Sulle Sponde di Boscomadre

Le Tredici Notti

Le Tredici Notti che vanno dal 24 dicembre al 6 di gennaio rappresentano un periodo spiritualmente importante. Le tradizioni legate a questo speciale momento dell’anno sono diverse, oggi le abbiamo dimenticate e sono rimaste sepolte dalla modernità frenetica e dall’atmosfera di sfrenata baldoria che caratterizza le feste di fine anno.

A differenza di quello che ci viene implicitamente richiesto dalla società, questo momento dovrebbe essere dedicato all’introspezione più profonda, al fine di ricevere intuizioni che possano guidarci attraverso l’anno nuovo che sta per cominciare.

spirituality-attitude-e1410274614280Nell’antichità i momenti di passaggio erano vissuti in modo diverso rispetto a oggi. Era risaputo, infatti, che fossero periodi delicati, che non appartenevano né a un tempo né a un luogo precisi. Pertanto, erano accompagnati con rituali appositi volti ad allontanare quanto di maligno potesse interferire con la sacralità del momento. Le Tredici Notti facevano – e fanno ancora – parte di un momento sacro: sono giorni a cavallo tra l’anno vecchio e quello nuovo, motivo per cui in passato ci si dedicava alla purificazione. Ecco che, allora, si accendevano fuochi (si vedano per esempio il falò di Yule e la tradizione del ceppo natalizio, di cui abbiamo già parlato), si rifletteva e si lasciava che il passato scivolasse via per accogliere a braccia aperte il futuro. Una delle attività maggiormente svolta in questo periodo dell’anno era la filatura, a voler simboleggiare l’atto di prendere in mano i fili della propria vita, rivvolgerli e filarne di  nuovi. I doni che oggi ci scambiamo durante le festività, un tempo erano unicamente simbolici: il compito di consegnare strenne e regali era relegato a figure femminili – come per esempio la Befana – e più tardi maschili (Babbo Natale) solo nelle favole da raccontarsi intorno al focolare. Nella realtà, invece, rappresentavano i doni ricevuti durante l’anno, le cose per cui essere profondamente grati e di cui fare tesoro anche nell’anno venturo.

“Le Tredici Notti Sante” è, inoltre, il titolo di una conferenza tenuta da Rudolf Steiner ad Hannover il 26 dicembre 1911. In essa, Steiner fece cenno a un’antica saga conosciuta in Norvegia come “Il canto del sogno”. Tale saga è esemplificativa di questo periodo dell’anno e ne riassume la simbologia.  Diceva Steiner: «Essa è la leggenda che in modo meravigliosamente bello ci racconta di come Olaf Asteson venga iniziato — mediante forze naturali — allorché egli cade addormentato la sera di Natale, dorme durante i tredici giorni e le tredici notti fino al 6 gennaio e vive tutte le vicissitudini che l’essere umano deve sperimentare attraverso le incarnazioni dall’inizio del mondo fino al Mistero del Golgota. Racconta di come, avvicinandosi al 6 di gennaio, Olaf Asteson abbia la visione dell’intervento nell’umanità dello Spirito-Cristo, di cui lo Spirito-Michele è il precursore. […] Il poema racconta di come, in questo sogno durante i tredici giorni e le tredici notti, Olaf Asteson venga condotto attraverso tutto ciò che l’uomo deve esperire a
causa della tentazione luciferica. Così […] diverrà sempre più possibile per gli uomini
riconoscere come le forze spirituali intessono e agiscono, e come le Feste non siano state
istituite da un arbitrario capriccio, ma dalla saggezza cosmica che opera nella storia quasi sempre senza che gli uomini ne siano coscienti.»

Il giorno della nascita di Gesù è posto, non a caso, all’inizio dei tredici giorni: rappresenta l’origine dell’uomo, della sua divinità interiore. E’ un giorno, diceva Steiner, in cui all’essere umano è stato dato un messaggio importante che non deve essere sottovalutato: «“Uomo, puoi trovare in te le potenti forze che ti doneranno ciò che, nel vero senso della parola, si può chiamare la pace dell’anima”. La vera pace dell’anima è presente soltanto quando essa ci rende capaci  di sapere sempre che in noi vive qualcosa che, se ne abbiamo giustamente cura, può e deve guidarci alle altezze divine, alle forze Divine.»

Questa ballata ci mostra che, se da un lato l’esteriorità della Natura sembra morta o comunque dormiente, dall’altro essa si risveglia interiormente. Anche in noi, esseri umani non separati dalla Natura, viviamo un periodo di risveglio interiore, e la sua luce viene ben rappresentata dall’albero natalizio, sul quale le luci fanno contrasto con il fogliame scuro, emergendo dall’ombra. Se in questo momento dell’anno riuscissimo a connetterci con l’anima della Natura, potremmo scoprire di possedere doti di veggenza.

Vediamo, dunque, nella pratica come poter sfruttare le energie delle Tredici Notti.

I dodici giorni a partire dal 24 dicembre sono ognuno lo specchio dei mesi che verranno e a essi è dedicato anche un segno zodiacale:

  • 24 dicembre: Capricorno, gennaio
  • 25 dicembre: Acquario, febbraio
  • 26 dicembre: Pesci, marzo
  • 28 dicembre: Ariete, aprile
  • 29 dicembre: Toro, maggio
  • 30 dicembre: Gemelli, giugno
  • 31 dicembre: Cancro, luglio
  • 1 gennaio: Leone, agosto
  • 2 gennaio: Vergine, settembre
  • 3 gennaio: Bilancia, ottobre
  • 4 gennaio: Scorpione, novembre
  • 5 gennaio: Sagittario, dicembre

Vi starete chiedendo quale sia la funzione del sesto giorno del primo mese dell’anno, che tutti noi conosciamo con il nome di Epifania. Avremo occasione di parlarne in modo più approfondito tra due settimane, a ogni modo la parola “epifania” dovrebbe già rispondere alla domanda.  Significa, infatti, “manifestazione” (quella del divino nella realtà): il 6 gennaio, tredicesimo e ultimo giorno facente parte della tradizione delle Tredici Notti Sante, ha il compito di “manifestare”, di riassumere ciò che sarà il nuovo anno per noi.

Se riuscissimo ad ascoltare (non con le orecchie, bensì con il cuore e con l’anima) il messaggio che queste Tredici Notti Sante hanno da portarci, riusciremmo a fare pronostici importanti per l’anno venturo e a indirizzare al meglio le nostre energie verso la nostra realizzazione personale.

Meditating by the sea

In questi giorni prendiamoci del tempo per stare con noi stessi e cerchiamo di essere ricettivi nei confronti di tutto ciò che ci riguarda: ritagliamoci un momento di raccoglimento in cui annotare, giorno per giorno e per tredici giorni, i sogni fatti durante la notte, gli avvenimenti importanti o rilevanti per noi accaduti durante il giorno, segniamo le nostre ispirazioni, le immagini che ci colpiscono anche solo per un momento, gli avvenimenti mondiali, il tempo atmosferico… Diamo libero sfogo all’immaginazione e cerchiamo di pensare al modo in cui le qualità, gli avvenimenti, le azioni di questi tredici giorni potrebbero manifestarsi in futuro, assegniamo a ogni giorno un colore, ricordandoci che quel colore corrisponderà a un mese preciso dell’anno futuro. Conserviamo le nostre pagine di diario e ricordiamoci che a esse corrisponderà l’andamento del nuovo anno, quindi confrontiamole con quello che accadrà di mese in mese.

Non mi resta, dunque, che augurare buon lavoro e un luminoso percorso a tutti!

Muna

Fonti:

  • Eticamente.it
  • Le Tredici Notti Sante, Rudolf Steiner

 

 

Il Soltizio d’Inverno, Yule e Natale, feste del Sole

Con la conclusione dell’autunno, le giornate si sono fatte più fredde e il buio notturno prevale ormai sulle ore di luce del giorno.
È giunto il Solstizio d’Inverno, giorno in cui le ore di oscurità raggiungono il loro culmine a sfavore di quelle luminose diurne. Da questa data, tuttavia, il sole comincia a riconquistare poco a poco, minuto dopo minuto, il suo trono nel cielo. Fin dai tempi più remoti il Solstizio d’Inverno è stato festeggiato, portando in sé messaggi di rinascita, vita e allegria.
È un momento di passaggio e come tale è stato arricchito di valenze simboliche fin dall’alba dei tempi, pervenuti fino a noi con la celebrazione del Natale cristiano.
Il periodo che da Samhain (31 ottobre) arrivava fino al Solstizio invernale era un momento critico per le popolazioni antiche, che si sostenevano con le attività agresti seguendo i ritmi e i cicli di madre natura. Il cibo scarseggiava e il freddo era insopportabile, bisognava vivere con le provviste fatte durante l’estate; giungere al Solstizio d’Inverno significava avere la speranza di riuscire a passare i mesi più bui e più freddi dell’anno e la rinascita del Sole e della Natura tutta era propiziata da riti e festeggiamenti. In questa festa, particolarmente sentita, c’era la promessa di una rinascita futura, del ritorno della primavera e dell’estate che avrebbero portato di nuovo l’abbondanza sulle tavole e la gioia dentro i cuori.

Già gli antichi Egizi festeggiavano questo particolare momento dell’anno, poichè era in questo periodo che nasceva Horus, divinità solare. Horus è concepito dal corpo ormai morto e smembrato di Osiride, a simboleggiare la vita dopo la morte e il ciclo annuale del grano. In occasione di questa importantissima ricorrenza, l’antico popolo egiziano decorava gli alberi con frutti e simboli solari, proprio come facciamo ancora oggi nelle nostre case. Le celebrazioni della nascita di Horus diedero il via a un’epidemia di festeggiamenti in tutto il mondo antico, e fu così che Babilonesi, Greci, Romani, Celti e Vichinghi iniziarono a festeggiare il Sole Bambino.
Nel periodo che va dal 21 al 25 dicembre, tutto il mondo antico era in fermento e si accingeva a festeggiare con banchetti, addobbi, giochi, divertimenti e regali; tutto questo fu poi assimilato dalla religione cristiana. Era un momento di allegria e riunione: ci si scambiavano piccoli doni, come candele, per simboleggiare la rinascita della luce e della vita, si faceva baldoria e si traevano pronostici sull’anno nuovo che a breve sarebbe incominciato. Un’antica tradizione, per esempio, dice che dal tempo meteorologico dei 12 giorni che vanno da Natale all’Epifania si potrà capire l’andamento del meteo dei 12 mesi del nuovo anno.
In tutta l’Europa, dunque, si festeggiava la morte del Vecchio Sole e la nascita del nuovo, e nel nord europeo questa ricorrenza era simboleggiata dal Re Agrifoglio, sovrano dell’anno calante, che veniva sconfitto dal Re Quercia, sovrano di quello crescente. Era la festa di Yule, termine che deriva dallo scandinavo Jul, “ruota”, a significare un nuovo ciclo che aveva inizio, un altro giro della ruota dell’anno. A testimoniare l’importanza che Yule e il Solstizio d’Inverno avevano presso le antiche popolazioni sono grandi monumenti come Stonehenge. Nel giorno del Solstizio, infatti, il sole sorge attraverso un dei triliti, a dimostrazione delle profonde conoscenze degli antichi riguardo i moti celesti e i cicli naturali.

