano la dimora: se una di loro avesse perso il pettine, non sarebbe più potuta tornare a casa, e questo sarebbe stato fonte di grande sofferenza per la fata.

Un giorno di un tempo ormai perduto accadde proprio che una di queste piccole donne perse il suo pettine, che le cadde di mano e fu portato via dalla corrente del ruscello. A nulla valsero i tentativi di ritrovarlo e lei si disperò. Urlò e pianse tutte le sue lacrime, vagando in lungo e in largo per la valle senza mai riuscire a ritrovare la via che la portasse alla sua grotta né a impugnare di nuovo  il suo prezioso pettine.

acque sacre culti femminili

Mentre la fata errava senza meta, un giovane uomo era intento a pescare sulle rive del torrente. D’un tratto la sua attenzione fu rapita da uno strano, piccolissimo oggetto che si era incastrato tra due pietre, sul greto del corso d’acqua. Lo afferrò tra il pollice e l’indice e lo guardò con lo stupore negli occhi. Conosceva ciò che si diceva riguardo le piccole donne delle grotte e non ebbe dubbi sulla provenienza dell’oggetto. Era un uomo coraggioso e di buon cuore, così non si fece intimorire da ciò che si raccontava sul conto delle fate. Voleva restituire il pettine alla sua proprietaria e non ci fu modo di fargli cambiare idea, così partì.

Sapeva che la sua non sarebbe stata un’impresa difficile: la fata che aveva perso il pettine non poteva essere lontana e non si sarebbe potuta nascondere nella sua grotta, per cui era solo questione di tempo affinché la trovasse. Infine, come previsto, il giovane trovò la piccola donna in riva al torrente, con gli occhi gonfi e arrossati di pianto. La chiamò, mostrandole il pettine che aveva trovato, e la fata, sorpresa, smise di piangere e sorrise. Per ringraziare il buon cuore del ragazzo, lo ricompensò donandogli ricchezze che avrebbero fatto invidia a un re e da allora in poi la sua famiglia visse per sempre nella salute e nell’agio e, così si racconta, ancora oggi i suoi discendenti godono di tali fortune.

Community Building – The Way of Vibrantly

La storia presenta diverse somiglianze con altre numerose fiabe popolari di stampo medievale e ha dei punti in comune anche con la cultura celtica, con la quale la Liguria entrò in contatto. Non è così difficile, ormai, leggere il fondo di verità nascosto tra le pieghe della leggenda, una verità ben più antica del Medioevo e persino dell’arrivo dei Celti.

Come Marija Gimbutas ha rivelato e dimostrato con i suoi approfonditi studi sull’archeomitologia, la divinità europea delle origini era femmina. Non dobbiamo immaginarcela come una Dea altezzosa e distante, né dobbiamo pensare che la Grande Dea Madre della Preistoria fosse un idolo. Lei era espressione di tutte le cose viventi e comunicava attraverso di esse. Nell’immaginario arcaico, dunque, gli elementi naturali divennero parti manifeste del corpo della Dea: le acque erano le sue fertili secrezioni vaginali, la terra il suo ventre fecondo, le montagne i suoi prosperi seni, le cavità naturali erano la sua magica e misteriosa porta conoscitrice della vita e della morte, la vulva. Tutto esprimeva la sua grandezza, il suo essere femmina e, perciò, vita.

grotta valle argentina

Gentilmente concessa da MMM a I colori del vento

Le donne di piccola statura della leggenda, nonostante siano ricordate come esseri pericolosi, malvagi e dall’aspetto sgradevole, raccontano in realtà molto di quegli antichi culti remoti che abbiamo dimenticato e che la cultura indoeuropea, patriarcale e cristiana poi hanno distorto e tentato di occultare e cancellare.

Gli studi e le prove archeologiche ci dimostrano che le società primitive erano matrifocali, incentrate sulla donna. A lei spettava il compito di custodire i segreti della Dea, di elargirne i doni ed essere la sua manifestazione vivente. Sono giunte fino ai giorni nostri testimonianze di una ritualità femminile legata al culto dei defunti e ai momenti di passaggio in genere. La donna era Dea per natura, ciclica ella stessa come la vita, la morte e la rigenerazione che ogni mese avvenivano nel suo grembo e in tutto il creato. Ecco perché era lei a conoscere i segreti dell’esistenza. In questo contesto non sorprende, dunque, che le protagoniste della leggenda siano creature femminili.

grande dea madre

Nelle caverne, che in Valle Argentina furono utilizzate unicamente per i riti sepolcrali poiché troppo piccole per fungere da dimora, si riproduceva la simbologia del sacro grembo e di tutti i suoi aspetti. È nel ventre della donna che avvengono le più sorprendenti, magiche e misteriose trasformazioni. Nelle sue acque si sviluppa la vita; il buio uterino era quello della morte, ma anche ciò che precede l’esistenza terrena; il suo ciclico sangue – un tempo donato periodicamente alla Madre Terra – conteneva il miracolo della rigenerazione. Non sorprende, dunque, che per via del potere che fino ad allora le era stato riconosciuto, la cultura patriarcale si trovò a dover reinterpretare la sacralità della donna come qualcosa di malvagio dal quale guardarsi. Non riuscendo a estirpare del tutto l’antico culto, la nuova religione pose nelle grotte statue di Vergini e Madonne, che ancora oggi possono essere avvistate in Valle Argentina persino nei luoghi più irraggiungibili. I nuovi arrivati, dunque, sostituirono la Dea e le donne che ne officiavano il culto con Maria, colei che è piena di grazia così come lo erano le vergini antiche.

grotte madonna culti femminili

Gentilmente concessa da MMM a I colori del vento

Gli ehi delle loro voci risuonano ancora oggi sulle montagne, celati dal velo di un credo, quello cristiano, che  pur contro ogni suo volere testimonia tempi assai remoti. Tutto questo è comprensibile, poiché è ciò che fanno tutti i conquistatori con i popoli vinti. A non essere accettabili, piuttosto, sono l’oscurantismo in cui ancora viviamo e l’inconsapevolezza nei confronti del remoto passato dell’umanità di cui facciamo parte, che ci racconta una storia differente rispetto a quella propinata dai testi scolastici.

Le divine donne preistoriche legate alle grotte sono state defraudate della loro altezza – sia fisica che spirituale – e hanno assunto in questa leggenda un carattere malvagio, tanto che ci viene detto che chi si avventurava nelle loro dimore non avrebbe più fatto ritorno. Chi si apprestava a percorrere i sentieri che portavano alle grotte (e, quindi, alla Dea) abbandonava la retta via tracciata da Dio, in altre parole: era perduto per sempre. Prendendo in considerazione il contesto di appartenenza di questa leggenda, va detto, tuttavia, che il perdersi nella ricerca delle grotte abbia in sé anche un legame con la morfologia del territorio ligure, aspro e a tratti particolarmente scosceso, tanto che le caverne con accertate testimonianze preistoriche – soprattutto quelle della Valle Argentina – si trovano oggi in una posizione impervia e assai pericolosa. Non è difficile credere che per l’uomo di qualche secolo fa una tale spedizione potesse portare effettivamente alla morte.

grotta

Gentilmente concessa da MMM a I colori del vento

Nonostante il tentativo patriarcale di oscurare la grandezza delle dee e delle donne dei primordi, sono sopravvissuti elementi importanti del culto che fu e di ciò che rappresentava.

Nella storia si parla in particolare di uno strumento di fondamentale rilevanza senza il quale la vicenda non sussisterebbe: il pettine. A esso viene attribuita talmente tanta importanza da collegarlo strettamente alla grotta-madre. Il pettine, solitamente, è attribuito alle creature acquatiche, come ninfe e sirene. È curioso che qui sia associato a fate che appartengono a due elementi, anziché a uno soltanto: l’acqua e la terra. Era parte integrante di riti arcaici che vedevano nel “pettinare” le acque un gesto simbolico volto ad evocarne gli spiriti e l’energia. Per il suo legame con l’acqua e con la femminilità, rappresentata dalla chioma da mantenere fluente e ordinata, non sorprende che sia associato alla grotta che, come abbiamo visto, era un luogo fortemente legato alla Dea. Molte grotte sono inumidite da corsi d’acqua e laghi, come accade per esempio in quelle di Toirano (Savona), e questo rappresentava per i preistorici un chiaro rimando alle tiepide secrezioni femminili.

Non va dimenticato anche che nelle antiche società agricole di cacciatori-raccoglitrici si utilizzava uno strumento simile a un pettine (antenato del nostro rastrello) per propiziare la fertilità della terra.

