Sulle Sponde di Boscomadre

I giorni della Merla tra leggenda e tradizione

La tradizione ricorda i giorni che vanno dal 29 al 31 Gennaio come “giorni della Merla”. Ne abbiamo sentito spesso parlare, ma non sempre ne conosciamo l’origine.
Le leggende legate a questi tre giorni dell’anno sono molte, ma la più famosa è forse la seguente.
Un tempo, quando Gennaio aveva ancora 28 giorni e non 31 come oggi, i merli erano tutti bianchi. Il primo mese dell’anno era scherzoso e dispettoso nei confronti di questi uccelli, probabilmente perché ne invidiava il piumaggio che un tempo pare fosse bianco. Così Gennaio iniziò a tormentare una Merla particolarmente bella: ogni volta che ella usciva dal nido per procurare il cibo per sé e i suoi cuccioli, lui mandava un freddo pungente a colpirla sotto forma di bufere di neve o vento gelido. Un giorno la Merla, stanca di subire le angherie di Gennaio, gli chiese sarcasticamente: “Caro Gennaio, non è che potresti durare qualche giorno in meno?”
“No, Merla. A me sono spettati questi 28 giorni, e prima non me ne posso andare.”
Allora l’uccello decise di giocare d’astuzia: l’anno seguente, la Merla si procurò tutte le provviste necessarie per i 28 giorni di Gennaio, così da non mettere il becco fuori dal nido e non dover patire tutto il freddo che lui le mandava. A mese concluso, ella uscì dal suo riparo e sbeffeggiò Gennaio: “Quest’anno sono stata bene, non ho subito il tuo freddo neanche per un giorno, chiusa al calduccio!”
A quel punto Gennaio, risentito per l’arguzia della Merla, si recò da Febbraio, che durava allora 31 giorni, e gli chiese in prestito 3 giorni. Febbraio acconsentì e Gennaio soffiò sulla Terra una bufera tremenda e insistente per tutti e tre i giorni, costringendo la povera Merla a trovare rifugio nel comignolo di un camino, in cerca di un po’ di tepore. Trascorsi quei giorni di freddo insistente, uscì dal suo nascondiglio, ma ahimè le sue piume erano divenute tutte nere per via della fuliggine. Da quel momento in poi, Gennaio ha sempre 31 giorni e il piumaggio dei merli è rimasto nero.

Secondo la tradizione, dunque, gli ultimi tre giorni di gennaio sarebbero i più freddi di tutto l’inverno, annunciando così la primavera imminente. In caso in cui, come talvolta accade, il freddo pungente non si verifichi, significa che la bella stagione giungerà in ritardo.
Il merlo è un uccello che in Italia non migra, rimanendo stanziale. Questo uccello, talvolta, sembra sentire in anticipo la primavera, cantando gioiosamente. Il suo, tuttavia, si rivela un canto ingannatore, poiché non sempre significa che il caldo tanto atteso stia arrivando davvero. Dalla leggenda si trae dunque una morale importante: bisogna stare attenti a comportarsi come il merlo, dunque non bisogna cantare vittoria prima del tempo.
La favola sopra citata pare essere la più antica arrivata fino a noi; a provarlo è un dato in essa presente, strettamente legato alla realtà. Un tempo, infatti, precisamente prima del 46 a. C., nel calendario romano Gennaio contava davvero 28 o 29 giorni, a seconda della luna. A partire da questa data, tuttavia, l’introduzione del calendario giuliano assegnò 3 giorni in più a gennaio e 3 in meno a febbraio.

Muna

Fonti:
Ho scritto questo articolo di mio pugno rielaborando le informazioni trovate su:
– Wikipedia
– Strie

La Tredicesima Luna o Luna Senza Nome

Con la Luna Nuova del 17 gennaio scorso abbiamo iniziato a percorre un mese lunare  davvero particolare. Si tratta, infatti, di una lunazione che di fatto non dovrebbe esistere, ma andiamo con ordine.