Con l’avvento del cristianesimo, dicevamo, le festività legate al Sole furono assimilate dalla Chiesa, che scelse come data convenzionale della nascita di Gesù proprio il 25 dicembre. I nuovi cristiani, infatti, attratti dai grandi festeggiamenti che si svolgevano in tutta Europa, preoccupavano la Chiesa, che scelse di far coincidere la nascita del Messia con quella delle antiche divinità solari.
Dal punto di vista spirituale, le feste solstiziali ci invitano a uscire dal torpore in cui ci siamo abbandonati con la festività di Samhain. È tempo di risalire dagli abissi della nostra interiorità, è il momento di tirar fuori gli insegnamenti di cui abbiamo fatto tesoro nei mesi di chiusura. Se Samhain ci ha portato all’introspezione, facendoci mettere in dubbio tutte le nostre convinzioni profonde, Yule è la promessa della rinascita, della luce dopo il buio. In questo momento dell’anno abbiamo la possibilità di crescere, così come fa il Sole, e di realizzarci sul piano personale e interiore. È un periodo adatto alla nascita di nuovi progetti, possiamo esprimere nuovi desideri e credere in un rinnovamento che potrà coinvolgere ogni ambito della nostra vita.

Muna

Fonti:
Ho scritto questo articolo di mio pugno, rielaborando le informazioni trovate nei seguenti siti e testi:
– Strie
– Il cerchio della luna
– Il calderone magico
Calendario, Alfredo Cattabiani
Feste pagane, Roberto Fattore
Almanacco magico. Il tempo della magia, Devon Scott
I giardini incantati. Le piante e la magia lunare, Devon Scott
L’arte della strega, Dorothy Morrison

L’Abete: albero solstiziale simbolo del sole

L’Abete, elegante e longilineo, è il simbolo per eccellenza della festività più attesa dell’anno.
Come spesso accade, le nostre tradizioni più radicate provengono da credenze molto antiche, nate ancor prima dell’avvento del Cristianesimo. Vediamo, dunque, i significati che questa pianta aveva nell’antichità e il modo in cui la sua simbologia senza tempo continua a riecheggiare nel nostro mondo moderno.

abeteL’Abete rappresenta la lettera “A” dell’alfabeto Ogham, usato dai druidi presso i Celti. In questo alfabeto, ogni lettera prende il nome da un albero o da un arbusto. I Celti avevano un legame profondo con la Natura, e consacrarono questo albero alla festività di Yule, che veniva celebrata il 21 dicembre, giorno del Solstizio d’Inverno. Yule, come avrò modo di raccontarvi, è la festa della nascita del Fanciullo Divino, il Sole, che a partire da questa data rinasce e prevale sulle tenebre. Niente di così lontano dalla tradizione cristiana, insomma. In questo periodo dell’anno i Celti si preparavano ad abbattere l’Abete più grande del bosco, per bruciarlo rendendo così omaggio al dio della luce.

Anche gli antichi Egizi addobbavano alberi, considerati simboli della Natività: si decoravano le palme con simboli solari per festeggiare la nascita di Horus, dio del sole. L’Abete, invece, era la pianta sotto la quale era nato il dio Biblos, prototipo dell’Osiride predinastico egiziano.

In Grecia, invece, l’Abete Bianco – elàte – era sacro alla dea Artemide, protettrice delle nascite, in onore della quale si sventolava nelle feste dionisiache un suo ramo intrecciato con edera e coronato sulla punta da una pigna. Un ramo di Abete era appeso sulla porta di casa delle partorienti. Portava lo stesso nome dell’Abete Bianco, Elàte, la dea del Novilunio, detta anche Kaineìdes (da kainìzo: rinnovare, recare cose nuove). L’albero era sacro anche a Poseidone, dio del mare, poiché dal suo tronco si ricavavano gli alberi delle navi.

Fra le popolazioni dell’Asia settentrionale, l’Abete è considerato un Albero Cosmico.
Sotto il dominio del Sole, da secoli viene considerato un ponte tra Terra e Cielo, tra Materia e Spirito.

Nella tradizione nordica ospita tra i suoi rami scoiattoli, uccelli, fate e folletti. In Germania nel medioevo si battevano simbolicamente le donne sterili con rami di quest’albero per cacciare la negatività e permettere loro di avere figli. Il legame fra l’albero e il solstizio è documentato anche nei Paesi scandinavi e germanici, dove nel Medioevo ci si recava poco prima delle feste solstiziali nel bosco a tagliare un Abete che, portato a casa, veniva decorato con ghirlande, uova dipinte e dolciumi. Intorno all’albero si trascorreva la notte allegramente, era un’usanza radicata.

Secondo gli Altaici, dall’ombelico della Terra spunta l’albero più alto, un gigantesco Abete i cui rami s’innalzano fino alla dimora di Bai-Ulgan, la divinità protettrice, collegando le tre zone del cosmo: cielo, terra e inferi.

I Tatari siberiani sostengono che una copia dell’Albero celeste si trova nell’inferno; un Abete con nove radici si erge davanti al palazzo di Irle Khan, il re dei morti.

Fra gli sciamani yakuti si favoleggia che nel nord cresca un Abete gigantesco che porta dei nidi sui suoi rami, dove si trovano gli sciamani, i maggiori sui più alti, i medi su quelli di mezzo e i minori sui più bassi.

 

addobbi albero nataleNei paesi latini l’Abete natalizio, forse presente in epoca barbarica nei territori invasi dalle popolazioni germaniche e poi scomparso dopo la loro evangelizzazione, penetrò molto tardi. Solo nel 1840 la principessa Elena di Meclenburg, che aveva sposato il duca di Orléans, introdusse l’albero di Natale alle Tuileries, suscitando la sorpresa generale della Corte. Fu così che l’uso di decorare per Natale l’Abete si diffuse a poco a poco anche nei paesi latini, a simboleggiare la nascita del Cristo, anzi a trasformarsi in un simbolo del Cristo come Albero della vita per una curiosa analogia con le tradizioni siberiane. Ad Assisi, nella cappella del monastero di Santa Croce, dove vivono le suore cappuccine tedesche, nella notte di Natale campeggia un Abete sotto il Crocifisso dell’altare maggiore, mentre altri alberi decorati con striscioline di carta e candeline sono disposti lungo la navata. Anche gli addobbi dell’albero sono stati interpretati cristianamente: i lumini simboleggiano la Luce che il Cristo dispensa all’umanità, i frutti dorati insieme con i regalini e i dolciumi appesi ai suoi rami o raccolti ai suoi piedi sono rispettivamente il simbolo della Vita spirituale e dell’Amore che Egli ci offre. Radunarsi, la notte di Natale, intorno all’albero significa essere illuminati dalla sua luce, godere della sua linfa, essere pervasi dal suo amore.

 

In Tirolo e in svizzera si favoleggiava fra i montanari che il Genio della foresta abitasse in un vecchio Abete, forse perché in Europa quest’albero è il più alto e maestoso: lo si rappresentava perciò con un Abete sradicato in mano. Quando qualche boscaiolo si apprestava a tagliare l’albero, egli si lamentava supplicandolo di lasciarlo vivere. Si credeva che vegliasse sul bestiame e portasse prosperità nelle fattorie. In Savoia l’albero neutralizzava gli effetti del malocchio e impediva al fulmine di cadere. Affinché la sua influenza fosse più intensa, la cime veniva mozzata in modo che i rami rimasti rappresentassero le cinque dita di una mano aperta.

abete luciAntico quasi quanto il mondo, l’Abete ha una forma significativa: ogni anno mette una nuova cerchia di rami e, se lo si guarda dall’alto verso il basso, si ha l’impressione di vedere un enorme fiocco di neve. Quando nasce un Abete, esso cresce sotto l’ombra dell’Abete madre, colui che lo ha generato. Questo rapporto familiare permette al giovane albero di crescere sano e forte, protetto dal genitore.
Tutti conosciamo i benefici di questo bellissimo albero: la sua resina, nonché i suoi aghi, germogli e gemme, sono utili a curare la gotta, i reumatismi, le bronchiti e tutte le infezioni del cavo orale. Le gemme sono molto usate anche oggi per lenire la tosse. In passato dall’Abete venivano estratte quattro sostanze importantissime per la civiltà umana: la pece, il catrame, la resina e la trementina, che servivano per impermeabilizzare tutti i tipi di legno, nonché come carburante per le lampade ad olio.
Come tutti i sempreverdi, l’Abete ha sempre avuto un significato particolare per gli uomini, che in esso ripongono la speranza dell’arrivo della Primavera e della rinascita.
Un tempo si usava decorarlo con noci, mele, dolciumi, luci e sfere, simboli del cosmo, di fertilità, prosperità e interiorità.

Il ceppo natalizio

ceppo natalizio

Fonte immagine: blog Placida Signora

Mentre l’usanza dell’abete solstiziale era scomparsa dalle tradizioni italiane con la cristianizzazione delle popolazioni germaniche e non riapparsa timidamente che all’inizio di questo secolo per poi diffondersi nel dopoguerra sulla scia della colonizzazione americana, era rimasta viva la tradizione del ceppo, che oggi tuttavia è diventata molto rara, ristretta a poche comunità capaci di resistere pervicacemente  al processo di sradicamento perseguito dalla volgocrazia. Il ceppo, o ciocco, natalizio era detto Jul in tedesco e calendau o chalendel in francese, con evidente riferimento al periodo solstiziale. In Italia lo si chiamava in vari modi secondo le regioni: süc in Piemonte, zòch nel Trevigiano e ceppo o ciocco nell’Italia centrale.

 

Il ciocco doveva servire a scaldare il Bambin Gesù: doveva bruciare fino all’alba, ma non consumarsi del tutto, perché lo si doveva riaccendere ogni notte fino all’Epifania, affinché portasse fortuna. Questa antichissima usanza venne interpretata in senso cristiano: il ceppo era simbolo di Gesù che si era sacrificato per salvare l’umanità, del Sole di Giustizia il cui calore doveva nutrire i dodici mesi dell’anno.