Infine, viene in nostro aiuto anche un’analisi etimologica e linguistica della stessa parola “pettine”, che la collega all’apparato genitale femminile. La sua radice è la stessa di “pettignone”, sostantivo utilizzato anticamente per indicare il pube, ma anche i crini che circondano la vulva, secondo quanto riportato da Giovenale. Pettine è pure un altro nome per indicare la conchiglia e il mollusco, in particolare la capasanta; inoltre, la parola greca kteìs, che indica il mollusco, significa sia pettine che vulva.

pettini e conchiglie

Lo strumento della leggenda, dunque, è un chiaro riferimento non solo alla fertilità della Madre Terra e del suo grembo, ma anche al mondo ligure, diviso tra i monti e il mare e dei quali porta il sapore. Il pettine diviene qui chiave che consente di accedere a una realtà altra, magico talismano atto a dirigere sapientemente le energie del creato. È possibile che anticamente il pettine della storia fosse in realtà la valva di una conchiglia, che era spesso inserita nei corredi funebri rinvenuti nelle grotte, com’è emerso dai rilevamenti archeologici in Valle Argentina, precisamente nella Tana della Volpe (Triora) e nell’Arma della Gastéa (Borninga, presso il borgo di Realdo nel Comune di Triora). Non è difficile credere che le fate della storia si riferiscano a donne che avevano il sacro compito di accompagnare i defunti nel loro viaggio di rinascita, restituendoli al grembo della Madre con una ritualità specifica, a noi oggi sconosciuta. Questo si ricollega anche con quanto si diceva poc’anzi riguardo il non fare più ritorno dal ventre delle grotte per chi vi si avventurava. Riletto in questa chiave, dove il volto più oscuro della Dea si farebbe preponderante, anche l’epilogo della storia potrebbe assumere una sfumatura differente. Il ritrovamento del pettine da parte del giovane potrebbe essere visto alla stregua di un presagio, il segnale del suo prossimo ritorno al grembo della Madre cosmica, tant’è che si dice che non patì più per salute e povertà. Dalle leggende provenienti da tutto il mondo, soprattutto quelle riguardanti l’area celtica – che ebbe degli influssi anche sul territorio ligure – apprendiamo che il mondo fatato e quello oltremondano sono strettamente collegati. Chi vi accede non torna indietro, rimane in quel luogo sospeso nel tempo e nello spazio dove non esistono dolore e sofferenza. Lì il cibo è abbondante e sempre squisito, accompagnato dalle migliori bevande mai assaggiate da labbra umane, e la musica rallegra gli animi, caratteristiche che ritroviamo nel lieto finale della leggenda.

Un altro elemento utile a ricostruire l’importanza del culto della Dea è rappresentato da ciò che consegue la perdita della strada che conduce alla grotta casa-anima. Quando la donna-fata realizza di aver smarrito il suo pettine, viene sopraffatta dalla disperazione. È condannata a tutti gli effetti a un esilio, poiché ha perso il contatto con la sua femminilità (il pettine) e il suo mondo interiore (la grotta).

spiritualità naturale femminile

Questo evento reca con sé un significato assai profondo e di grande spessore che vale la pena indagare. Chi si allontana dalla strada della Madre è destinato a perdere se stesso, a separarsi dalla magica connessione con il ciclo vita-morte-vita, e ciò porta a catastrofiche conseguenze, le quali oggi sono sotto lo sguardo di tutti noi. Come la fata, anche noi abbiamo perduto il contatto con la Grande Madre, la fonte della nostra esistenza. Ci siamo scollegati da essa, ne viviamo separati e non ci riconosciamo più come sue estensioni. Insieme a questo abbiamo dimenticato il rapporto col sacro, trasformando in traumi i potenti momenti di passaggio che siamo chiamati ad affrontare durante la vita. Non viviamo più d’amore e armonia, ma di paure e conflitti che ci dilaniano dall’interno, perseguitandoci allo stesso modo in cui la perdita del pettine ha tormentato la fata. Tuttavia, il suo strazio è pure quello che fu delle donne che ai tempi in cui nacque questa versione della storia dovettero abbandonare il loro credo incentrato sulla Dea, pena la persecuzione.

Nei miti, nelle leggende e nelle fiabe riecheggia ancora la grandezza dei culti antichi, ma sono anche dirette testimonianze di una storia che attraverso di essi rivive e può essere riportata alla luce. Prossimamente visiteremo più da vicino le grotte della Valle Argentina, scavando in quel passato fatto di anfratti bui e di difficile interpretazione, ma che testimonia certamente riti arcaici femminili di cui abbiamo perso memoria.

Mel

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Immagine di copertina gentilmente concessa da MMM a I colori del vento.


Bibliografia:

  • Le donne invisibili della Preistoria, Judy Foster, ed. Venexia (2019)
  • Le dee perdute dell’Antica Grecia, Charlene Spretnak, ed. Venexia (2010)
  • Le Vergini arcaiche, Leda Bearné, ed. della Terra di Mezzo (2016)
  • Il fuoco nella testa. Uno studio sullo sciamanismo celtico, Tom Cowan, ed. Crisalide (2006)
  • Nuovi dati sulle sepolture in grotta nella Liguria di Ponente, A. Del Lucchese e A. De Pascale, XLIII Riunione scientifica L’età del Rame in Italia.
  • Sirene, Skye Alexander, ed. Venexia (2014)
  • Da Morgana alle Winx, Massimo Izzi e Lavinia Petti, ed. Gremese (2011)
  • La Dea nell’Antica Britannia. Miti, leggende, siti sacri, Kathy Jones, ed. Psiche2 (2013)

Maggio

La natura profuma, canta e si espande. L’amore che coinvolge tutte le creature si respira nell’aria, insieme a un’atmosfera festosa quasi inspiegabile, ma tangibile. E’ maggio, che deve il suo nome a Maia, feconda e prospera divinità romana associata al risveglio della natura nella stagione primaverile e alla quale era dedicato proprio il primo giorno del mese. Ma maggio, secondo alcuni, deriverebbe anche da Maius, Maiestas, maiores, che indicano la maggiore età di questo mese in cui la primavera non è più fanciulla acerba, ma donna adulta, matura, piena.

E’ un mese che fin da tempi antichissimi fu dedicato alla Grande Madre e il motivo dell’associazione con lei è facilmente intuibile. Tutta la natura ci parla di un’energia femminile molto forte in questo periodo dell’anno, dove l’amore, la vita e la maternità sono elementi portanti di tutto il creato.

madre natura

Dalla Grande Madre si passò in epoca romana a Maia, anche conosciuta come Bona Dea, Fatua o Fauna. Era casta e severa e veniva descritta come una donna vestita con abiti lunghi e un serpente nella mano sinistra levata. Nei suoi templi era esclusa la presenza maschile e fu chiaramente una prefigurazione della Madonna cristiana alla quale ancora oggi è dedicato il mese.

Essendo il quinto mese dell’anno, il suo numero è il cinque. Nel mondo esoterico, dunque, l’associazione con il pentagramma, la stella a cinque punte, è inequivocabile. Esso rappresenta figurativamente la perfezione umana, com’è noto dal disegno dell’uomo vitruviano di Leonardo, ma anche quella dell’universo, in quanto a ogni punta sono associati gli elementi del mondo naturale e spirituale: acqua, aria, terra, fuoco ed etere. Per questo il cinque è simbolo di vita universale, di individualità, della mediazione tra terra e cielo, ma rappresenta anche l’attività positiva che porta all’evoluzione. Talvolta questa attività può tendere al suo opposto, quindi al negativo e all’involuzione. In alcuni testi antichi, il cinque è associato anche alla dea Venere, che in origine era assai diversa da come siamo abituati a conoscerla.

venere

Ella era infatti una divinità legata alla generazione della vita e al rinnovamento, e ogni primavera riemergeva dalle acque del mare portando fioriture, crescita, bellezza e gioia nel mondo. Era talmente bella e sensuale che tutti volevano che rimanesse per sempre a benedire i grembi delle madri e il ventre della terra. Non è quello che facciamo anche noi quando la Primavera esplode in tutto il suo tripudio di colori, profumi, suoni ed energie?

Già nei mesi scorsi abbiamo visto come la Primavera, che ormai è al suo culmine, sia resurrezione della vita universale. L’energia di questo periodo è paragonabile a quella del mattino, ha l’oro in bocca, è piena di magnificenza. In Primavera si ripete l’atto primordiale della creazione cosmica.

Proprio in virtù di questo sentire ebbro di gioia e gratitudine, i primissimi giorni del mese sono sempre stati dedicati alla celebrazione della natura. In queste feste estatiche ed euforiche i veri protagonisti erano i fiori, le piante e gli alberi e tanti erano i riti collegati alla battaglia simbolica tra l’Inverno e la Primavera, con la vittoria di quest’ultima. Ma in questo periodo era tempo di festeggiare anche l’unione del maschile e del femminile nello hieros gamos, le nozze sacre. In tempi ormai lontani da noi, venivano scelti dalla comunità due fanciulli che avrebbero rappresentato le due divine polarità, il Dio e la Dea, e avrebbero intrecciato e unito i loro corpi nelle sacre celebrazioni di Beltane. (Puoi leggere anche l’articolo “Beltane, Floralia e Calendimaggio: tre nomi per una sola festività“).

nebbie di avalon nozze sacre

Foto tratta dal film “Le nebbie di Avalon” (2001) rappresentante la scena delle nozze sacre.