Ogni anno è composto da 12 lunazioni, una per ogni mese e tre per ogni stagione. Siccome il mese lunare, al quale corrisponde anche il ciclo della donna, è composto di circa 28 giorni mentre i mesi solari sono composti all’incirca di 30 giorni, accade che sette volte ogni 19 anni, per regolare i conti, in una stagione si verifichi una lunazione in più. Tale mese lunare aggiuntivo prende il nome di Tredicesma Luna, anche conosciuta come Luna Senza Nome.

Nell’antichità il calendario si basava sui cicli lunari, diversamente da quanto accade oggi. Pertanto gli antichi conoscevano già questa Luna e le sue particolarità; accadeva infatti che, seguendo i 28 giorni del mese lunare, a un certo punto le stagioni non combaciassero più e il ciclo sembrava subire una crisi. Ecco allora che veniva calcolata la Tredicesima Luna, che riportava l’equilibrio. Era un fenomeno destabilizzante e generava ansia e confusione, proviamo a immaginare cosa dovesse significare un mese in più per i nostri antenati. Oggi non facciamo più caso alla Luna, ai suoi ritmi, presi come siamo dalla vita frenetica moderna, eppure una volta tutto era basato sulla conoscenza degli astri, del cielo e delle forze dell’universo che troppo spesso oggi finiamo per dare per scontate.

Di fatto, dunque, la Luna Senza Nome garantisce alle altre dodici di cadere all’interno della stagione di appartenenza:

  • Primavera: Luna della Lepre – Luna della Coppia – Luna del Miele
  • Estate: Luna delle Erbe – Luna del Grano – Luna dell’Uva
  • Autunno: Luna del Sangue – Luna della Nebbia – Luna della Quercia
  • Inverno: Luna del Lupo – Luna del Ghiaccio – Luna del Vento.

Come noterete prendendo in mano un qualsiasi calendario, se provate a contare le lunazioni (quindi da novilunio a novilunio) dal 21 di Dicembre al 21 di Marzo, vi accorgerete che sono 4 e non 3, come invece dovrebbero essere. La seconda lunazione di queste quattro prende dunque il nome di Tredicesima Luna o Luna Senza Nome.

13-morteIl suo nome la accomuna al tredicesimo arcano dei tarocchi, la Morte. Il significato di questa carta può aiutarci a comprendere il profondo simbolismo di questa lunazione, tutt’altro che negativo.

La Morte e la Luna Senza Nome indicano una fine e un nuovo inizio, un riequilibrio di tutte le cose. Dalla morte nasce sempre nuova vita. Segna un momento di passaggio, di transizione.

Il suo arrivo in passato è stato spesso considerato nefasto e portatore di disgrazie e carestie, ma questo aspetto è solo indice dell’atavica paura dell’uomo di tutto ciò che è sconosciuto e che esula dal suo essere abitudinario. Le crisi fanno parte dell’essenza umana, così come di tutto ciò che ci circonda; la rottura dell’Equilibrio, sia esso interiore o cosmico, spaventa sempre, eppure dalle ceneri nasce sempre nuova vita, dopo il temporale il sole torna più forte e luminoso e così questa Luna, apparentemente malevola, dona la fertilità per la rinascita necessaria.

La funzione della Luna Senza Nome è quella di sostenere l’ordine cosmico, non di gettarlo nel caos, per questo viene calcolata.

Ma cosa comporta sul piano emotivo e spirituale per noi questa Luna?