I suoi resti si sotterravano in parte in campagna per preservare i prodotti dalle intemperie e in parte si serbavano per scongiurare le tempeste, mentre quelli meno carbonizzati si riaccendevano quando nascevano i bachi da sera perché crescessero forti e immuni da malattie.

Usi rituali

Se si usano rami di abete per decorare la casa in occasione del Solstizio d’Inverno, è bene conservarli per poi bruciarli al falò di Beltane (1 maggio).
Tutte le conifere sono usate per propiziare fertilità e fortuna, infondere speranza. Vengono usate sempre nelle miscele di purificazione. Oltre agli aghi, si possono staccare pezzetti di corteccia con resina. Bruciati sul carboncino, purificano l’ambiente e attirano la protezione degli spiriti della natura.
Le pigne entrano nei rituali per l’abbondanza materiale, la resina si mescola all’incenso nei rituali di purificazione, la corteccia si brucia davanti ai malati nei rituali di guarigione e in un sacchettino di colore rosso, appeso al collo, stimola la sessualità. Gli aghi rimandano indietro il malocchio se usati su di un testimone di argilla o cera; sparsi davanti alla porta di casa o appesi in un sacchettino, impediscono l’ingresso agli influssi negativi. Per attirare la buona fortuna, accendete una candela gialla e bruciate incenso di olibano misto a pezzetti di ramo con aghetti; girate la vostra casa con l’incensiere, in modo che tutte le stanze ricevano un po’ del fumo benefico.
Sugli abeti e sulle conifere in generale è possibile attaccare striscioline di tessuto colorato con scritti i nostri desideri e le nostre preghiere: lo spirito dell’albero porterà le richieste direttamente alla divinità.
Se avete un albero di pino o di abete nel vostro giardino, accarezzatene la corteccia e cercate di entrare in contatto con lui: sarà un grande maestro di saggezza.
Se operate in un luogo che ha ospitato malati, persone sofferenti o nel quale si sono svolte liti e discussioni bruciate un misto di erbe composte da rosmarino, salvia, lavanda e abete.
Come il pino e la tuia, essendo sempreverde, assicura alla nostra casa un’atmosfera rilassata di benessere e felicità. E’ propizio alla fortuna e alla riuscita delle cose intraprese, quindi è utile tenerne qualche rametto fresco, in vaso, negli ambienti dove si lavora e si studia.
L’olio essenziale può servire per rafforzare una domanda, oppure, nei riti attuati, per purificare una persona dalla negatività che la circonda.
Per proteggere le case in Germania usano tagliare rami d’abete la notte di Capodanno e inchiodarli sulle porte delle stalle e delle abitazioni per allontanare gli spiriti malvagi e le malattie.

Muna

Fonte:

  • Florario. Miti, leggende e simboli di fiori e piante, Alfredo Cattabiani, Oscar Mondadori.
  • Iniziazione ai culti celtici, Daniela Bortoluzzi e Ada Pavan Russo, Edizioni Mediterranee.
  • Lo Spirito degli Alberi. Una chiave per la vostra espansione, Fred Hageneder, Edizioni Crisalide.
  • Le porte della Luna. Magia del femminile, Devon Scott, Edizioni Spaziofatato.
  • Il grande libro delle piante magiche, Laura Rangoni.

Fonte immagini: Pinterest.

 

La Renna tra mito e realtà

Conosciamo tutti la magica slitta di Babbo Natale, trainata da renne, che viaggia nei cieli del mondo intero durante una delle festività più sentite del pianeta. Eppure, a differenza di quanto si possa pensare, la Renna non è solo associata al Natale. È, infatti, ancora oggi un animale di  fondamentale importanza per le popolazioni che abitano il circolo polare artico.

L’associazione di questo animale con la slitta di Babbo Natale cominciò nel 1824, con una poesia di Clement C. Moore. Ne esistono diverse versioni, ma in tutte erano presenti le “otto renne” che trainavano la slitta. Rudolph fu aggiunta alla slitta solo nel 1939, inventata da Montgomery Ward per una poesia per bambini intitolata “Rudolph, la renna dal naso rosso”.

Volendo andare un po’ più a fondo, senza fermarci alla superficie fiabesca, possiamo scoprire molte cose su questo splendido animale.

zoccoli rennaLa Renna è un animale nomade che percorre fino a 5000 miglia in un anno. È la più grande distanza percorsa da qualsiasi mammifero di terra, se si esclude l’essere umano. Le renne viaggiano in autunno e in primavera, muovendosi dai loro territori invernali a quelli più adatti per le nascite dei piccoli. La Renna  è un animale resistente, viaggia su terreni coperti di neve e ghiaccio. I suoi zoccoli concavi, larghi e flessibili le permettono di sortire lo stesso effetto che hanno per noi le racchette da neve. Inoltre, si comportano come remi quando l’animale attraversa fiumi e laghi. Il mantello mantiene il calore in inverno e permette alla Renna di galleggiare nell’acqua.

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Foto di Alexander Krivoshapkin

A differenza dei cervi, nei quali solo gli esemplari maschi posseggono i palchi di corna, nelle renne crescono anche alle femmine ed entrambi i sessi le perdono annualmente, anche se in periodi diversi.

I predatori naturali della Renna sono il Lupo, l’Orso, la Lince e il Ghiottone. Questi, tuttavia, non preoccupano tanto le renne, perché la mandria offre loro protezione contro molti di questi predatori. A spaventarle realmente sono gli insetti: le zanzare, in particolare, possono suggere loro molto sangue in un solo giorno. Per trovare sollievo  da queste ultime, le renne si immergono in acqua oppure si accalcano per sfuggire allo sciame. In ogni caso, la Renna mette in allarme il resto del branco rilasciando un odore da una ghiandola situata vicino agli zoccoli. Non ci sono prede naturali della Renna, poiché è erbivora e si nutre prevalentemente di licheni, erba, foglie e salici.

La Renna europea e il Caribù nordamericano appartengono a sottospecie della famiglia dei Cervidi. Entrambe sono state addomesticate e utilizzate per produrre latte, carne, pellicce, ricoveri, utensili o come mezzi di trasporto, principalmente dalle tribù Inuit e dai Sami, questi ultimi meglio conosciuti come Lapponi. La Renna sopravvive con astuzia ed è in grado di vivere in ambienti molto ostili. L’osservazione delle renne che scavano la coltre di neve alla ricerca di piante con le quali nutrirsi ha condotto le popolazioni indigene alla scoperta di erbe medicinali. Essendo una delle prime creature che l’uomo utilizzò fin dai tempi antichi per procurarsi cibo, rifornimenti, abbigliamento e attrezzi, la Renna ha acquisito una grande importanza nel corso della storia, divenendo un simbolo di nobiltà e dignità.

Le antiche tribù nomadi pagane euroasiatiche resero la Renna protagonista di rituali religiosi e sacrificali. Prima della stagione della caccia, le renne venivano uccise o consacrate e poste con un lupo abbattuto su un’alta piattaforma, per chiedere agli dei di essere clementi e di impedire a questi predatori di attaccare le renne.

La Renna è ampiamente rappresentata anche sugli antichi megaliti delle popolazioni mongole, ma il significato di questo simbolo resta ancora oggi sconosciuto, sebbene siano state avanzate diverse ipotesi al riguardo, tra cui anche quella che rappresentassero persone importanti dell’epoca in cui furono realizzati.

Gli Inuit hanno svariati miti sulle renne. Sostengono che la Renna sia l’ultimo animale a essere venuto al mondo ed è considerato il più importante per la caccia. Si narra che il Creatore chiamò il Lupo a cacciare la Renna e questi animali divennero una cosa sola: la Renna offre cibo al Lupo, ma quest’ultimo, cacciandola, la rende più forte.

Per Korjaki e Chukchi le renne avevano la propria origine nel fuoco: l’Essere Supremo salvò la prima renna allontanandola dal fuoco sacro. Nella tradizione dei Korjaki , il ritorno della Renna dai pascoli è celebrato con una cerimonia del fuoco. Il nuovo fuoco viene acceso con la sacra tavola del focolare, quindi lo si utilizza per accendere bastoncini di legno e salutare la mandria che si avvicina al campo. Quando i Chukchi sacrificano una Renna, il suo sangue viene raccolto in un mestolo e quindi gettato nel fuoco per alimentarlo. Il sangue è quindi distribuito sulla tavola e impiegato per dipingere sul volto umano disegni raffiguranti l’Essere-Renna. Quest’ultimo è lo spirito familiare delle case, e protegge il focolare, la casa e la famiglia dagli spiriti maligni.

La divinità solare lituana e lettone, Saule, viaggiava nel cielo su un carro trainato da renne femmine (vi ricorda qualcosa?) lasciando cadere dalla slitta frammenti di ambra, simbolo del sole e della sua luce. Una divinità molto simile era presente anche presso i Sami: si trattava di Beivve, dea del sole (in alcune versioni compare anche in forma maschile). Era considerata la madre di ogni cosa esistente, e si credeva che fosse lei a prendersi cura dei piccoli di renna: offriva loro il suo calore cosicché potessero crescere forti e sani. Beivve, inoltre, assumeva diversi aspetti durante la giornata; le sembianze da lei prese al tramonto erano quelle di una renna femmina.

Sami and reindeer

Un mandriano Sami immortalato in mezzo alle sue renne dalla fotografa statunitense Erika Larsen.

I Sami hanno sviluppato un rapporto in simbiosi con questo animale, tanto da credere di avere l’anima in comune con quella delle Renne e, pertanto, di essere una cosa sola con esse. Allevarle, nutrirsi della loro carne e creare con la loro pelle e le loro ossa oggetti di uso quotidiano è un modo, per i Sami, di onorare lo spirito dell’animale. Quando i mandriani trascorrono tanto tempo fuori casa con le renne, capita spesso che il bianco della neve e quello del cielo si confondano e che non vi siano punti di riferimento paesaggistici grazie ai quali orientarsi. C’è solo il bianco, sopra, sotto e tutto intorno per chilometri e chilometri. L’unico punto fisso diventa, dunque, la mandria. Non è difficile credere, a questo punto, che per i Sami le renne rappresentino tutto: non potrebbero sopravvivere senza di esse.

Per tutte le caratteristiche attribuitele in passato e per l’importanza che la Renna ha rivestito per numerose popolazioni, ha finito per arricchirsi di significati simbolici.