Non era un rito unicamente carnale, come lo definiremmo erroneamente oggi, ma racchiudeva in sé simbologie importanti, cosmiche e di grande valore per l’intera comunità, laddove la sessualità non era considerata peccaminosa, ma sacra ed estatica unione dal sapore profondamente spirituale.

Una diceria popolare vuole che questo non sia il periodo adatto ai matrimoni, nonostante fosse proprio a maggio, con la festività di Beltane, che i Celti si univano in matrimoni della durata di un anno. Pare, infatti, che chi si sposi in questo periodo sia destinato all’infelicità: “sposa maggiolina presto vedovina”, recita uno dei tanti proverbi dedicati all’argomento. Si attribuisce questa credenza al fatto che per i Romani questo momento dell’anno era dedicato, oltre che ai già citati Floralia, anche ai lemures, gli spiriti di coloro che erano morti precocemente, non sposati e senza figli. Era considerato pertanto di cattivo auspicio sposarsi in un mese in cui si ricordavano queste anime tormentate.

matrimoni maggio

Tuttavia, trovo altamente probabile che tale proverbio derivi dal cristianesimo: proprio in vista delle unioni estatiche ed ebbre di piacere di questo mese che si celebravano liberamente tra uomini e donne che veneravano Madre Natura, la nuova religione vedeva come peccaminosi e demoniaci i matrimoni celebrati a maggio, pertanto li bandì, marchiandoli come infausti e sfortunati.

Altra celebre usanza legata a questo mese e alle celebrazioni dedicate alla Natura c’è quella del Palo di Maggio, attribuita alle popolazioni germaniche giunta in Italia con le invasioni barbariche. Per questi popoli l’albero assumeva un ruolo importante, e i riti che lo riguardavano si innestarono su quelli riguardanti la dea Flora romana. Per queste popolazioni il cosmo era simboleggiato da un albero che racchiude in sé la ciclicità della vita, la fecondità e l’immortalità. Nella notte fra il 30 aprile e il 1° maggio gruppi di giovani si recavano nei boschi a procurarsi un tronco per poi piantarlo nella terra, piazza principale del paese o davanti alle case delle autorità. Si legavano sulla sua sommità nastri colorati, fiori e frutti, e poi si effettuava una danza circolare intorno a esso. Quella del Palo di Maggio è una tradizione con chiari rimandi alla riproduzione, dove il tronco è il sesso maschile che penetra la terra, elemento femminile, per fecondarla e dare inizio a un nuovo meraviglioso ciclo vitale. Il rito, inoltre, aveva come protagonista l’Albero Cosmico, l’Albero della Vita.

albero di maggio

Come si è già detto, l’impronta pagana delle celebrazioni di Calendimaggio non riceveva l’approvazione della Chiesa, che fin dal Medioevo tentò di limitarne gli aspetti più licenziosi o addirittura mutarlo in festa cristiana. Siccome i fedeli non si adeguavano facilmente al nuovo culto, istituì con la Controriforma la figura della Madonna come regina di Calendimaggio e di tutto il mese.

Per il calendario Celtico Ogham il 13 maggio si entrava nel mese dedicato al Biancospino, albero dalle forti valenze magiche e collegato al mondo fatato.

biancospino

Per questo motivo, era vietato tagliarlo, ma i suoi rami, a cui si attribuivano poteri apotropaici e che si appendevano agli usci, potevano essere recisi solo la mattina di Beltane, quando le fate erano più ben disposte verso gli uomini che non avrebbero abusato della loro benevolenza. Il biancospino era considerato anche protettore dei matrimoni.

Gli animali del mese sono le api per la loro importante azione impollinatrice e gli uccelli canterini, in particolar modo l’usignolo, simbolo della gioia e della quiete spirituale.

A maggio, infine, principia il segno zodiacale dei Gemelli, l’ultimo del cosiddetto Interludio Superiore, costituito insieme all’Ariete e al Toro. Segno d’Aria, simboleggia tutto ciò che è volatile, leggero. La caratteristica principale del Gemelli è quella della duplicità, della compresenza degli opposti; maschile e femminile, tenebra e luce, interno ed esterno. Chi nasce in questo segno è spesso contraddittorio e rispecchia le energie di Mercurio, messaggero degli dèi, giocondo e comunicativo. E il Gemelli è fortemente espressivo, è un maestro nell’arte della comunicazione. Le sue attività più amate sono spesso quelle cerebrali e gioconde.

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D’altronde il periodo chiede a tutti noi di essere espressivi: espressioni materiali dello Spirito, ma anche comunicativi: siamo portati per natura a riprendere con maggiore insistenza una vita sociale, ci espandiamo e ci apriamo con maggiore facilità, dopo i più solitari e introspettivi mesi invernali.

Buon giocondo, fertile e prospero maggio a tutti.

Mel

 

Non ho una Laurea e (non) valgo molto

Oggi vi racconto una storia, la mia. Lo faccio perché credo ce ne sia bisogno e che la mia esperienza possa essere utile ad altri.

Una decina di anni fa avevo aspirazioni grandiose per me (o almeno così le vedevo allora). Mi ero iscritta all’Accademia di Belle Arti, mi sarei laureata e poi avrei fatto finalmente il lavoro per cui pensavo di essere nata. Avrei avuto una casa mia, una vita mia, sarei stata felice.

Eppure i piani che l’Universo e la mia Anima avevano per me erano altri, e così il bell’arazzo che avevo immaginato iniziò a sfumare. Un pezzo alla volta, si disintegrò, lasciandomi col vuoto fra le mani.

certezze che si sgretolano

Non sto qui a riportare tutte le difficoltà che incontrai nel mio percorso di studi, perché non servono ai fini di questo articolo, ma sappiate che furono molte, una dietro l’altra. Giunsi in breve tempo a sentire che la strada che avevo scelto non fosse quella giusta, così all’ultimo decisi per un drastico cambio di rotta. Abbandonai l’Accademia dopo aver dato l’ultimo esame che mi mancava prima della discussione della tesi. Per alcuni fu follia, per altri coraggio, ma non è questo l’importante. All’epoca per me fu una crisi esistenziale di portata epocale che mi sarei trascinata dietro per diversi anni e che oggi ringrazio come la mia migliore amica. Fatto sta che non mi laureai e questo mi fece sentire una persona di scarso valore in ogni ambito della mia vita. Non ero nessuno perché non c’era nessun foglio a definirmi, a darmi un’identità, a dire che io valevo qualcosa. O almeno, questo era quello che pensavo.

Negli anni a venire questa convinzione si cristallizzò in me e mi trasformai nel fantasma di me stessa. Non potevo avere voce in capitolo su alcuna questione, perché non ero nessuno, ero un fallimento totale. Vivevo costantemente paragonando le mie sconfitte alle smaglianti vittorie di altri e non facevo che correre come una forsennata alla ricerca di qualcosa che mi desse la possibilità di riscattarmi almeno un po’, di riacquistare luce e valore agli occhi altrui, ma la verità era che avevo bisogno di trovare quella luce e quel valore dentro di me, non all’esterno. Solo che ancora non lo sapevo.

angoscia fallimento

Nonostante tutti i miei studi e le mie conoscenze, non mi sentivo in diritto di parlare, di di creare una professione che fosse mia, di entrare in qualsiasi discorso in cui un laureato avrebbe potuto darsi un tono, facendomi sentire ancora più inutile.

Sono trascorsi anni da allora, anni in cui ho imparato a lavorare sodo su di me e a vedere il mondo secondo altri paradigmi. Non condanno niente di quel periodo, tornassi indietro ripeterei ogni tappa, perché mi è servita a trasformarmi in ciò che sono oggi: un individuo consapevole della propria Luce interiore e intenzionata a farla brillare e donarla al prossimo, nonostante le pareti di casa mia non siano affollate di attestati e certificati impreziositi da belle cornici. E trovo ci sia molto da riscoprire in questo concetto.

Siamo così abituati a racchiuderci in definizioni, a guardare all’autorità altrui come fosse una caratteristica divina imprescindibile che non ci accorgiamo di quanto questi meccanismi siano per noi deleteri. Ci sono non laureati che hanno una ricchezza interiore e un’apertura mentale che una laurea non gli avrebbe mai dato. Ci sono persone che proprio per non aver frequentato le “scuole alte” hanno avuto modo di sperimentare la vita in modo differente, assaporarla senza dogmi e preconcetti, perché diciamolo: l’istituzione scuola dei giorni nostri non solo fa acqua in più punti, ma ha un rigore e una rigidità tali da impedire alla sacra creatività di manifestarsi negli individui. Oggi l’educazione è divenuta qualcosa di molto simile alla prigionia, poiché è superata, obsoleta e molto del sistema scolastico andrebbe rivisto e modificato a partire dalle sue radici. La libera espressione delle facoltà di un individuo e le naturali inclinazioni dell’allievo dovrebbero sempre essere prese in considerazione dall’educazione, che non può essere uguale per tutti, indistintamente. Ogni essere umano costituisce un universo a sé, cosa che l’educazione moderna non contempla, poiché il fine ultimo è quello di incasellarci, rendendoci apparentemente tutti uguali, ma profondamente frustrati e pieni di conflitti e traumi interiori.

educazione scuole

Con questo non voglio sminuire i titoli di studio di nessuno, sia chiaro, ché se non ci fossero specialisti in medicina o in architettura (per fare un esempio), molto verrebbe a mancare nella nostra società e nel benessere umano. Conosco tante gente che non ha una laurea eppure il suo sapere ha un valore inestimabile, perché fa esperienza della vita con una saggezza che sarebbe molto utile da divulgare. Arricchirebbe e migliorerebbe le esistenze di molti, eppure molti di loro, come ho fatto io per lungo tempo, non osano diffonderla perché sentono di non averne il diritto.