Come ho già avuto modo di dire, i cicli delle stelle e dell’universo ci influenzano molto più di quanto riusciamo a immaginare, anche se stentiamo a crederci. Partendo dunque dal concetto “Come in alto, così in basso, come sopra così sotto”, vediamo quello che è scritto per noi nel cielo di questa tredicesima lunazione. Essa sembra portare scompiglio, dandoci modo di rivedere e mettere in discussione quello che siamo. Ci permette di riflettere e di rifare i conti che credevamo tornassero per uscire più forti e sicuri dalla crisi che sta avvenendo fuori e dentro di noi.
E’ una Luna di passaggio e trasformazione e racchiude in sé le caratteristiche della lunazione precedente e di quella successiva. Attualmente ci troviamo tra la Luna del Lupo e quella del Ghiaccio, due lunazioni del periodo del Seme. Grazie alla Luna Senza Nome abbiamo più tempo per pensare e modificare quello che non ci sta più bene, per abbandonare quello che invece crediamo superfluo. Sotto i raggi di questa Luna non è difficile che decidiamo di dare una svolta radicale alla nostra vita; essa ci guida, ci accompagna nella nostra trasformazione, permettendoci il passaggio da bruco a farfalla. E’ un momento molto importante, quello che stiamo vivendo, ed è bene viverlo con consapevolezza, aprendo i nostri sensi al cambiamento che verrà.

E’ significativo che il suo arrivo quest’anno cada in Inverno, in seno alla festività di Imbolc (31 gennaio – 1 febbraio); con la sua energia rinnovatrice, la Luna Senza Nome ci permette di attraversare le ultime ombre prima della luce della rinascita primaverile, ce le rende ancora più cupe. E’ una Luna che ci chiede di fare spazio: con la sua falce miete tutto ciò che sbarra la strada alla nostra realizzazione. Talvolta il suo falciare può sembrarci crudele e doloroso, ogni abbandono di ciò che siamo stati in passato può fare male; eppure la Tredicesima Luna sta soltando preparando la terra per far sbocciare i germogli di quel seme che siamo, per farli crescere, sani e forti, non coperti e soffocati dalle erbacce vecchie e ormai sterili.

yoga-meditation-5-tips-new-frequency-ftr-1024x640Pare che l’energia di questa Luna sia più potente di tutte le altre, motivo per cui va festeggiata. Dedichiamo le nostre azioni e i nostri pensieri a un’analisi profonda, meditiamo sulle nostre mancanze e sui nostri punti di forza, sugli obiettivi che vogliamo raggiungere nei prossimi mesi e su quelli che invece abbiamo già raggiunto. Quello della Tredicesima Luna è un periodo favorevole per le pulizie simboliche da tutto ciò che è superfluo nella nostra vita, per alleggerirci un po’ il carico. Indicati sono anche la divinazione e la meditazione.

La Tredicesima Luna viene spesso ed erroneamente confusa con la Luna Blu. Talvolta accade che in uno stesso mese ci siano due pleniluni, ma non è detto che si tratti della Luna Senza Nome di cui abbiamo parlato fino a ora… Quest’ultima, infatti, come già detto, è una Luna “di troppo” e si verifica quando in uno stesso anno abbiamo tredici lunazioni anziché dodici. La Luna Blu, invece, è semplicemente la seconda lunazione di uno stesso mese, che però rientra perfettamente nelle dodici previste. Ovviamente la Luna Blu non ha niente a che vedere con il colore del satellite, sebbene a volte possa assumere un colore così insolito a causa di polveri nell’atmosfera.

Muna

Fonti:
Ho scritto questo testo di mio pugno, rielaborando le informazioni trovare sui seguenti siti:
– Strie
– Il calderone magico

Fitoterapia Energetica, memoria dell’acqua e pensiero positivo

L’argomento di cui voglio parlarvi oggi è all’apparenza complesso, ma tenterò di spiegarlo nel modo più semplice e chiaro possibile. E’ grazie alla lettura degli straordinari fenomeni di cui sto per parlarvi che il mio modo di vedere le cose è radicalmente cambiato, ormai sette anni fa.

In realtà dire che siano straordinari è impreciso di per sé, perché sono tutte scoperte provate scientificamente, per cui sono tangibili, concrete, vere.