Rappresenta il viaggio, la forza, la persistenza e la continuazione della tribù. Simboleggia la saggezza, l’intraprendenza, l’intelligenza, la conoscenza, la creatività, l’inventiva. Per i Sami, i palchi della Renna rappresentano le memorie degli antenati. È un animale psicopompo, al quale è stato attribuito il compito di accompagnare le anime dei defunti nelle dimensioni ultraterrene.

reindeer2La Renna è un totem orientato alla famiglia, abile nella comunicazione e nell’attività sociale. Le renne accolgono l’opportunità di guidare gli altri in nuove direzioni. Il loro comportamento innocuo aiuta amici e membri della famiglia. Se la Renna appare nelle vostre vite, potrebbe significare che è il momento per voi di avanzare e assumere un ruolo attivo all’interno del vostro branco. Se la Renna è isolata, siete chiamati a cercare qualcuno con il quale formare una squadra. Se, invece, appare come dominante, chiedetevi se state oscurando qualcuno con i vostri ideali. Tenete a mente, inoltre, che la regola chiave della Renna è l’orientamento.

Così come gli zoccoli della Renna le permettono di restare a galla nell’acqua e di non affondare nella neve, chi ha questo totem ha la capacità di rimanere a galla in modo figurato, nonostante le avversità.

Le renne insegnano la perseveranza, la resistenza, la forza, il potere dell’adattabilità nelle avversità e la tenacia per portare a termine le cose. Mostrano inoltre come appellarsi alle qualità sia maschili che femminili che esse posseggono.

La Renna aiuta nel movimento, nelle transizioni spirituali, nella comunicazione e nelle abilità sociali. Comunica la ricerca della pace interiore e interroga sul modo in cui viaggiamo nella vita.

Quando una Renna entra nella vostra vita, il lungo viaggio spirituale o emozionale che avete affrontato è giunto al termine e raccoglierete presto la ricompensa. Se il vostro viaggio sembra particolarmente lungo e arduo, la ricerca di un supporto emotivo negli altri vi assisterà nel raggiungimento del successo. Mentre la strada davanti sembra scura e spaventosa, avete l’abilità di perseverare e andare lontano.

Chiedete l’aiuto della Renna quando sentite la necessità di viaggiare e avete bisogno di protezione.

La Renna ci insegna ad avere la forza di fare grandi progressi spirituali ed emozionali e che possiamo adattarci a nuove condizioni, trattenendo il nostro potere personale.

“Tutti per uno e uno per tutti” potrebbe essere il motto di questo totem. Le renne si aiutano a vicenda e, per questa loro caratteristica, rappresentano la solidarietà.

Questo animale vi chiede di avere fiducia nei vostri istinti e di concentrarvi sul vostro percorso. Permettete alla vostra luce personale di splendere per voi stessi. Potete davvero volare, ma la chiave sta nel credere fermamente che tutte le cose siano possibili. Lasciate andare i vostri blocchi e imbarcatevi in questo nuovo viaggio di fede, istinto e fiducia.

caribou

Illustrazione di Susan Seddon Boulet

Se avete la Renna come totem, avete la stoffa del leader e siete molto utili ad amici e parenti. Siete persone recettive nei confronti dei bisogni altrui e spesso insegnate agli altri come adattarsi. Avete la tendenza a vagabondare e puntate a esplorare nuovi luoghi e a fare nuove esperienze.

Vedere una Renna in sogno è simbolo di lealtà. Siete fedeli al vostro percorso e ai vostri sogni?  In sogno può anche chiedervi di rimanere leale a un amico o a un membro della famiglia durante un periodo di avversità per lui.

La Renna è un potente simbolo del nostro spirito. Questi animali vivono in condizioni avverse ed estreme, dovendo attraversare paesaggi inospitali. Viaggiano a lungo durante le migrazioni, rischiando gli attacchi di altri animali e affrontando l’avversità degli agenti atmosferici. Scavano in profondità nella loro essenza per trovare la forza interiore per andare avanti. Le renne conoscono il modo di trovare tutto quello che serve al loro sostentamento e che le aiuterà a prosperare.

Il loro viaggio rappresenta il percorso di cambiamento della vita. La Renna è apparsa nella vostra vita per sfidarvi ad affrontare un percorso di vita, per testare la vostra forza interiore, per farvi incontrare la parte più intima di voi stessi, per portarvi alla realizzazione di quello per cui siete nati. Così come le renne affrontano i parassiti nel loro viaggio, dovrete affrontare quello che vi disturba. Lo spirito animale della Renna vi domanda: “Cosa siete disposti a sopportare per trovare ciò di cui avete bisogno per sostenervi e sentirvi completi?”. La Renna è un perfetto simbolo da portare come talismano per affrontare le avversità.

La Renna vi invita a camminare un giorno nella natura, per quanto possibile. Questo viaggio vi porta in contatto con l’energia dello spirito animale della Renna e vi aiuta a venire a conoscenza di voi stessi e a  cercare il vero significato dello scopo della vostra vita.

Muna

Fonti:

Immagine di copertina: Nicolas Dory

 

Iside e Osiride: un mito di resurrezione, iniziazione ed equilibrio

Nell’antico Egitto, oggi sarebbe stato il primo dei diciotto giorni dedicati alla cerimonia funebre di  Osiride. Quello che vi riporto oggi è uno dei miti più belli e famosi della storia dell’umanità ed è legato a una divinità centrale dell’Egitto dei  faraoni. Il mito contiene simboli dal significato profondo e, per aiutarvi a comprenderli meglio, ho speso qualche riga alla fine del post per spiegarvene l’interpretazione.

La natura africana dell’Egitto faraonico genera miti e leggende, storie capaci di far sognare intere generazioni, di proporre archetipi per ogni situazione. L’Egitto è la patria degli dei. Tra l’azzurro del cielo e le acque cristalline del Nilo, tra il nero limo e il deserto rosso, si svolse la storia più bella del mondo: quella di Iside, del suo sposo Osiride e del loro figlio Horo.
Siamo nelle lontane epoche dell’Età d’oro, quando sulla Terra regnavano la pace e la felicità. L’Egitto era saggiamente governato dal dio buono e perfetto Osiride. Egli aveva insegnato agli uomini a non vivere più come animali selvatici, aveva donato loro il frumento e tutti i frutti della terra; aveva seminato in essi l’idea nuova della felicità.
Osiride amava teneramente la sua sposa, l’incantevole Iside, e accanto a lei, le notti erano ancora più dolci dei giorni. Nulla mancava a questa coppia modello e i secoli trascorrevano senza scosse. I raccolti si susseguivano abbondanti, i flauti imitavano la brezza del Nord e i tamburelli dei danzatori ritmavano la gioia delle feste.
Ma qualcuno, nell’immensità del deserto, rimuginava lugubri pensieri che sollevavano minacciose nuvole di sabbia. Questo essere tormentato si chiamava Seth; fratello di Osiride, egli aveva ricevuto come sua quota di territorio le zone che fiancheggiavano a Est e a Ovest la verdeggiante contrada attraversata dal Nilo. Con il passare del tempo, in lui si era insinuato il più perfido dei sentimenti: la gelosia. Così, concepì un piano spregevole: assassinare il fratello e la sua sposa per regnare da solo su un territorio immenso di cui sarebbe stato despota feroce.
Mellifluo e falsamente amabile, egli invitò Osiride a un banchetto tra gli altissimi muri del suo palazzo. Il destino era in agguato e Osiride si recò fiducioso a questa festa che presto si sarebbe trasformata in tragedia.
Al centro della tavola, ornata di rami d’olivo, ciotole di alabastro traboccavano di melagrane e di grappoli d’uva matura; il vino mandava bagliori dal fondo delle coppe; dei pani dorati e croccanti emanavano dolci fragranze di anice e sesamo.
Turbata da oscuri presagi, Iside preferì declinare l’invito, ma non potè convincere il suo sposo a restare con lei. Osiride sapeva che il fratello era suscettibile e non poteva rischiare di umiliarlo.
A conclusione del pasto, come era consuetudine, venne il momento dei doni: Osiride offrì al fratello delle pezze di un lino finissimo; Seth invece fece portare una cassa di legno di cedro, un sarcofago niellato d’oro e d’argento, coperto di geroglifici.
In verità, il sarcofago non era stato destinato proprio a Osiride ma a colui il cui corpo avrebbe seguito perfettamente i contorni dell’oggetto. I candidati si presentarono, ma nessuno di essi era grande abbastanza da riempire il magnifico sarcofago. Anche Osiride si prestò a questo strano gioco; troppo tardi comprese il suo errore… il pesante coperchio si abbattè su di lui, facendolo piombare nelle tenebre.
La luce nei suoi occhi si spense e le stelle del cielo impallidirono. Iside, che dormiva, si svegliò bruscamente, in preda ad angosciosi presentimenti. Il piombo fuso già sigillava il coperchio del sarcofago. Venti rabbiosi urlavano nel deserto; un ghigno malvagio deformava il viso di Seth mentre questi ordinava di gettare il sarcofago nel Nilo. Nefti, sorella di Iside e sposa di Seth, dopo aver assistito terrorizzata al misfatto, corse ad avvertire Iside ed entrambe partirono immediatamente per nascondersi nelle immense paludi del Delta.
Seth impose la sua dura legge a tutto il paese, mentre il sarcofago, portato dalla forte corrente del fiume, arrivò nel Mediterraneo. Il mare lo depose sulle coste del paese di Biblo. Ben presto, un magnifico pino avvolse teneramente il feretro. Passeggiando sulla spiaggia, il re di quel paese vide questo albero straordinario e lo fece tagliare per farne la più bella, la più alta colonna del suo palazzo.
Nel cuore del Delta, tra fitti boschetti di papiro, Iside e Nefti avevano tanto pianto. Si erano lacerate i preziosi abiti da dee, avevano trascinato le chiome nella polvere e avevano lungamente danzato affinché la terra, scossa, liberasse le forze telluriche che avrebbero portato in cielo l’anima sublime di Osiride. Sussisteva, tuttavia, un problema di non poco conto: come celebrare i funerali senza il cadavere?
Il dio Ra, insieme alla forza di Thot, fece nascere in Iside un’idea grandiosa: ritrovare il corpo del suo amato, riportarlo in Egitto e, perché no, resuscitarlo.
Dovete sapere che Iside non era soltanto la sposa di Osiride; in quanto figlia di Ra, il principio luminoso, ella conosceva i segreti della vita ed era capace di assumere all’istante tutte le forme della creazione. Era già stata vista trasformarsi in svariati animali, sapeva persino rendersi invisibile, e allora si distingueva sulla sabbia solo la delicata impronta dei suoi deliziosi piedini. Per compiere la sua ricerca, ella si trasformò in rondine, così da scrutare il suolo percorrendo rapidamente enormi distanze.
Già sorvolava le coste del montuoso paese dei cedri. L’istinto e l’amore la guidarono verso la colonna che portava nel suo ventre il fatidico sarcofago. Quando il re sentì una rondine parlare, rimase sbalordito; ma, quando l’uccello si trasformò in una donna più perfetta di una statua, egli credette di impazzire… d’amore. Il corpo di lei era fasciato in una soffice trina d’oro, un diadema scintillava nei suoi capelli corvini e la fronte era ornata da un cobra con occhi di corniola. Quando camminava, il tintinnio delle sue collane e braccialetti l’avvolgeva di un’aura vaporosa.
La questione fu risolta all’istante: la colonna venne abbattuta e si recuperò il sarcofago. In breve tempo, Iside lo depose su un’isola stretta in un’ansa del Nilo.
Allora ella chiese allo sciacallo Anubi di prendere parte alla mummificazione di Osiride. Strano personaggio, quell’Anubi, figlio di Seth e Nefti. In ogni caso, egli era pieno di buona volontà; insieme alla madre e alla zia, si mise in cerca degli ingredienti necessari all’operazione, mentre le spoglie del dio tradito riposavano sulla sabbia asciutta.
Fu un errore fatale… Con ostinazione, Seth percorreva il paese per sottometterlo e per ritrovare Iside, alla quale intendeva riservare la stessa sorte del suo sposo. Così, si trovò proprio nel Delta quando si imbattè nel corpo di suo fratello, che mai avrebbe pensato di rivedere. Schiumante di rabbia, si scagliò su di esso tagliandolo in quattordici pezzi che gettò nel fiume. Perpetrato l’orrendo misfatto, egli tornò alla sua oscura dimora assaporando la vittoria. Iside non avrebbe potuto essere tanto abile da riuscire ad assicurare a quel cadavere smembrato il conforto della mummificazione!
Questa volta però era lui a sbagliare. Un gentile coccodrillo che aveva assistito, sbalordito, alla scena, raccontò l’accaduto a Iside nei minimi dettagli. La maga invocò le potenze della luce, poi meditò e infine concepì un nuovo piano d’azione: avrebbe recuperato i quattordici pezzi sparsi, li avrebbe riuniti e avrebbe tentato di sconfiggere la morte. Così iniziò la dolorosa ricerca: il coccodrillo si immerse molte volte sul fondo del fiume, mentre lo sciacallo Anubi fiutava i pezzi rimasti incastrati tra le piante acquatiche. Ogni ritrovamento rianimava le speranze di Iside. Alla fine, furono riunite tredici parti, ma l’ultima, il fallo, era introvabile. Si seppe con orrore che un pesce, ignaro, se l’era mangiato! Ormai troppo vicina al prodigio, Iside ne modellò uno di morbido limo del Nilo e lo pose sul cadavere, poi, prendendo le sembianze di un nibbio, si posò su di esso per essere fecondata. Dal dio morto era scaturita la vita, il processo di resurrezione era avviato.
I settanta giorni seguenti furono dedicati all’imbalsamazione del cadavere. Ispirato da Thot e da Iside, Anubi inventò tutto il procedimento: gli ingredienti, l’uso del natron, i vasi canopi, le bende di lino e soprattutto le formule e gli incantesimi senza i quali nulla potrebbe accadere.
Dopo settanta giorni di occultazione, la stella Soped (Sirio) stava per levarsi a Oriente insieme al sole: il momento magico era giunto. Perfettamente ricomposto, Osiride sembrava dormire un sonno profondo; tutta la natura era come sospesa in attesa del miracolo. La stella salì all’orizzonte e la luce solare inondò il cielo e la terra. Le due sorelle sembravano l’incarnazione del Mistero. Osiride aprì gli occhi e sorrise ritrovando, al di là della morte, il volto dell’amata; la primavera esplose in tutte le gemme del pianeta. Iside e Osiride si abbracciarono e il dio sentì fremere nel ventre della sua sposa la promessa di vita nuova, di un essere superiore che si sarebbe chiamato Horo.