Trovo che sia giunto il momento di iniziare a disgregare questo dannoso schema mentale collettivo. Abbiamo bisogno di un mondo che smetta di aspirare alla staticità e alla calcificazione delle vecchie idee a favore dell’apertura di cuore e di mente che in molti possono offrire in base al loro individuale sentire. Cambiare prospettiva e vedere le cose in modo differente da quello che il Sistema ci insegna dovrebbe rappresentare per tutti una ricchezza, una fonte di confronto costruttivo e di scambio culturale. Invece ci sentiamo inferiori, alla stregua di scarti umani indegni di qualsiasi considerazione.

Sembra che oggi, se non hai una laurea, devi tacere. Non importa se quello che hai scoperto o se il tuo modo di vivere potrebbe rivoluzionare il mondo. Devi tacere lo stesso, perché non sei nessuno. Eppure anche il celebre Einstein non era nessuno prima di formulare le sue rivoluzionarie teorie, ma ce lo siamo dimenticato.

stai zitto

Nel 1998, Giuliano Preparata, docente di Fisica all’Università Statale di Milano, parlava così a Report.

⚗️La Scienza è una vocazione, non è carriera, diceva. Il vero scienziato è curioso e aperto nei confronti delle ipotesi, delle domande e delle teorie proposte da chi non è interno all’ambiente scientifico.

⚗️La vera Scienza non si chiude in se stessa, non dà assolutismi, non promulga dogmi fissi e immutabili nel tempo.

⚗️Se giungessero un Einstein o un Pitagora a bussare alla comunità scientifica odierna con in mano le loro teorie, nessuno li considererebbe.

Questo si diceva nel 1998. In un programma Rai. Mi chiedo se oggi, nel 2020, un tale intervento sarebbe accettato e mandato in onda senza censure. Di seguito trovate il video, nel caso in cui foste interessati a vederlo e ad ascoltarlo.

E’ un discorso ben più profondo di quanto potrebbe sembrare e che tocca molti più ambiti di quello accademico e/o scientifico. Per fare un esempio terra-terra, vale anche per il nostro strettissimo sistema di credenze personali. Basta che arrivi uno da fuori a dire: “Oh, guarda che forse non è come la vedi tu, prova a guardare le cose da quest’altra prospettiva”, che subito ci si inalbera. E allora inizia tutta una sfilza di: “che diritto hai, tu, di dirmi che le cose non stanno come dico io? Che titolo possiedi, tu? Non sai quante lauree ho io! Non parlare di quello che non sai!”. E’ vero o no? Quando invece a volte basterebbe smettere di indossare la maschera corrosiva dell’orgoglio e dell’arroganza e restare in quello stato salutare di curiosità permanente in cui vivono i bambini, quella vivacità di spirito che non vede solo bianco o nero, ma può mettersi nelle condizioni di percepire, cogliere e fare proprie anche tutte le sfumature che ci sono nel mezzo. Senza contare che, come al solito, se non ci fosse qualcuno (o qualcosa) a dirci che le cose possono essere fatte/sentite/vissute in modo diverso non ci sarebbe mai evoluzione in nessun ambito, ma solo la staticità della morte.

creatività

Immaginate se i nostri antenati preistorici avessero rifiutato l’uso del fuoco o le tecniche agricole per orgoglio, “perché si è sempre fatto così”. Dove saremmo, oggi? Ci saremmo?
(Ah, per inciso: non vale dire “sarebbe stato meglio, perché l’uomo moderno è la rovina di tutto”… 😏 )

Per portare un altro esempio, la celebre scrittrice di libri di self-help Louise Hay, che ha fatto tanto bene a una buona fetta di umanità e che continua a farlo nonostante abbia ormai lasciato il suo involucro mortale, non aveva nessun “alto” titolo di studio. La sua scienza era il suo personale sentire, dal quale si lasciava guidare con amore infinito e con altrettanto amore lo divulgava senza presunzione. Chi sentiva risuonare in sé le sue parole, provava a metterle in pratica. Diversi hanno cambiato radicalmente la loro vita “solo” per aver ascoltato i consigli di Louise. E non era una psicologa, una psicoterapeuta, un’analista, una psichiatra, una neuroscienziata. Era un individuo che nella sua vita aveva sperimentato tanta sofferenza da accendere in lei una scintilla che altrimenti, forse, non sarebbe mai scattata. Quella scintilla la condusse a fare esperienza delle cose da prospettive inaspettate. E quel suo cambiamento di visuale, infine, ha cambiato l’esistenza di tante persone.

Questa è un’era che, a dirla tutta, avrebbe tanto bisogno dei semplici, di uomini e donne che smettano di salire su piedistalli fragili e instabili e che si mettano invece al servizio della comunità, che, a prescindere dal titolo di studio, dedichino i loro talenti migliori a vicini di casa, a fratelli e sorelle, a figli, genitori e amici. C’è bisogno di gente che con umiltà dia punti di vista differenti senza salire su nessuna cattedra, individui che si dimostrino di ampie vedute e che parlino il linguaggio semplice della vita stessa, ché la vita non è complicata come ci hanno fatto credere che sia. E’ necessario che si ritrovi l’importanza di un insegnamento gomito a gomito, come avveniva nelle antiche botteghe artigiane, e non solo per quanto riguarda la scuola, ma soprattutto per tutte quelle discipline che sono ancora a portata di pochi a discapito di molti. Per fiorire, l’umanità necessita di imparare e trarre ispirazione dai talenti e dall’esempio altrui, di ritrovarsi in cerchio per condividere saggezza e conoscenze, ognuno come pari di tutti gli altri, a prescindere dal titolo di studi o dallo status sociale. Abbiamo bisogno di più semplicità e di toni meno altisonanti, perché il linguaggio semplice della quotidianità è più efficace e ben lontano da quello cattedratico.

cambia te stesso

In conclusione, credo che il mondo si cambi una persona alla volta (cit. Alfredo Jaar) e allora, come ho sempre affermato in questo mio blog, I started with the man in the mirror, come cantava Michael Jackson: comincio a cambiarlo da me, dalla donna che vedo riflessa nello specchio ogni mattina, impegnandomi a essere voce fuori dal coro quando sarà necessario, a non farmi mai più condizionare da schemi collettivi che non sento giusti per me e a donare ciò che sono e che ho imparato all’umanità, con l’auspicio di essere d’esempio. Comincio dal punto di partenza, ma con rinnovamento: non ho una laurea… e valgo, sì. Valgo perché il mio sentire è sacro e non può essere contestabile, è mio e mio soltanto. Valgo perché sono sacra io stessa, proprio come tutti gli altri esseri, né meno né più.

E così come valgo io, vali anche tu.

Mel

La Valle delle Fate

C’era una volta in Italia, e c’è ancora, una valle chiamata Valle delle Fate. Oggi il nome riportato sulle carte geografiche, sui cartelli e sulle guide turistiche è un altro, ma non fatico a comprendere il perché di un tale antico appellativo. È un luogo magico, un angolo di mondo che ha molto da raccontare.

Sono tante le acque che bagnano la Valle Argentina, questo è oggi il suo nome, ed è piuttosto evidente che qui il culto della Grande Madre fosse potente.

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Ne sono un’eco i numerosissimi santuari dedicati a vergini, sante e madonne, tutti in prossimità dei fiumi o su vette sacre. Lo dimostrano le storie e le leggende sulle bàzue, le streghe, donne di conoscenza che in questi luoghi si tramandavano i loro antichi saperi. La Natura tutta ne parla, soprattutto in certi scorci dove il velo tra l’umano e il fatato si fa incredibilmente sottile.

Sono segreti scritti sui tronchi dei faggi, impigliati tra i rami più bassi degli alberi che accarezzano le acque dei ruscelli. Sono misteri che solo certi cuori odono, raccontati dalle pietre vetuste, dal vento che sibila e spettina le selve, dai fili d’erba di certe conche che intonano canti melodiosi e dalle dolci onde che danzano in polle d’acqua limpida e cristallina. In Valle Argentina tutto parla, se lo si sa ascoltare.

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Appare chiaro e inequivocabile che l’abbondanza di acque e sorgenti, di boschi fitti e a tratti impenetrabili, di canyon sinuosi  scavati dai torrenti richiamassero il corpo sacro della Grande Madre, colei che era in ogni cosa, espressione del creato e della ciclicità dell’esistenza. La forma stessa della Valle, con i suoi monti che paiono cosce ben tornite a cingere la parte più intima e umida –  l’alveo del torrente da cui oggi trae il nome – rimanda al corpo femminile dal quale si genera (e ri-genera) la vita.