Qualche anno fa, dunque, mi imbattei in uno dei tanti libri che, a loro modo, mi cambiarono la vita: “Il canto degli alberi. Manuale di Fitoterapia Energetica” di Maria Cornelia Giordani. Del libro vi parlerò in un secondo momento, perché merita un articolo a parte, ma esso mise un tassello fondamentale nella mia spiritualità, basata sulla Natura e su una visione animistica della realtà. Mi diede delle conferme, e solo adesso, a distanza di anni, comprendo fino in fondo il valore di quel tassello.

fitoterapia energetica maria cornelia giordani il canto degli alberiMaria Cornelia Giordani, dopo aver studiato e osservato la Natura, ha trovato il suo talento con un’intuizione terapeutica inedita: ha pensato di estrarre dagli alberi e dalle piante energia utile alla guarigione. In che modo? Affidandosi alla propria sensibilità, avvertendo le energie delle diverse piante, ha legato una boccetta di acqua o di olio al tronco di un albero o al fusto della pianta, lasciandovela per un certo periodo di tempo. In questo modo l’acqua/olio assorbiva le energie benefiche, guaritrici e terapeutiche della pianta senza provocare in essa alcun dolore, e una volta assunta/o, apportava beneficio al corpo e allo spirito della persona che presentava disturbi di vario genere. Può sembrare assurdo, folle, lo ammetto. Roba da ciarlatani. Eppure non lo è.

Questo metodo, come tanti altri, funziona in modo simile all’omeopatia, la quale si basa sulla memoria dell’acqua.

Lo so, probabilmente vi verrà difficile credere anche a questo, ma abbiate pazienza e seguitemi fino in fondo all’articolo, perché pian piano vi spiegherò tutto.

Avete capito bene: l’acqua ha una sua memoria, vale a dire che immagazzina informazioni dall’ambiente circostante, da ciò con cui viene a contatto. L’acqua di un torrente acquisisce le caratteristiche – non solo fisiche, ma anche energetiche – dei luoghi che attraversa e sui quali scorre. Ecco perché l’acqua (o l’olio) di Maria Cornelia Giordani, così come l’omeopatia, funzionano. A dare prova di questa capacità dell’acqua è stato Masaru Emoto: la sua ricerca, effettuata in modo non scientifico, ma che venne provata in seguito da studiosi di fama internazionale, ha stabilito che l’acqua registra e immagazzina le vibrazioni che le sono dirette. Emoto ha cristallizzato l’acqua ed etichettato le bottiglie nelle quali era contenuta a seconda dell’emozione che a quell’acqua era stata trasmessa: ad alcune bottiglie ha rivolto parole positive (ti amo, sei bellissima, come sei cara!) o negative (ti odio, ti ammazzo, fai schifo). Il risultato al microscopio è stato semplicemente sorprendente: dalle fotografie emergono i cambiamenti avvenuti nelle strutture cristalline dell’acqua. Nel caso delle frasi negative, l’acqua al microscopio risultava torbida, scura, mentre per quelle negative i cristalli di acqua assumevano forme armoniche, limpide, belle. L’esperimento fu poi esteso, prelevando campioni di acqua presi prima e dopo le preghiere, o esposti a diversi tipi di musica.

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In questa foto vediamo la struttura cristallina dell’acqua PRIMA di una preghiera e quella assunta dalla stessa DOPO la preghiera.

Che cosa significa tutto questo?

Vi sarete sicuramente imbattuti più di una volta in un video o in un articolo in cui si parlasse di piante esposte a un certo tipo di musica – soprattutto quella classica – per farle crescere più sane e forti. Esistono anche dimostrazioni dell’energia emanata dalle piante a seconda di ciò che le circonda, come accade nel video di seguito:

Le piante sono composte per la gran parte di acqua e l’acqua, come abbiamo visto, memorizza le vibrazioni dell’ambiente circostante. Non è assurdo, non è fantascienza né ciarlataneria: è la verità, la realtà delle cose.