La storia di Iside e Osiride è ancor più ricca di significati di quello che sembra e può essere letta a livelli molto diversi.
Iside è la luce magica che libera dalle catene di Seth. Resuscitando Osiride, inaugura il processo della Grande Opera, della ricerca dell’immortalità. Per ritrovare il suo amato, ella fruga il cielo, la terra, l’acqua e il mondo sotterraneo; diventa maestra delle leggi che governano l’universo. La mummificazione che lei inventa insieme ad Anubi consiste nel rendere viva la carne putrefatta. Lei è tutte le donne e tutte le dee, stella del mattino, fonte della vita, mediatrice tra i vivi, i morti e lo spirito invisibile, principio della materia.
Osiride è l’antica anima dell’Egitto. È l’immagine del ciclo vita-morte-resurrezione. Il suo corpo è l’Egitto, che ogni anno è riportato in vita dalle acque benefiche della piena del Nilo. Morendo e rinascendo, Osiride mantiene l’equilibrio del mondo.
La vera natura del rapporto che unisce Osiride al fratello assassino Seth deve essere presa in esame. Bisogna guardarsi da un’interpretazione semplicistica che farebbe della coppia una rappresentazione del Bene e del Male. Del resto, questo concetto dualistico è estraneo allo spirito egizio che gli ha sempre preferito quello di complementarietà.
Seth è il disordine, la collera, il male in azione, le forze contrarie. Egli però acquista anche un altro spessore. Se Osiride rappresenta le forze evolutive dello spirito, Seth incarna quelle involutive della materia. Il fuoco di Seth è quello iniziatico e segreto della terra che consuma ciò che deve dissolversi per risvegliare l’essenziale. Seth dà la luce a Osiride; lo sottopone alla prova del fuoco per permettergli di trarre il meglio da se stesso e di rivelare la propria natura immortale.
Uccidendo il proprio fratello, Seth permette al suo spirito di staccarsi dalla materia e di tornare alla fonte primitiva per rigenerarsi.
Seth è l’ostacolo che Osiride deve superare per rivivere domani e corrisponde alle prove che fanno parte del rituale d’iniziazione.
Alcuni millenni dopo l’invenzione del mito osiriaco, la coppia Gesù/Giuda racconterà la stessa avventura. La storia del Cristo sembra ricalcare quella di Osiride, a partire dalla nascita da una madre vergine fino alla passione consentita per redimere l’umanità.
Sulla terra degli uomini, l’Egitto, regnerà Horo, figlio ed erede dell’immortale Osiride. Prima di esercitare i propri poteri legittimi però, egli dovrà sfidare Seth. Pur essendo il vincitore, Horo, dietro ingiunzione di Iside, non ucciderà Seth. In effetti, il male, il negativo, non va eliminato ma controllato, per equilibrare le due polarità che concorrono all’armonia dell’universo.

Fonte:
Magia e iniziazione nell’Egitto dei Faraoni, René Lachaud, edizioni Mediterranee.

La Casa dell’Anima

 

“Esiste in noi un istinto a tornare, a raggiungere il posto che ricordiamo. E’ la capacità di ritrovare, nell’oscurità o nella luce piena, la propria casa. Sappiamo come tornare a casa. Anche se molto tempo è passato, ritroviamo la via. Attraversiamo la notte e strani territori, tribù di stranieri, senza mappe e domandando ai bizzarri personaggi che incontriamo lungo il cammino: ‘Qual è la via?’
La risposta esatta a ‘Dov’è casa?’ è più complessa… ma in un certo senso è un posto interiore, un posto nel tempo piuttosto che nello spazio, dove la donna si sente integra. La casa è là dove un pensiero o una sensazione possono svilupparsi invece di essere interrotti o di esserci strappati perché altro richiede la nostra attenzione o il nostro tempo. E nei secoli le donne hanno trovato miriadi di modi per conquistarsela, per costruirsela, anche se doveri e fatiche erano senza fine. […] Casa è un umore o un senso sostenuto che ci consente di esperire sensazioni non necessariamente assecondate nel mondo profano: meraviglia, visione, pace, libertà dalle preoccupazioni, libertà dalle richieste, libertà dal continuo ciarlare. […] Molti sono i posti reali in cui andare per ‘sentire’ il ritorno a questa specie di casa. Il posto fisico, reale, non è la casa; è soltanto il veicolo che culla l’Io affinché si addormenti, così potremo percorrere da sole il resto del cammino. Tanti sono i veicoli attraverso o con i quali le donne raggiungono casa: musica, arte, bosco, spuma dell’oceano, levarsi del sole, solitudine. Ci portano a casa in un mondo interiore nutritivo che ha idee, ordine, mezzi di sostentamento tutti suoi.
Casa è l’antica vita istintuale che si muove agevolmente, come un giunto che scivola sul cuscinetto ben oliato, dove tutto è come dovrebbe essere, dove tutti i rumori hanno il suono giusto e la luce è buona, e gli odori ci calmano invece di metterci in allarme. Essenziale è ciò che rinvigorisce l’equilibrio. Quella è casa.
[…] Per alcune, casa è la ripresa di un’antica impresa abbandonata. Ricominciano a cantare dopo aver trovato per anni ottime ragioni per non farlo. Si impegnano nell’apprendimento di qualcosa che un tempo avevano amato di cuore. Ricercano le persone e le cose perdute nella vita. Ritrovano la voce e scrivono. Si riposano. Si appropriano di un angolino del mondo. Mettono in atto decisioni immense o intense. Fanno cose che lasciano un’impronta.
Per alcune, casa è un bosco, un deserto, un mare. In verità, la casa è olografa. E si realizza in tutta la sua potenza anche in un solo albero, in un cactus solitario nella vetrina di un fiorista, in una pozza d’acqua ferma, nella foglia gialla caduta sull’asfalto, nel vaso di argilla rossa in attesa di un ciuffetto di radici, in una goccia d’acqua sulla pelle. Se vi concentrerete con gli occhi dell’anima, vedrete la casa in moltissimi posti. […] La casa significativa si raggiunge prendendo tempo, per allontanarsi dai rumori della routine quotidiana: un tempo inviolato e unicamente per noi medesime, che significa cose diverse per donne diverse. Per alcune chiudersi in una stanza, pur restando accessibili, è un bel ritorno a casa. Per altre il percorso per tornare a casa non deve avere alcuna interruzione.
Per questa donna, l’ingresso alla casa profonda è evocato dal silenzio. Silenzio Assoluto, con tanto di maiuscole. Per lei il suono del vento fra gli alberi è silenzio. Per lei il tuono è silenzio. Per lei l’ordine naturale della natura, che non vuole nulla in cambio, è il silenzio che dà la vita. Ogni donna sceglie come può e come deve.”