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Come nella donna il suo centro sacro non si schiude per tutti, così anche la parte più intima e selvaggia della Valle delle Fate, quella che mano a mano si avvicina di più alla sorgente dell’Argentina, non si concede facilmente.

Resta al contrario quasi chiusa in se stessa, come fosse pudica, ma con questo suo pudore virginale preserva intatte la sua magia, la sua energia sacra, la fonte di tutto il suo fascino. Le elargisce solo a chi non lo violerebbe mai, a pochi prediletti che ancora sanno interpretare la voce del vento, cantare alla terra, specchiarsi nelle acque limpide e feconde, intingersi nel verde smeraldo delle sue foreste e dei suoi morbidi muschi. Offre il suo frutto più sacro unicamente a chi vibra d’amore per lei.

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Gentilmente concessa da MMM a I colori del vento.

Questo si rispecchia anche nei borghi abbarbicati nei luoghi più impervi, tanto che pare che la pietra di cui sono costituiti sfidi le leggi di gravità, urlando al cielo, al fiume, al mondo intero che resteranno lì per sempre, nonostante tutto. E lì rimarranno perché protetti dall’amore della Madre che li ha generati e che ha trasmesso geneticamente a chi ha scelto – e ancora sceglie – di vivere dei panorami offerti dai suoi fianchi, della generosità del suo ventre mai data per scontata ma sempre guadagnata con fatica, dei suoi intimi segreti da custodire.

I capelli della Madre erano biondi del grano che qui si coltivava un tempo, dorati come quelli della più bella fata di cui abbiano narrato fiabe, miti e leggende. Oggi sono verdi di arbusti, neri d’ardesia, sbiaditi di calcare e hanno filamenti argentati d’ulivo.

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In questo angolo di mondo che mi ha a suo modo adottata e a cui ormai appartengo, sono molti i richiami all’armonia femminile, saperli leggere e interpretare è impresa ardua per chi non ha occhi per vedere né orecchie per sentire, per chi esige che sia data una logica spiegazione a tutto.

Ci sono luoghi nascosti che si risvegliano al suono di un flauto o a un canto melodioso. D’un tratto, laddove prima vi era il silenzio, con quella melodia qualcosa inizia a palpitare sotto i massi, a inondare le increspature superficiali dei laghetti, a fremere tra le fronde fruscianti degli alberi. La Madre si anima, reagisce all’amore che le viene donato e sempre manifesta un dono per chi si riconosce in lei, nei suoi seni, nei suoi fertili meandri. Il messaggio arriva forte, chiaro, inequivocabile alle orecchie dei buoni ascoltatori: una piuma, l’incontro con un animale a lei sacro, un segno… Non importa il modo in cui si mostrerà, ma lo farà per certo.

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Sempre ascolta le preghiere del cuore, non quelle della mente e della bocca, ed è pronta a esaudirle, soprattutto se vengono cantate sulle acque che lambiscono le sue sponde, là dove si concentrano tutta la sua benevolenza e la sua essenza più pura e autentica. Per chi non ne trae profitto per sé, ma chiede per la comunità, sa concedere pioggia anche nell’estate più arida.

Certi anfratti, seppur raggiunti a malapena dai raggi solari, brillano come di luce propria, scintillano quasi di polvere di fata. E pare di avvertire la presenza di queste creature, di vederle e sentirle vicine.

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Lo stesso accade anche in luoghi più oscuri, dove il volto della Madre si fa più ombroso ed esprime mistero, sussurrandolo nei vapori delle nebbie e inviando i corvi dal nero piumaggio come suoi messaggeri. Ci sono boschi intitolati proprio alle fate, anche se, ancora una volta, sulle carte questo magico nome non è riportato, ma è conosciuto da chi li frequenta. In queste selve dove l’ombra ha il colore di foglie danzanti sui rami più alti, non si osa parlare, ma solo mettersi in ascolto come rispettosi ospiti. Tra le radici di quegli alberi avvengono stranezze curiose che i più scettici trasformano in motivi di risa e di scherno, mentre incantano invece i bambini e gli animi più puri.

radici

Lei è così, ve l’ho detto: integra e completa in se stessa, non si sciupa per chi non la comprende. Ma chi apre a lei il suo cuore, a chi le si avvicina come un figlio che abbia la voglia di apprendere e la fede cieca di abbandonarsi al suo abbraccio selvatico, dona il mondo intero, regala il sentire che appartenne a molti che in passato calcarono le sue terre e un amore che pochi possono immaginare.

Se avrete il desiderio di seguirmi alla scoperta della voce della Grande Madre della Valle delle Fate, proverò in tutta la mia umiltà a farvela conoscere meglio, guidandovi a percepirla con degli articoli dedicati. Per ora non mi resta che mandarvi un abbraccio selvatico e antico.

Mel

 

Benedire le ombre

Da ricercatrice spirituale quale sono, mi capita quotidianamente di leggere articoli, post e informazioni sul web riguardanti gli argomenti di cui tratto e che indago con vivo interesse.

Mi capita, dunque, di imbattermi in riflessioni e pensieri altrui sulle tematiche più disparate riguardo il mondo della spiritualità. Di recente, forse proprio a causa della quarantena forzata per via del covid-19, ho letto sempre più spesso post che parlavano del rifiuto delle emozioni negative e della conseguente e consigliata concentrazione solo sul positivo per non alimentare la forma-pensiero di paura, rabbia e frustrazione che aleggia intorno a noi. Al contempo, si fa spesso riferimento anche all’elevazione spirituale come a qualcosa dal quale guardarsi, perché eliminare le emozioni e il negativo è dannoso, visto che fa parte di noi in quanto esseri umani. Puntare a vibrazioni più alte sarebbe dunque da evitare perché questo creerebbe un nuovo trauma interiore:  implicitamente si giudicano sbagliate le vibrazioni più basse e si finisce così per sviluppare il senso di colpa.

Tutto questo ha fatto sorgere in me una riflessione profonda che voglio condividere e che appartiene al mio sentire, alla mia personale verità che non è necessariamente anche quella altrui.

1. Repressione… o accoglienza?

Tra i più grandi ricercatori e maestri spirituali non si è mai incentivata la repressione di un’emozione, sia essa positiva o negativa. È risaputo anche in ambito medico, psicologico e scientifico che soffocare, trattenere, rifiutare e reprimere emozioni, stati d’animo, parti della personalità sia estremamente dannoso a livello fisico e psicologico. Lo stesso significato semantico delle parole soffocare, trattenere, rifiutare e reprimere rimanda a qualcosa di negativo che implica una sofferenza. La vera guida spirituale non vi direbbe mai di nascondere le emozioni, che sono espressioni naturali e biologiche del nostro corpo e che in più di un’occasione hanno contribuito a salvarci da eventi e situazioni nelle quali eravamo invischiati. Spesso rappresentano un meccanismo di difesa e di sopravvivenza, per cui ne comprenderete l’importanza fondamentale.

rifiuto

Ciò che la guida può consigliarvi è lavorare su quelle emozioni, e ci sono metodi e pratiche ben precise per poterle affrontare. Molte delle emozioni che proviamo producono dolore e sofferenza che si riversano irrimediabilmente anche nel corpo fisico, ci provocano un malessere talvolta straziante che non sappiamo gestire. Quando queste emergono in superficie (perché in verità sono sempre dentro di noi, nascoste nelle profondità del nostro inconscio) possiamo percepire una voragine buia spalancarsi sotto di noi che minaccia di inghiottirci, se solo oseremo volgerle lo sguardo. Allora il più delle volte tutto quello che facciamo è distogliere gli occhi, distrarci, fingere che quell’oscurità non esista. La neghiamo con tutti noi stessi perché non possiamo accettare che ci sia tanta forza negativa in noi. Facciamo tutto questo come reazione naturale, è la risposta immediata e istintiva che mettiamo in pratica senza sapere che più la nasconderemo, più essa si fortificherà, crescendo, prosperando e ripresentandosi alla prima occasione utile.

Ecco perché la spiritualità – che può essere supportata anche dalla psicoterapia e altre  scienze umane – può aiutare a risolvere tali conflitti interiori, laddove si presentano, offrendo strumenti validi. Il lavoro spirituale prevede l’accoglienza amorevole di ciò che proviamo, l’accettazione profonda e la disidentificazione da certe dinamiche.

conosci te stesso

 

Molti credono che risvegliarsi a nuove consapevolezze e abbracciare una nuova spiritualità sia un percorso gioioso, bello e pieno di luce che consente di vedere il mondo come fosse cosparso di zucchero filato (a questo proposito, ti rimando al mio vecchio articolo “Ombre sul cammino“). Quello che in questo ambito viene raramente detto è che in verità il lavoro spirituale su di sé porta a conoscersi profondamente e perciò a sperimentare il buio che si ha dentro, vedendolo in faccia per quello che è. Si impara poi ad accoglierlo, accettarlo, lavorarlo e guarirlo. Questa non è repressione, ma conoscenza profonda di sé. Non è positività a tutti i costi, ma saper trarre un insegnamento utile da ogni situazione, bella o brutta che sia, perché siamo esseri in continua crescita e crescere, si sa, non è un cammino solo roseo e profumato.