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Così come le piante, anche noi siamo costituiti per la maggior parte di acqua. Le scoperte di Emoto sono significative, dunque, se si considera che ciò che entra nel nostro corpo influisce sul nostro stato fisico, psichico ed emotivo. I pensieri e le emozioni negativi lasciano una vera e propria firma vibrazionale nei fluidi del nostro corpo, facendoli diventare torbidi e brutti come l’acqua cristallizzata da Emoto. Bombardando costantemente la nostra acqua interna di pensieri, emozioni e parole negative, è possibile che insorgano malattie e diverse condizioni di malessere. Al contrario, invertendo la rotta e introducendo vibrazioni benefiche nel nostro organismo possiamo trovare la via della guarigione e, infine, del benessere.

Potete vedere bene questi concetti, insieme alle foto dell’esperimento di Masaru Emoto,  nel video seguente:

Se dopo la visione siete ancora scettici o dubbiosi sulla veridicità delle affermazioni di questo articolo e delle scoperte di Emoto, allora vi consiglio di prendere visione di un altro video-esperimento che potete condurre anche voi da casa: “Esperimento del riso di Masaru Emoto realizzato da Daniele Penna“. Nel video viene messa un’etichetta ai contenitori di riso per identificarli, ma se avete intenzione di condurre da voi l’esperimento, pronunciate a voce alta le parole positive/negative, rivolgendole al vostro riso. Infine, ci tengo a precisare che nel video si vedono formiche e altri insetti sul riso caricato positivamente. A differenza di quanto si possa pensare, questo è sinonimo di salubrità: ciò che è buono per noi esseri umani è buono e salutare anche per gli altri esseri viventi che abitano sul pianeta. Al contrario, ciò da cui le forme di vita restano alla larga deve essere un indice di allarme, il quale ci avverte delle cattive condizioni energetiche in cui versa l’oggetto o il luogo in questione.

Tornando a noi, il discorso non finisce qui. L’essere umano, per quanto si senta grande e onnipotente, deve fare i conti con qualcosa di ben più grande di lui: poggia i piedi su un suolo vivo, pulsante. Questo suolo, che è il Pianeta Terra, è composto… guarda un po’!, da circa il 70% di acqua! Più essa è inquinata – non solo da agenti fisici e chimici nocivi, ma anche dalle energie che noi stessi rilasciamo nel mondo – più lo siamo anche noi. E’ un circolo vizioso, un cane che si morde la coda, dal quale sembra impossibile uscire. Eppure, nel nostro piccolo, possiamo iniziare a guarire noi stessi per guarire l’ambiente che ci circonda, emanando vibrazioni positive, che sono contagiose ancor più di quelle negative, checché ne possiate pensare.

Ecco perché le scoperte di Maria Cornelia Giordani sono credibili, veritiere. Ecco perché le piante crescono più rigogliose, se curate con la “medicina” più potente che esista – l’Amore. Lo stesso portentoso farmaco guarisce anche noi, i nostri cari, il pianeta sul quale siamo nati. Non ci resta che prenderne coscienza e iniziare ad agire, poiché abbiamo davvero in mano la chiave per rendere la nostra realtà migliore: basta solo infilarla nella toppa giusta e aprire la porta.

Muna 

Fonti:

  • Il canto degli alberi. Manuale di fitoterapia energetica, Maria Cornelia Giordani.
  • Omeopatia fai da te, Hazel Warda.
  • Film documentario Un altro mondo, Thomas Torelli.

Le fiabe iniziatiche: un tramite tra Anima e materialità

L’essere umano ha sempre raccontato storie, basti pensare alle incisioni rupestri e ai graffiti di epoca preistorica, alla mitologia delle antiche civiltà, per arrivare fino ai giorni nostri, con il cinema, il teatro, i romanzi e via dicendo. La narrazione, dunque, è un bisogno profondo dell’essere umano.