Tratto da Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkòla Estès

Il pensiero: la base di tutto

Oggi più che mai, vista la crisi che ho vissuto negli ultimi anni, le seguenti basi si sono presentate in modo prepotente nella mia vita, come se tutto volesse ricordarmi le radici su cui tanto ho lavorato in passato, per cui eccomi qui a proporle a voi, non si sa mai che possano essere utili anche ad altri.
Tempo fa avevo intrapreso la lettura di un piccolo volume, “Favolisticamente Magia” di Michela Chiarelli in arte Eriche Alchimilla, e devo dire che, per certi versi, si è dimostrato davvero illuminante. Forse in futuro ne parlerò in modo più approfondito, per ora, tuttavia, vi basti sapere che ogni capitolo del libro è preceduto da una scheda con gli insegnamenti che si andranno a imparare nel corso della lettura. La prima scheda didattica (se così la vogliamo chiamare) recita così:

1) Parla di te stesso solo in forma positiva.
2) Controlla e i diminuisci i “No” e i “Non” poiché questi creano ciò che non vorresti essere e attraggono ciò che non vorresti avere.
3) Parla al presente quando desideri qualcosa, e fallo come se la cosa fosse già tua.
4) Guardati dal giudicare niente/nessuno.
5) Domina la mente.
6) Domina le emozioni.
7) Sii felice e positivo.
8) Immagina sempre solo cose positive.
9) Sii preciso nei pensieri e nelle parole.

Credetemi se vi dico che ogni affermazione di questo elenco è vera. Certo, non è facile mettere in pratica queste regole, ma sono davvero la chiave per vivere meglio. Proviamo ad analizzarle…

Parla di te stesso solo in forma positiva.
Quante volte vi siete sentiti arrabbiati con voi stessi? Quante volte avete detto “sono una brutta persona”, oppure “non vado bene così” o ancora “mi detesto”? Ebbene, dovete imparare a evitare affermazioni di questo tipo, perché non fanno bene a voi e alla vostra integrità. È vero che quello che pensiamo si crea nella realtà, per cui se pensate di essere persone orribili, vi convincerete di esserlo e questo si rispecchierà irrimediabilmente nella vostra vita e si ripercuoterà persino sul vostro fisico.
Parlare di se stessi in modo positivo non significa essere egocentrici e narcisisti, ma semplicemente volersi bene e accettarsi per quello che si è.

Controlla e i diminuisci i “No” e i “Non” poiché questi creano ciò che non vorresti essere e attraggono ciò che non vorresti avere.
Come detto sopra, parole e pensieri hanno più potere di quanto immaginiamo, per questo motivo dobbiamo stare attenti a come ci esprimiamo. Se le nostre frasi sono espresse in positivo, più facilmente attrarremo la positività anche nel concreto. Se siete abituati, per esempio a dire “non ci riesco” o “non sono capace”, la vostra mente se ne convincerà e voi non riuscirete mai davvero in quello che farete.

Parla al presente quando desideri qualcosa, e fallo come se la cosa fosse già tua.
Michela Chiarelli nelle pagine del suo libro propone un piccolo incanto davvero interessante. Se desiderate una cosa (che non nuocia a nessuno, ovviamente, e che sia positiva) allora chiudete gli occhi e immaginatevi di riceverla per posta o visualizzatevi come se quel desiderio fosse esaudito. Nella vostra immagine siete felici, gioiosi di aver ricevuto quello che tanto avete desiderato. A questo punto aprite gli occhi, accendete una candela bianca e scrivete su un foglietto “Grazie, perché ho ricevuto… (il vostro desiderio)”, ponete il foglietto sotto la candela e aspettate che si spenga da sola. Pensare alle cose che volete ottenere come se fossero già vostre e esprimendole nella vostra mente al presente, vi permetterà di realizzare molto più facilmente i vostri sogni. Non ci credete? Provateci allora, e con convinzione: vi accorgerete dell’immenso potere che ha la mente umana.

Guardati dal giudicare niente/nessuno.
Più che una regola, questo è un suggerimento etico per il quieto vivere. Giudicare non è bene, poiché ogni persona è mossa dalle proprie motivazioni e dalle esperienze fatte durante la propria vita. Bisogna imparare a comprendere che non siamo tutti uguali e a non dare giudizi affrettati, perché poi ci si potrebbero ritorcere contro in modi del tutto inaspettati.

Domina la mente. Domina le emozioni.
E’ fondamentale imparare a non lasciarsi trascinare dagli eventi e dai propri sentimenti. Se siete arrabbiati, per esempio, non potrete attirare a voi la serenità che cercate, perché otterreste l’effetto contrario.

Sii felice e positivo. Immagina sempre solo cose positive. Sii preciso nei pensieri e nelle parole.
Come già detto sopra, la tristezza attira altra tristezza. Partite sempre dal presupposto che il simile attira il simile, e questo vale per ogni cosa. Toglietevi dalla testa, per esempio, l’idea che anche in amore gli opposti si attraggano… è vero, ciò che è a noi contrario ci attrae, ma è un’attrazione momentanea e fugace. L’appagamento vero ci viene dato da chi comprende fino in fondo quello che siamo e da ciò che ci è più congeniale. Infine, bisogna imparare a riflettere bene sulle parole che si usano, sia nei pensieri che nei discorsi. La parola, lo sapevano bene gli antichi Egizi, ha un immenso potere di creazione. Per questo motivo, soprattutto quando esprimete un desiderio, dovete assicurarvi di farlo usando un linguaggio misurato.

Ora, a questi principi potremmo unire le seguenti 4 regole che hanno finito per essere alla base della spiritualità pagana.

Conoscere
Questo è un punto a cui tengo particolarmente. Non potete pensare di fare nessun passo se prima non avete studiato. Lo studio è alla base di tutto e vi permette di farvi una vostra opinione, di imparare da esperienze di altri e di percorrere con sicurezza una strada vostra.

Osare
Quando avrete studiato le basi e sarete abbastanza sicuri di quello che avete imparato e di come intendete operare, potete passare alla pratica, osando. Non dovete avere timore di buttarvi, perché la pratica è qualcosa di assolutamente necessario e naturale. Prendete un laureato in medicina, per esempio: i suoi studi non servirebbero a niente se non si decidesse ad applicarli nella pratica e a cimentarsi nel mestiere per cui ha studiato tanto.

Volere
La volontà è una delle regole principali, in qualsiasi campo della vita, non solo in quello spirituale. E’ la volontà a muovere i passi delle persone, essa permette anche a ciò che desideriamo (o meglio, vogliamo) di concretizzarsi.

Tacere
Non è detto che la nostra spiritualità e il nostro modo di praticarla sia da condividere con le altre persone. Tuttavia, è pur vero che non si debba neppure chiudersi nel mutismo e nella solitudine. Bisogna semplicemente fare attenzione alle persone con cui si vuole parlare di questo genere di argomenti, perché purtroppo non tutti rispettano le opinioni e i credi altrui.

Per concludere, la Wicca (che io non seguo) si basa sulle seguenti Tredici Mete, quelle secondo cui bisognerebbe basare la propria vita. Queste regole si possono estendere facilmente anche ad altre spiritualità. Per questo motivo ve le propongo, perché costituiscono una base solida e mai scontata da cui dover partire.

1. Conosci te stesso.
2. Conosci la tua arte.
3. Impara.
4. Applica la tua conoscenza con saggezza.
5. Raggiungi l’equilibrio.
6. Metti l’ordine nelle tue parole.
7. Metti l’ordine nei tuoi pensieri.
8. Celebra la vita.
9. Armonizzati con i cicli della terra.
10. Respira e mangia correttamente.
11. Esercita il corpo.
12. Medita.
13. Onora le divinità.

Fare un lavoro approfondito, serio e costante su se stessi è importantissimo e indispensabile. Se vogliamo intraprendere una pratica spirituale, dobbiamo essere pronti a esaminare ogni aspetto della nostra persona e del nostro carattere. A volte questo porta sofferenza, perché non sempre la nostra personalità ci piace, ma è proprio notando i nostri difetti e le nostre mancanze che potremmo agire al meglio per migliorarci. E’ importante, come ho già detto altre volte, anche ristabilire un contatto con il proprio bambino interiore: riscopritevi bambini, pensate a come eravate negli anni dell’infanzia, a quello che amavate fare, a ciò che vi faceva stare bene, ai simboli che vi hanno accompagnato durante la crescita (animali, avvenimenti, persone…) e ritroverete una parte perduta di voi. I bambini sono autentici, non mentono e non sono influenzati dalla società, per questo è fondamentale ritrovarsi e riabbracciare la propria anima più autentica.
Conoscere la propria arte significa dedicarsi allo studio con dedizione e interesse. Studiate i cicli della natura e i modi in cui influenzano il corpo, le emozioni e la natura. Studiate le antiche civiltà, la mitologia e le antiche saggezze popolari, informatevi. E dopo aver letto ed esservi documentati, imparate a usare le informazioni nel vostro quotidiano, a mettere in pratica ciò che avete studiato sui libri. La pratica, appunto, va applicata con criterio: non fate del male a niente/nessuno e ricordatevi che la vostra libertà finisce dove inizia quella dell’altro. Come detto sopra, per mettere in pratica quanto imparato bisogna dominare la mente, le emozioni e le parole: è fondamentale.
Al primo posto in ogni vostra azione dovrete mettere l’amore per la Vita, sia essa animale, vegetale, la vostra o quella altrui. Celebrarla significa rispettarla e riconoscerla come divina. Ogni essere vivente è divino, ed è bene prendersi cura del proprio corpo, perché è esso il nostro vero tempio. Dobbiamo imparare, anche, che ciò che mangiamo ci permette di vivere, pertanto dovremmo mangiare in modo sano e corretto. Scegliete il tipo di alimentazione che più vi aggrada, non si tratta di essere vegetariani, vegani, onnivori, ecc., quanto piuttosto di avere coscienza di ciò che portiamo sulle nostre tavole e di come lo immagazziniamo. Quando cucinate, per esempio, non siate nervosi, arrabbiati o frustrati, o trasmetterete tutte queste emozioni al cibo che entrerà dentro il vostro corpo. Spegnete la tv mentre mangiate, non ascoltate i telegiornali, ma fate dei vostri pasti un rituale. Prendetevi cura del vostro corpo non trascurandolo, facendo esercizio e mettendolo in moto, infine, fate meditazione (avete presente la frase mens sana in corpore sano? 😉 ). Per quanto riguarda l’ultimo punto delle Tredici Mete, potete interpretarlo come meglio credete. C’è chi non segue nessuna divinità, chi ne segue solo una, chi si dedica a un pantheon preciso. Infine c’è chi riconosce semplicemente la divinità in ogni cosa. Fate in modo di onorare ciò che voi considerate divino.