Da piccoli, quando crescevamo di statura, attraversavamo periodi dolorosi, in cui le articolazioni dolevano, la febbre saliva e avvertivamo dolori diffusi. In quei processi periodici ogni nostro organo doveva aumentare il proprio volume, i tessuti dovevano farsi più elastici, le cellule epiteliali dovevano riprodursi costantemente per far fronte all’aumento della superficie corporea da proteggere, le ossa dovevano crescere, i muscoli tendersi e allungarsi… a ben pensarci, non è uno scherzo. Perché dovrebbe essere diverso per la crescita spirituale e personale? Guarire emozioni, sgretolare convinzioni e attaccamenti, accedere a nuove percezioni è un cambiamento bellissimo, ma non meno doloroso di quello che affronta il bruco che strappa la crisalide per rinascere farfalla. Sostare nel buio e nell’ombra offre ricchezze inimmaginabili, se lo si fa con lo sguardo di chi, da quell’oscurità, intende imparare e rinascere. Siamo stati abituati dalla società e dalla cultura vigente da almeno due millenni a concepire il buio come sinonimo di male e di diabolico, è normale che la nostra prima reazione sia quella di rifuggirlo. Sta a noi imparare a destrutturare queste vecchie convinzioni per abbracciarne di nuove, più armoniche e naturali.

2. Alimentare le giuste forme-pensiero.

Si crede che reprimere le emozioni e le proprie naturali reazioni equivalga automaticamente ad “agganciarsi” a eggregore positive e più salutari, perché quelle a matrice negativa che abbiamo intorno sono troppe, potenti e pericolose. Credendo questo non facciamo altro che ingannarci, passo di seguito a spiegare il perché. L’eggregora risponde a ciò che SEI, non a ciò che FAI. Notate la differenza? Le eggregore, anche conosciute come forme-pensiero, sono ammassi vibrazionali creati (spesso inconsapevolmente) dall’essere umano e raccolgono le vibrazioni del pensiero e delle emozioni. Sono esseri incorporei scaturiti da pensieri ossessivi e collettivi in grado di influenzare le attitudini e la vita sul piano materiale.

demone

Ipotizziamo che una nostra amica provi tristezza, paura, angoscia, rabbia, ecc. Ella rifiuta e reprime queste emozioni perché le giudica sbagliate, quindi si obbliga a sorridere e finge di non provare tali movimenti interiori. Questo non significa che non ci siano più. Non li ha eliminati, bensì ha solo nascosto la polvere sotto il tappeto. La nostra amica non emanerà affatto le emozioni più elevate dell’amore, della gioia, della gratitudine. La vibrazione che trasuderà da lei sarà quella contenente non solo la tristezza, la paura, l’angoscia e la rabbia, ma anche la menzogna (quella che racconta a se stessa), il senso di colpa (per non essere in grado di provare emozioni più “alte”), la vergogna (per non essere all’altezza della sua spiritualità), l’orgoglio (che le impone di rifiutare ciò che prova davvero). A quale eggregora si aggancerà questa nostra conoscente, dunque? Le forme-pensiero negative possono davvero rappresentare un pericolo, ma non è con la finzione che eviteremo di nutrirle, e qui torniamo al punto 1 e all’importanza del lavoro su di sé, che a lungo andare lascia spazio alla naturalezza dell’amore e della gioia incondizionati.

3. Elevare la coscienza o restare umani? Questo è il dilemma. 

Le emozioni (negative e positive) fanno parte di noi, dunque tutte le discipline che puntano a eliminarle al fine di permettere alla coscienza di elevarsi sono sbagliate, menzognere e rendono l’essere umano un automa, un mutante, un robot asettico e sterile. Con queste affermazioni penso che si fraintenda spesso il vero significato della cosiddetta elevazione spirituale, per cui proverò a fare un po’ di chiarezza.

Come già analizzato nel punto 1, le emozioni sono biologiche, naturali e normali, ma ciò non significa necessariamente che siano benefiche per il nostro organismo, soprattutto quando non siamo in grado di lasciarle andare e sviluppiamo nei loro confronti degli attaccamenti (ché l’attaccamento non è solo rivolto alle cose materiali, come vogliono farci credere certe discipline e filosofie farlocche). L’emozione provoca reazioni importanti a livello neuronale, ormonale, organico… e se è vero che questi processi sono naturali, non lo è altrettanto il permanere in stati di perpetua ansia, tristezza, ira, ecc. A lungo andare, questo lavorio costante e concitato provoca vere e proprie lacerazioni interne negli organi, nei tessuti, nelle cellule, tali per cui si presenta la malattia. Se, dunque, da un lato le emozioni fanno parte del nostro sistema biologico, dall’altra non è bene per l’essere umano trattenerle a sé, e questo ve lo possono confermare le neuroscienze, la neuropsichiatria, la metamedicina e tante altre discipline ben più competenti di me in materia. L’animale stesso prova paura davanti alla minaccia di un predatore, e quell’emozione gli è utile per innescare l’istinto di sopravvivenza, tuttavia, scampato il pericolo, non si abbandona al ricordo e all’angoscia di ciò che sarebbe potuto accadere se fosse stato catturato, errore che invece appartiene alla specie umana.

Ebbene, elevarsi significa crescere e imparare a non identificarsi con emozioni che derivano da traumi passati che nel presente non ci appartengono più. Questo significa che con il percorso di elevazione spirituale imparerai che tu non sei affatto la tua rabbia, la tua vergogna, il tuo egoismo, la tua remissività (approfondisci l’argomento leggendo l’articolo “Guarire se stessi e la propria famiglia“). Imparerai che tutte queste sono maschere che ledono alla tua vera identità, rimasta sepolta da strati di convinzioni depositatisi nell’infanzia e nell’adolescenza, subendo poi una calcificazione. Apprenderai di essere nato pagina bianca sulla quale in molti (famiglia, educazione, società, religione) hanno scritto una storia che non è la tua; ebbene, tornerai a essere pagina bianca, intonsa, luminosa e incontaminata. Attenzione: non significa che verrai resettato, le tue esperienze resteranno tue, ma anziché vederle sulla pelle come ferite e cicatrici dolorose, le guarirai definitivamente e imparerai a vedere la bellezza che quelle stesse esperienze ti volevano mostrare.

bambino

Elevare la propria coscienza offre la possibilità di guarire profondamente i traumi del passato, spogliarsi da ogni maschera e riscoprirsi nudi, laddove la nudità rappresenta lo stato di gioia, amore, serenità e pace profondi che si sperimentano una volta tolti tutti gli strati. Ecco che allora, in tale stato d’essere riscoperto e ritrovato, si potrà “vibrare alto”. Le emozioni si trasformeranno naturalmente in sentimenti duraturi che comprenderanno la compassione vissuta alla sua ottava più alta. Alzare la propria vibrazione non è sbagliato, ma lo è volerlo fare a tutti i costi, con coercizione e sforzo disumano. Il processo di elevazione spirituale e la sperimentazione di stati più alti si dovrebbe attraversare con piena serenità, abbracciando le proprie ombre e senza giudizio.

Conclusioni.

Se mi leggete e/o mi conoscete di persona, saprete che tendo per natura a trarre il positivo da ogni cosa che mi capita (compresa la quarantena che stiamo attraversando). Vedere il bello anche dove apparentemente non c’è non significa che le ombre debbano essere negate, anzi. Di tempeste interiori ne ho vissute parecchie, alcune anche molto furiose, e questo mi ha permesso di sperimentare sulla mia pelle le cose di cui ho trattato in questo articolo. Proprio perché conosco le ombre e il buio che ho dentro, così come anche le dinamiche che in e da esso sono scaturite ho pensato di mettere sul piatto la mia percezione delle cose, affinché possa essere utile ad altri a ricercare il proprio sentiero interiore, quello che ognuno sente più giusto e più vero per sé. Ho appreso a mie spese che giudicare le emozioni negative e le nostre ombre interiori come qualcosa di sbagliato e con senso di colpa crei solo ulteriori lacerazioni interne.

buio

Ho visto negli occhi un’oscurità che non credevo esistesse, ma nel bel mezzo del buio, senza vedere a un palmo dal naso, mi sono ritrovata a benedirla. Benedirla anche in mezzo alle lacrime. Benedirla persino nella paura di morire. Benedirla soprattutto nelle sue manifestazioni più estreme. Perché è solo in quel momento, in quella sorta di crocifissione, che il velo del buio si squarcia per lasciare entrare la luce e perché quei momenti sono stati altamente trasformativi, seguiti da cambi di rotta indispensabili per la mia vita e il mio percorso.

Accogliere, benedire, ringraziare sono le parole d’ordine alle quali ormai mi affido per affrontare il buio, perché senza di esso non ci sarebbero la luce e la vita. Non possiamo concentrarci sulla vita fingendo che non esista la morte, perché sono entrambe parti della stessa moneta. Benedire la notte come ricca di potenzialità permette di attraversarla (non di combatterla!) con serenità e di vivere il levare del sole come una vera, grandiosa Resurrezione.