Muna

Il Pettirosso: araldo della neve e di nuova vita

Ci avviciniamo al Solstizio d’Inverno, ed ecco che questo uccellino fa la sua comparsa in campagne e giardini in modo così assiduo da essere diventato l’emblema della fredda stagione. Il suo piumaggio colorato spicca sul candore della neve, permettendoci di accorgerci della sua presenza. Protagonista di leggende, miti, aneddoti, poesie e tradizioni popolari, il Pettirosso ha acquisito una simbologia ricca di fascino e significati.

Pettirosso

Per i popoli del Nord simboleggiava Thor, divinità legata alle nuvole e alle tempeste. Per i Celti, invece, simboleggiava il nuovo anno che giungeva a scalzare quello vecchio, rappresentato nelle ballate dallo Scricciolo, suo simbolico rivale. Lo Scricciolo, al quale è dedicato il Wren Day in Irlanda (letteralmente Giorno dello Scricciolo), è, insieme al Re Quercia, il re dell’Estate. Il Pettirosso, invece, al pari del Re Agrifoglio, simboleggia l’Inverno. I due protagonisti lottano ancora oggi in battaglie inscenate dalle popolazioni di derivazione celtica, facendo sopravvivere le tradizioni antiche che vedono nel Solstizio invernale la lenta, ma effettiva, rinascita della vita. Un’antica filastrocca inglese, “Who killed Cock Robin”, sembra testimoniare i significati di questa antica e perpetua lotta: nel componimento poetico, l’allegro uccellino viene ucciso con l’arrivo della Primavera da un passero (lo Scricciolo) munito di arco e frecce. Con la sua scomparsa, la natura rinasce e tutto il bosco celebra la sepoltura del Pettirosso.

 

I Cristiani, invece, spiegano il colore del suo piumaggio con un aneddoto di altruismo e generosità. Pare che questo uccellino fosse un tempo interamente di colore grigio. Trovatosi nei pressi del Golgota, la sua attenzione fu attratta da un uomo crocifisso al quale era stata posta sul capo una corona di spine. Il pettirosso si avvicinò a Gesù – perché è di lui che si trattava, ovviamente – per alleviare almeno un po’ le sue pene, tentando di liberarlo dalla corona. Nel gesto, il suo petto si macchiò di sangue e da allora Gesù donò ai pettirossi il loro caratteristico colore, per ricordare agli uomini l’atto di grande generosità commesso da quell’esserino tanto piccolo quanto gentile. Sempre per i Cristiani, il Pettirosso aveva il ruolo di accompagnare le anime nel regno dei defunti. Pare che questa credenza sia stata incentivata dalla convinzione degli inglesi riguardo all’impegno che i pettirossi si sono presi nel seppellire coloro che sono morti nei boschi e che, pertanto, sono rimasti privi di una degna sepoltura.

Pettirosso 2

Col tempo, per tutta la simbologia a esso collegata, ha assunto il significato di metamorfosi positiva e della rinascita nell’ambito spirituale.  Frances Hodgson Burnett, nel suo “Il Giardino Segreto”, eleva il Pettirosso a guida della sua protagonista, permettendo a Mary  di far rifiorire il giardino e l’amore familiare. Rimanendo in tema artistico, Chopin, ammirato dal canto melodico del Pettirosso, lo imitò nel tema principale della Grande Polonaise Brillante. Il gesto valse all’uccellino il soprannome di “Chopin dell’aria”. Anche Emily Dickinson e Khalil Gibran hanno dedicato al Pettirosso alcuni suggestivi versi.

Il pettirosso vanta una grande quantità di miti e tradizioni popolari.

Per la tradizione più superstiziosa, il furto di un uovo di Pettirosso garantiva al ladro un lungo periodo di sfortuna. Alcuni credono che, vedendo il primo Pettirosso, sia necessario formulare un desiderio prima che esso voli via, altrimenti non si avrà fortuna per tutto l’anno successivo. A dispetto di questa tradizione, uno studio del Pettirosso potrà rivelare molto sul suo vero valore come totem. I pettirossi reagiscono al rosso, un colore che nei maschi segnala ad altri maschi di “uscire dal territorio”. Il rosso è, naturalmente, collegato alla kundalini (energia divina quiescente in ogni essere umano). Nel Pettirosso è più un color ruggine, come se fosse stato diluito con altri colori: ciò, insieme al fatto che ricopre l’intera zona del petto, riflette la sua attivazione che stimola nuova crescita in tutti i settori della vostra vita.

Il canto del Pettirosso è un trillo gioioso e avvolgente, che ha in parte lo scopo di consentire all’uccello di stabilire il proprio territorio. Due maschi nella stessa zona gonfieranno i polmoni e canteranno con tutta l’energia che hanno in corpo: le lotte tra pettirossi per assicurarsi il dominio sul territorio si svolgono in genere cantando, mentre gli scontri fisici sono soltanto simbolici, senza che nessuno dei contendenti si faccia veramente male. Ciò è assai significativo per chi ha un pettirosso come totem, perché riflette la necessità di esprimere il proprio canto, qualora si voglia una nuova crescita. Qualsiasi confronto od ostacolo è più un’esibizione che una vera minaccia, quindi andate avanti senza timore.

Sarah Adams Pettirosso

Credits: Sarah Adams

Spavaldo e coraggioso, non disdegna il contatto con gli esseri umani, soprattutto quando questi si premurano di procurargli del cibo. Si dice inoltre che il Pettirosso sia araldo della neve: quando lo si vede aggirarsi intorno alle case o picchiettare ai vetri delle finestre per ricevere qualche bocconcino, bisogna aspettarsi una bella nevicata o l’arrivo del freddo pungente. Ecco spiegato il motivo per cui compare spesso sui biglietti d’auguri del periodo natalizio.

Il Pettirosso depone un uovo di un caratteristico colore azzurro polvere, colore che viene spesso usato per attivare negli esseri umani il chakra della gola, un centro associato con la forza di volontà e la creatività. L’uovo di Pettirosso riflette la capacità, innata in coloro che hanno questo totem, di affermare la propria forza di volontà per creare una nuova crescita nell’esistenza; quando il Pettirosso viene a voi, lo fa per aiutarvi in questo processo, e può riflettere il fatto che finora siete stati inadeguati o inefficaci. In un modo o nell’altro, il Pettirosso vi mostrerà come riuscire nell’intento.

Entrambi i genitori partecipano all’allevamento dei piccoli, nutrendoli in media una volta ogni dieci minuti. Ciò è necessario, poiché i piccoli nascono completamente implumi. Eppure, il Pettirosso riesce ad allevare più di una covata all’anno, e anche questo riflette l’attivazione della forza vitale creativa, simboleggiata dalla colorazione rossa. È il cuore che gli conferisce tale capacità.

Tra gli altri connotati simbolici a esso legati ci sono la speranza, l’ottimismo, l’armonia, il sostenimento e la felicità.

Quando un Pettirosso entra nella vostra vita, potete aspettarvi una nuova crescita in una varietà di settori dell’esistenza, non in uno solo.

Muna

 

Fonti:

  • Segni e presagi del mondo animale. I poteri magici di piccoli e grandi animali, Ted Andrews.
  • Lipu
  • Eticamente
  • La Soffitta delle Streghe
  • Terre Celtiche

Quando in pentola bolle l’Oleolito di Alloro

Negli ultimi anni mi sono impegnata a ridurre il mio personale “impatto ambientale”, cominciando a muovere i primi passi verso una vita più consona alla mia spiritualità e più naturale. Tempo fa ho sperimentato una ricetta per il detersivo per i piatti 100% naturale, ecologico e salutare, ma sto provvedendo pian piano anche alla creazione di rimedi naturali da tenere in casa per i disturbi più comuni. È nato così il mio primo oleolito di Alloro, al quale spero ne seguano molti altri. È stata una grandissima soddisfazione realizzarlo!
Mi piace molto trasformare quello che la natura ci offre. Non sono un’erborista, ci tengo a ribadirlo, ma amo le tisane e i prodotti officinali che si producono a partire dalle erbe.
Per questo motivo ho deciso di fare un esperimento. Visto che ho una grande disponibilità di Alloro, ho pensato di creare un oleolito a uso domestico, un po’ per cimentarmi nella pratica e un po’ per produrre qualcosa di utile a tutta la famiglia.
Che cos’è un oleolito? Non è altro che una soluzione oleosa delle sostanze curative contenute nelle piante officinali.
Fare l’oleolito di Alloro è stata per me una vera pratica magica; mi è sembrato di tornare un po’ indietro nel tempo, quando i rimedi per i disturbi più comuni si producevano in casa e le ricette si tramandavano di madre in figlia.
Prima di spiegare il procedimento per la preparazione dell’oleolito, vorrei spendere qualche parola sulle sue proprietà. L’oleolito di Alloro può essere fatto con le foglie essiccate della pianta, oppure con le bacche. Quest’ultimo dovrebbe essere più potente, ma siccome quello in cui l’ho realizzato non era il periodo balsamico giusto per la raccolta delle bacche ho deciso di fare un po’ di pratica con le foglie. Quest’olio può essere utilizzato nei casi di mal di testa e di dolori articolari, soprattutto per il nervo sciatico, massaggiando la zona interessata.

Ecco qui l’occorrente per fare l’oleolito di Alloro:
– 500 ml olio extravergine di oliva, possibilmente biologico
– 50 gr di alcool puro 95°
– 50 gr di foglie secche di Alloro
– 1 bottiglia di vetro scuro
– 1 barattolo capiente o 1 bottiglia a becco largo
– 2 pentole
– 1 canovaccio pulito
– Imbuto

Siccome le foglie che avevo non erano del tutto secche, le ho fatte ripassare in forno per qualche minuto a 100-150°C. Una volta essiccate, le ho sminuzzate grossolanamente con le mani, le ho trasferite in un barattolo insieme all’alcool e ho lasciato macerare il tutto per 24 ore, agitando il contenitore di tanto in tanto. Trascorse le 24 ore, ho versato il tutto in un pentolino insieme all’olio e ho messo a cuocere a fuoco lento e a bagnomaria per 6 ore, mescolando con un cucchiaio di legno per controllare la situazione. Infine, ho colato il tutto attraverso il canovaccio pulito a trama stretta, ho lasciato raffreddare l’olio e l’ho travasato in una bottiglia dal vetro scuro. Per altre 24 ore ho lasciato la bottiglia senza il tappo, coperta da una garzina sterile tenuta ferma con un elastico, per permettere all’alcool di evaporare.

È stata una bellissima esperienza, la casa ha profumato di alloro per due giorni. Ho sentito l’energia positiva della pianta che stavo trasformando ed è stata una grande soddisfazione vedere il prodotto finito, fatto da me. Questo genere di lavoro mi fa sentire appagata e non sento la stanchezza, perché so che sto facendo qualcosa di cui beneficerò io stessa. Mentre sminuzzavo le foglie di alloro, la fragranza della pianta si spandeva per la stanza, rilassandomi e ricordandomi di ringraziare Madre Natura per quel dono prezioso. Vedere il liquido nella bottiglia scura poi, profumatissimo tra l’altro, è stata una vera soddisfazione.

Ho postato questa ricetta con la speranza che possa servire anche ad altri. È stata presa dal sito della Scuola di Naturopatia, per cui è attendibile.
Prossimamente, vi lascerò un post con le proprietà di questa meravigliosa pianta, una delle più comuni del Mediterraneo.

Muna

Magia, simboli e medicina degli Animali

Se parlerai agli animali,
essi parleranno a te
e così potrete conoscervi.
Se non parlerai con loro,
non potrai conoscerli,
e ciò che non si conosce si teme.
E ciò che si teme, si distrugge.

C’era un tempo in cui l’umanità si riconosceva parte della natura e viceversa. Sogno e veglia erano realtà inseparabili; il naturale e il soprannaturale si fondevano e si mescolavano tra loro. La gente usava immagini della natura per esprimere questa unità e per comunicare un genere di esperienza transpersonale. In passato, sciamani, sacerdoti e sacerdotesse erano i custodi della sacra conoscenza di vita. Questi individui erano legati ai ritmi e alle forze della natura, capaci di camminare sul filo che lega il mondo invisibile a quello visibile. Aiutavano la gente a ricordare che tutti gli alberi sono divini e che gli animali parlano a chi vuole ascoltarli. Uno studio sui totem della natura è essenziale per comprendere come lo spirituale si manifesti all’interno della nostra vita. “Totem” è qualsiasi oggetto naturale, essere o animale ai cui fenomeni e alla cui energia ci sentiamo strettamente partecipi nel corso della nostra vita.

Da sempre gli animali popolano l’immaginario degli uomini, ne animano i sogni, danno volto a paure, desideri, frustrazioni; gli animali sono simboli, sono un contenuto primordiale, un segno che può significare tutto. L’immagine animale è la più comune, la più universalmente diffusa e familiare all’uomo fin dalla sua infanzia. Gli animali ci parlano da sempre: lo fanno con la loro presenza, con il loro comportamento, con un caleidoscopico repertorio di morfologie e di colori, di strategie esistenziali e di adattamenti ecologici. Incomprensibile nel linguaggio, imprevedibile nel comportamento, capace di prestazioni differenti e molto spesso perfezionate rispetto a quelle umane, il mondo animale rappresentava per l’uomo una sfida e nello stesso tempo il forziere delle soluzioni praticabili. Oggi si è portati a cercare una risposta scientifica e razionale al senso di stupefazione e di meraviglia che inevitabilmente sorge ogni qualvolta si viene a contatto con questo mondo. Ciononostante, sentiamo che ogni specie rappresenta un universo vicino e nello stesso tempo lontano anni luce da noi. L’animale resta infatti un mistero nelle sue caratteristiche comportamentali e cognitive e nella sua diversità. L’animale è magico non di per sé, bensì in riferimento ai diversi significati via via attribuitigli dalle viarie tradizioni culturali. Gli animali che animano i nostri sogni, che si intrecciano alle nostre vicende quotidiane, ingigantiti o banalizzati nelle tradizioni, danno corpo e volto ai nostri desideri, alle nostre paure, ai nostri istinti. Come uno specchio, l’animale non è solo se stesso, ma riflette vizi e virtù dell’uomo: siamo noi a decretare che la formica è prodiga, il maiale sudicio, la colomba innocente. I comportamenti umani vengono tipizzati (ed evocati) per mezzo di certe associazioni con il mondo animale: furbizia-volpe, coraggio-leone, vanità-pavone e così via. Delle caratteristiche animali scegliamo quelle più adatte a rappresentare altrettante caratteristiche umane, ma in questo modo falsiamo l’immagine dell’animale e la limitiamo allo stereotipo da noi creato. Agli animali, a cui così spesso non è riconosciuto neanche il minimo diritto alla vita, sono riconosciuti poteri magici non solo per la loro ricchezza istintuale, ma soprattutto in virtù di una loro intrinseca predisposizione a essere ricettacolo delle potenze sovrannaturali. Gli animali, sia reali sia immaginari, oggetto dei nostri incontri ci parlano di una realtà “altra”, sono simboli che possiamo interpretare. Le tradizioni popolari hanno tramandato una nutrita serie di associazioni tra animali ed eventi. Gli animali possono prefigurare il futuro: in tal caso manifestano i segni di un disegno ignoto, al di sopra degli uomini e degli stessi animali. In altri casi, non solo annunciano il futuro, ma concorrono a determinarlo. Pertanto alla loro apparizione è attribuita la responsabilità degli avvenimenti successivi. Nelle credenze sugli animali, accade spesso che i due aspetti si confondano l’uno con l’altro e che entrambi contribuiscano a scaricare la responsabilità degli avvenimenti al di fuori della sfera d’azione dell’uomo e a convogliarla sull’animale.
Come abbiamo visto, non è solo il nostro immaginario diurno a essere popolato da animali, ma anche i nostri sogni sono abitati da queste creature, affascinanti, misteriose e, talvolta quasi terrificanti. Agli animali che incontriamo in questo stato di sospensione della coscienza attribuiamo significati, valenze ora positive ora negative, e il potere di comunicare all’uomo qualche messaggio su realtà oscure. Esistono tuttavia altri animali del sogno, con cui categorie particolari di uomini dichiarano di avere un rapporto privilegiato e personalizzato: sono gli spiriti guida degli sciamani. Lo sciamano è un intermediario tra la realtà fisica e quella spirituale, tra il mondo degli uomini e quello degli spiriti. È chiamato anche uomo-medicina, poiché a esso viene spesso affidato il ruolo terapeutico. Egli, inoltre, accompagna nell’aldilà le anime dei morti, può conoscere cose ignote agli uomini e grazie ai suoi spiriti ausiliari può sostenere la sua tribù nei periodi difficili. L’intera esperienza sciamanica è segnata dalla presenza di figure animali, ora spiriti guida, ora eroi totemici: sono essi che trasformano l’uomo in sciamano, conferendogli un potere sovrannaturale negato agli altri uomini. La maggior parte delle volte è l’apparizione di un animale (che può avvenire in sogno, nella realtà o durante una malattia) ad annunciare all’uomo la sua nuova capacità di interagire con il mondo sovrannaturale. Gli sciamani possono penetrare gli aspetti oscuri dell’esistenza grazie agli spiriti ausiliari.
Tuttavia, gli animali non sono compagnia esclusiva di persone che rivestono un ruolo speciale all’interno della comunità, come gli sciamani. Anche gli altri uomini, se disposti ad affrontare una ricerca personale spesso lunga e faticosa, possono ottenere la visione di un animale che diventerà il loro spirito custode. In molte culture esiste la figura dell’animale tutelare, una sorta di “animale interiore” dell’uomo al quale si riconducono poteri sovrumani, che appare ancorato alle radici ancestrali dell’esistenza umana. Lo spirito custode animale è individuale, e l’uomo vi entra in contatto personalmente e direttamente. Esso aiuta l’individuo in difficoltà, lo protegge, gli appare in sogno, lo avverte dei pericoli. L’animale diviene simbolo di una specifica forza del regno invisibile, spirituale, che si manifesta nella nostra vita. Le caratteristiche e le attività di questi totem ci rivelano molto sui nostri innati poteri e abilità. Studiando il totem e poi imparando a fonderci con esso, riusciremo a fare appello alla sua energia archetipica tutte le volte in cui ne avremo bisogno.
Uno spirito animale può aiutarci a guarire la mente, il corpo e lo spirito, può fornirci potere personale, forza e comprensione. Gli animali esibiscono modelli di comportamento che trasmettono messaggi di guarigione a chiunque ne osservi le loro lezioni vivendole. I preziosi doni di questa medicina sono gratuiti e ogni lezione è basata su un’idea o un concetto principali e a ogni animale è stata assegnata una di queste lezioni da impartire, ognuna delle quali è un potere che può essere evocato. Quando si evoca il potere di un animale, si chiede di essere ricondotti alla completa armonia con la forza dell’essenza stessa di quella creatura, e imparare a comprendere questi fratelli e sorelle del regno animale è un processo di guarigione a cui dobbiamo avvicinarci umilmente e intuitivamente.

È opportuno, inoltre, fare chiarezza tra i diversi modi in cui un Animale può interagire con noi spiritualmente.
Animale Guida: è un maestro che offre insegnamenti. Ci assegna delle prove, accompagnandoci per tutta la vita. È legato a noi dalla nascita ed è uno spirito guida.
Animale Totem: è un archetipo, un simbolo, l’essenza di un animale. Mette a nostra disposizione la sua energia e le sue caratteristiche di medicina affinché possiamo usarle, sfruttarle, per affrontare determinate situazioni nella vita. Rappresenta la propria famiglia ed è uno soltanto.
Animali di potere: Ogni individuo possiede nove animali di potere o totem, che rappresentano la medicina che essi portano sul Sentiero della Terra. Questi animali emulano qualsiasi abilità, talento o prova individuale. Il Sentiero della Terra è costituito da sette direzioni che circondano il corpo fisico, ovvero: Est, Sud, Ovest, Nord, Sopra, Sotto e Dentro. La direzione che si chiama Dentro esiste all’interno di noi, ma allo stesso tempo ci circonda. A queste vanno aggiunte le direzioni Sinistra e Destra, che proteggono rispettivamente il lato femminile e maschile di noi stessi. Abbiamo, dunque, un animale totem per ogni direzione, pronto a insegnarci le relative lezioni. Essi ci visitano da lunghissimo tempo durante i sogni. È possibile evocare gli animali prescelti e la loro particolare forza, l’unica condizione necessaria è quella di saper accettare l’aiuto che ci viene offerto.

Muna

 

Fonti:
Il codice degli animali magici. Simboli, tradizioni e interpretazioni, Roberto Marchesini e Sabrina Tonutti.
Segni e presagi del mondo animale. I poteri magici di piccole e grandi creature, Ted Andrews.
Le Carte-Medicina. Carte sciamaniche di guarigione, Jamie Sams e David Carson.