Mel

Per approfondimenti e dubbi sul lavoro su di sé, ti rimando a due miei vecchi articoli particolamente esplicativi:

 

Coltiva te stesso e il mondo ne gioverà

In quanto esseri umani, tendiamo spesso a cadere in certi errori, luoghi comuni che stanno diventando più che mai deleteri e che dovremmo imparare a smantellare, se vogliamo davvero dare il via a un Nuovo Mondo, dove non ci sarà spazio per il vecchiume che ci portiamo appresso come una zavorra.

Crediamo che la salvezza o la perdizione del mondo dipendano da noi. Eppure, al contempo, siamo convinti che il cambiamento debba sempre venire dalla massa, da un gruppo considerevole di individui, altrimenti “se lo faccio solo io non serve a un fico secco”. Nelle due frasi precedenti c’è della verità, eppure il confine tra arroganza e responsabilità tante volte è sottile, non così netto come possa sembrare… E allora proviamo a fare un po’ di chiarezza, vi va?

Prendiamo esempio dalla Natura che, come al solito, è la nostra migliore insegnante e fonte d’ispirazione.

bosco

Immaginiamo di essere in un bosco abbastanza grande, fitto. Qui tutto è in equilibrio perfetto, ogni cosa occupa il suo posto e il suo spazio, anche se noi lo ignoriamo. Prendiamo ad esempio uno dei tanti alberi che abbiamo intorno, non importa a quale specie appartenga. Vi verrà facile intuire come quella pianta non si occupi affatto di ciò che accade a uno, dieci, cento chilometri di distanza dalle sue radici. L’albero, infatti, cura il proprio spazio, i pochi metri che lo circondano, quelli che gli servono per il suo nutrimento, la sua crescita, il suo sviluppo e la sua riproduzione. Attira a sé piante e animali che gli siano utili al fine di vivere e sopravvivere, effettua scambi di energia, sali minerali e sostanze nutritive con altre piante od organismi, si cura di ricevere abbastanza luce per i suoi processi vitali di fotosintesi, offre riparo e nutrimento a diverse creature e attua meccanismi di difesa tutti suoi nel caso in cui alcuni animali minaccino la sua sopravvivenza… In questo modo si assicura il più possibile una vita lunga e in armonia con l’ambiente circostante, poiché crea intorno a sé un “giardino” armonioso, vibrante, dove tutto è in perfetto equilibrio. Vi assicuro che accade davvero tutto questo. Su un singolo albero.

Provate a estendere questo processo vitale, questo modus vivendi a ogni albero del bosco che vi ho chiesto di immaginare poche righe fa. Riuscite a comprendere cosa comporterebbe?

foresta

Quando un albero è in sofferenza, lancia un muto grido d’allarme. Così facendo, richiama a sé aiuti dalle piante vicine che, se possono, lo aiutano. Se in una parte del bosco accade qualcosa tale per cui l’equilibrio creato in precedenza si spezza (una frana, il disboscamento, la presenza massiccia di ungulati, una malattia, ecc.), le piante di quella zona iniziano a produrre comportamenti differenti volti a contrastare l’emergenza e il loro cambiamento viene avvertito dall’insieme, l’intero bosco. Piano piano, con effetto domino, tutte le piante si adoperano e si adeguano al nuovo equilibrio creatosi, dimostrando di essere una catena perfetta, ognuno nella propria singolarità. L’albero non ha la percezione del bosco, eppure, curandosi di sé e del suo intorno, si prende inconsapevolmente cura non solo della parte, ma anche del tutto.

alberi energia

Perché per noi dovrebbe essere diverso?

La Natura ci porta un grande messaggio, quello di imparare a pensare molto di più a noi stessi che all’umanità intera, e questo non significa essere egoisti, ma prendersi cura del singolo per veder fiorire il Tutto. Mi auguro riusciate a comprendere la differenza che separa questo discorso di amore ed evoluzione dall’egoismo, perché c’è.

Quello che accade al singolo non può non riversarsi nell’insieme, ecco perché diventa più che mai importante attuare comportamenti, azioni, atteggiamenti, pensieri volti al cambiamento, alla positività, al miglioramento assoluto delle nostre condizioni di vita. Ognuno di noi deve diventare contagioso… di bellezza, di luce, di consapevolezza. Così come basta un fiammifero per incendiare un bosco, una sola luce accesa dentro di noi può accenderne mille altre tutt’intorno. E questo vale sempre, in ogni ambito.

luce

Ci lamentiamo spesso di voler viaggiare e di non poterlo fare, di vivere in una città, una zona, un quartiere, un paese, brutti, magari con poche possibilità. Ci concentriamo su ciò che manca in quella zona e vogliamo evadere da quella piccola realtà che ci sta stretta. Se, invece, imparassimo a prenderci più cura del contesto in cui viviamo, partendo dalla nostra casa e poi dai suoi dintorni, il nostro quartiere migliorerebbe. Questo spronerebbe altri come noi a voler cambiare qualcosa e questa rivoluzione si espanderebbe a macchia d’olio. Nei giorni in cui siamo stati costretti in casa dalla quarantena ci siamo crogiolati pensando a quante cose non potevamo più fare, a quanti luoghi non avremmo potuto visitare, a quanto ci mancasse prendere una boccata d’aria fuori dalla nostra abitazione… e allora impariamo a valorizzare ciò che abbiamo e a cui prima non badavamo perché lo davamo per scontato. E miglioriamolo!

albero

L’albero dà e prende dall’ambiente, e anche qui si nasconde una lezione per noi. Non possiamo solo ricevere, suggere, prosciugare, ma abbiamo il dovere di restituire qualcosa che aumenti la ricchezza dell’insieme in cui viviamo. Il “come” farlo spetta a noi, sono certa che troverete il vostro modo di essere utili e di servire.

Come abbiamo visto, la pianta pensa (si fa per dire!) per sé: e allora prendiamo esempio, cominciamo cambiando:

  • la qualità dei nostri pensieri;
  • la qualità e la quantità del cibo che introduciamo dentro il nostro organismo;
  • le scelte che compiamo ogni giorno, che si tratti semplicemente di acquisti o di decisioni da prendere riguardanti la vita;
  • le attività a cui ci dedichiamo o che non svolgiamo;
  • le cattive abitudini che rendono tutte le giornate uguali e fanno morire lentamente la nostra creatività;
  • le parole con cui ci rivolgiamo a noi stessi e agli altri;
  • l’attaccamento ai nostri schemi mentali e alle convinzioni che abbiamo;
  • la percezione che abbiamo di noi stessi;
  • la meccanicità della nostra routine;
  • i ritmi massacranti della quotidianità.

Riuscite a immaginare cosa provocherebbe impegnarsi in ogni punto di questa lista? E se lo facessimo tutti, ma proprio tutti?

Concentrarsi con fermezza e impegno sull’interno, consente di modificare in modo sorprendente anche l’esterno; proprio come l’albero si cura delle sue radici, del suo tronco e dei suoi rami, producendo irrimediabilmente un cambiamento anche in ciò che lo circonda.

Concludo questo articolo con una frase di Galileo Galilei che trovo molto potente: “Le cose sono unite da legami invisibili. Non puoi cogliere un fiore senza turbare una stella”. Per cui, impariamo a essere più consapevoli dei fiori che cogliamo, dell’apparente battito d’ali di farfalla che produciamo a ogni azione, a ogni pensiero… perché, per quanto silenziosi, piccoli e insignificanti possano sembrare, sono proprio quelli a determinare il cambiamento del mondo e dei suoi paradigmi.

Mel

Aprile

Con la fine di Marzo, l’Ariete ha spalancato finalmente le porte di un nuovo ciclo vitale principiando la creazione, quella di un mondo e una natura nuovi.

Ecco dunque iniziare Aprile, il cui nome è la traduzione dal latino aprilis, che secondo alcuni deriverebbe dal greco Aphrodite. Sebbene questa ipotesi compaia negli scritti di certi studiosi del passato, sembrerebbe più vera e maggiormente documentata la tesi che il nome del mese derivi invece da aperit, aprire. La stagione primaverile alla quale il mondo si è affacciato, infatti, fa sbocciare ogni cosa, aprendo il ventre della Madre Terra per consentire alla vita di uscire in tutto il suo rinnovato splendore.

E Aprile è davvero mese di apertura. L’osservazione attenta del cosmo, della natura e di ciò che ci circonda ci rimanda l’immagine di uova che si schiudono nei nidi degli uccelli, di fiori che sbocciano ovunque e sempre più numerosi e profumati, di cuccioli che escono dalla tana insieme alla madre per imparare a scoprire la vita, e molto altro ancora.

orso primavera

Tutta questa esplosione vitale si rispecchia immancabilmente e inevitabilmente anche dentro di noi, che ne siamo consapevoli o meno. Si traduce nella voglia prorompente di trascorrere giornate all’aria aperta, di diventare testimoni attivi di quella rinascita gridata a squarciagola da tutto il Creato. Ci apriamo alle possibilità che la vita ci offre e sentiamo il bisogno di indossare abiti che rispecchino il nostro stato di freschezza interiore, per allinearci ulteriormente con ciò che accade intorno a noi. Il Padre Celeste, il Sole, reclama le sue creature: ci invita senza mezzi termini a godere del suo calore e della sua luce, e non a caso. In questo periodo, infatti, i suoi raggi non sono aggressivi come quelli estivi, è il momento ideale per crogiolarsi al sole per tanto tempo, godendo dell’energia benefica, guaritrice e rinvigorente dell’astro-padre del nostro Sistema Solare.

sole aprile2

Nel nostro calendario, Aprile è il quarto mese dell’anno, associato dunque al numero quattro, che in tutte le antiche tradizioni ha sempre rappresentato la terra, la sua stabilità e tutte le caratteristiche che a questo elemento competono. Non a caso, dunque, questo mese è dedicato alla rinascita della terra, agli alberi che rifioriscono. Quattro sono i punti cardinali che determinano lo spazio del cosmo, rappresentati simbolicamente da una croce. Tale croce era iscritta in un cerchio nelle antiche simbologie, e in questo modo rappresentava la Ruota dell’Anno,  le quattro stagioni. Quattro sono pure gli elementi del cosmo (aria, acqua, terra, fuoco) e le quattro età della vita (infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia).

Presso i pellerossa, Aprile era conosciuto come luna delle covate, luna del mare, luna dei fiori o luna delle foglie tenere.

salice

Dal 15 aprile al 12 maggio il calendario arboricolo Ogham dei Celti era segnato dal Salice, albero legato alla magia, agli incantesimi e alla luna. Presso i popoli mediterranei, era  dedicato a Persefone, Circe ed Ecate, dee lunari; più tardi fu associato alle streghe.

L’animale accostato a questo mese è la lepre, da sempre associato alla resurrezione, poiché possiede un forte potere rigenerativo grazie alla sua straordinaria fertilità. I significati che la lepre incarna parlano molto delle festività e delle celebrazioni che si sono susseguite nella storia dell’umanità e che rispecchiavano le energie naturali, alle quali l’essere umano d’un tempo era allineato.

lepre

E’ in questo mese che si colloca solitamente la Pasqua, che non fa altro che riprendere e riunire sotto lo stendardo cristiano festività, credenze e usanze del mondo antico. La Settimana Santa che precede la Pasqua comincia con la Domenica delle Palme, quando la popolazione accoglie Gesù sventolando rami di palma. E’ interessante notare che questa pianta era chiamata phoînix dai Greci: proprio come la fenice che rinasceva miracolosamente dalle sue ceneri, la palma era simbolo del divino splendente, emblema della vittoria sulla materia.

Lo stesso uovo associato al periodo pasquale è un ricordo di antiche mitologie in cui esso rappresentava la nascita del cosmo; l’Universo stesso è racchiuso in esso, poiché tutto in natura nasce da una forma ovale (per approfondire, puoi leggere il mio articolo “L’uovo della rinascita“).

uova

La Pasqua ha data variabile: cade infatti vicino alla luna piena sotto il segno dell’Ariete, proprio per la sua potenza e la promessa di resurrezione insite in essa. La stessa parola “Pasqua” significa “passaggio, transito“: quello da uno stato (materiale) a un altro (divino), da una stagione a un’altra, da un ciclo vecchio a uno nuovo, ma anche da un piano di coscienza a un altro più elevato, cristico. Ci viene chiesto di lasciar morire in noi ciò che non serve, ciò che appesantisce, per risorgere a donne e uomini nuovi.

Una menzione particolare meritano le tradizioni legate al Giovedì Santo, che derivano dalla ritualità pagana dedicata al dio Adone. I Greci lo onoravano preparando i cosiddetti “giardini di Adone”, ceste o vasi riempiti di terra in cui seminavano grano, orzo, lattuga, finocchi e varie specie di fiori che il calore del sole primaverile faceva germinare rapidamente. Esse, tuttavia, non mettevano radici e finivano per appassire presto e, dopo otto giorni, venivano gettate in mare o nelle sorgenti insieme alle statuette dedicate al dio, affinché propiziassero il rinnovamento della natura.

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Dettaglio della scultura Venere e Adone, Antonio Canova. Foto tratta da lindisponente.it

Adone era venerato in tutto il Mediterraneo, ma assumeva nomi differenti a seconda della zona. I numerosi dei che risorgono in questo periodo sono collegati alla rinascita del sole. La Siria, per esempio, aveva Tammuz, che scendeva negli inferi per risorgere mesi dopo. C’erano poi il dio Mithra, Osiride per gli Egizi, Cibele e Attis nella Frigia, e Gesù.

L’energia equinoziale di marzo ci ha parlato di equilibrio tra luce e buio. Allo stesso modo, nei mesi primaverili c’è equilibrio tra altre due polarità, il maschile e il femminile, e anche questo è ben rappresentato dai miti arcaici: il dio fanciullo ritornava dal regno dei morti, ma era la dea fanciulla a riportarlo alla vita.

Josephine Wall

Dipinto di Josephine Wall

E’ Iside a resuscitare Osiride (per approfondire, leggi il mio articolo “Iside e Osiride, un mito di resurrezione ed equilibrio“) e per Tammuz lo stesso compito spettò a Ishtar. Maschile e femminile, dunque, si fondono per condurre alla Resurrezione divina. Ne emergono déi trasformati, non più legati alla materia, ma al mondo dello spirito.

Nonostante l’etimologia di Aprile abbiamo visto rimandare all’apertura, vale la pena approfondire l’ipotesi che derivi dal nome della dea Afrodite. Ella, come ci racconta la mitologia, fu legata al dio Adone, motivo che spinge a credere che la derivazione etimologica col nome dalla dea greca non sia del tutto infondata. E’ ormai risaputo, infatti, che molta della cultura antica legata al culto della Dea Madre fu rifiutata, infangata e cancellata dall’avvento del patriarcato. Le divinità femminili vennero sostituite da quelle maschili e persero il loro valore, finendo per rispecchiare ciò che la mentalità nascente dell’epoca voleva dalla donna. Le dee allora divennero subordinate agli dèi, descritte come mogli devote o vendicative, spesso frivole.

Venus ~ Original Painting ~ Lindsay Rapp Artist – Lindsay Rapp Gallery

Venus, Lindsay Rapp

Afrodite, nella sua accezione più antica, parla molto delle energie del mese di Aprile: è la dea della fertilità, madre della creazione, vergine dall’eterna bellezza. Anticamente era associata alla magia delle erbe ed era molto simile a Ishtar e Astarte, anch’esse legate al periodo di resurrezione primaverile come abbiamo visto. I simboli a lei associati erano indossati dalle sacerdotesse durante i riti di primavera, elargiva benedizioni ai ventri femminili ed evocava la promessa della vita. Era lei a bagnare la terra con la rugiada del mattino, che secondo l’antica saggezza era portentosa soprattutto per curare l’infertilità. A lei si accompagnavano sempre la bellezza, i fiori, la crescita, la gioia e l’amore che genera la vita. Non stupisce, dunque, che il mese appena cominciato fosse associato a lei.

A proposito di celebrazioni della vita, Aprile si conclude con la notte di Valpurga, collocata fra il 30 aprile e il 1° maggio. Questo momento magico segnava fra i Celti il passaggio alla bella stagione; era una notte di veglia, come un capodanno primaverile, e si susseguivano danze e banchetti dall’atmosfera orgiastica. Si aspettava l’alba, quando si sarebbe dato inizio alla festa di Beltane, importante celebrazione della natura e del potere creativo della coppia divina, che si sarebbe protratta per diversi giorni (per approfondire, leggi il mio articolo “Beltane, Floralia e Calendimaggio: tre nomi per una festività“). Sulla notte di Valpurga vegliava anticamente la Grande Madre della fertilità, ma in epoca cristiana questa notte divenne raduno di streghe e stregoni.

toro segno zodiacale

Per concludere, ad Aprile principia il segno zodiacale del Toro, il cui elemento è proprio la terra. Col Toro la primavera trionfa, egli è solido, stabile e forte come l’animale che lo rappresenta. L’energia di questo segno è feconda e genera frutti, è governata da Venere genitrice, Madre Natura. Le corna taurine sono fin dagli albori della civiltà simbolo lunare associato al ventre materno e alla femminilità. Chi è nato sotto questo segno si caratterizza per la sua profonda sensualità: ama vivere in questo universo, odorarlo, assaggiarlo, toccarlo, vederlo, sentirlo. La sete di vivere è radicata nel suo temperamento e può esprimersi in una vita dedicata al piacere e alle passioni oppure a uno straordinario impegno nel lavoro. Il toro in quanto animale simboleggia l’origine del mondo, supporto alla creazione; è lui a mettere in moto l’universo e così possiamo fare anche noi, agendo nella nostra realtà materiale e lavorando nel mondo dello spirito per infondere rinascita e resurrezione nelle nostre vite.