Le fiabe, i miti e le leggende di un tempo avevano lo scopo di intrattenere i membri della famiglia durante le lunghe e fredde giornate invernali, ma avevano soprattutto un intento didascalico: insegnavano ad affrontare la vita con i suoi pericoli e le sue avversità, ci si identificava con l’eroe e le gesta di quest’ultimo erano esempi da imitare. Si trattava di narrazioni tramandate oralmente, che non facevano che riprodurre gli schemi dei riti iniziatici e venivano recitate con enfasi, a tratti in modo molto teatrale.

raccontare storie

Ancora oggi ci si incanta ascoltando qualcuno che racconta. La parola incantare (dal latino in-cantare, cantare su o a proposito di… al fine di creare) è collegata al canto, che permette di sintonizzarsi su una frequenza diversa, di percepire i messaggi dell’anima, e non più quelli della propria mente offuscata dalla materialità. In verità è impreciso dire di stare ascoltando una fiaba, sarebbe più giusto dire di stare ricordando delle idee innate, presenti in ognuno di noi per istinto.

Abbiamo detto che le storie servivano – e servono ancora – a intrattenere la famiglia, il clan. A differenza di quanto si possa pensare, l’intrattenimento non è solo sinonimo di divertimento, né tanto meno di “perdita di tempo”. Vediamo, dunque, il vero significato del verbo intrattenere: viene dal latino inter-tenere, tenere insieme. In questo caso si parla di tenere insieme le persone al fine di raggiungere bellezza e piacere; esse sono il “collante” che permette all’incanto di verificarsi. Ogni ascoltatore permette agli altri – e a se stesso – di rimanere nello stato psichico necessario per recepire i messaggi dell’anima, uno stato benefico per il cuore, divertente. E il divertimento rinvigorisce, risana, rivivifica lo spirito.

 

c0d9a75c888d16ea74249cb04a46b829Per comprendere fino in fondo il significato di ogni singola fiaba bisognerebbe conoscere bene il substrato culturale nel quale è nata, bisognerebbe aver vissuto tra la gente che la raccontava, sedendo sulle ginocchia degli anziani che con le loro voci antiche intessevano storie per i più giovani, ma non solo. Certo, oggi questo è possibile solo in parte, ma alcune fiabe dal ruolo iniziatico sono giunte fino ai giorni nostri. Sarebbe opportuno altresì comprendere come alcuni trascrittori di fiabe – tra i quali i fratelli Grimm – abbiano in realtà inserito del loro durante la trascrizione, apportando modifiche alle storie delle origini e, spesso, deviando il significato primordiale della fiaba stessa.

Le fiabe che narriamo oggigiorno non sono che un’eco lontana di quello che dovevano essere in origine. Con l’età moderna molte storie classiche (come Cenerentola, La Bella Addormentata nel Bosco…) sono state modificate, riadattate al pubblico infantile e rese meno cruente, perché ritenute inadatte alle orecchie e agli occhi innocenti dei bambini.

Si ha la tendenza a credere, infatti, che i più piccoli debbano essere tenuti lontano dal turbamento, mentre si crede che si debbano raccontare loro storie che permettano di sognare e di vedere i loro desideri realizzati in una realtà altra, dove tutto è possibile. In questo modo il bambino viene avvicinato solo al lato buono, positivo e felice della realtà. Eppure sappiamo bene che la vita di tutti i giorni non è certo una favola. Così facendo, noi adulti precludiamo al bambino la possibilità di elaborare le informazioni preziose celate nelle storie, impediamo lui di imparare dagli errori, dalle ansie, dalle paure e dai drammi dell’eroe ad affrontare i propri.

Nelle fiabe il protagonista si trova spesso a dover superare delle prove, dimostrando così il proprio valore: solo allora riceverà il meritato premio. Le avventure degli eroi sostituirono pian piano i primitivi riti di passaggio dall’età infantile a quella adulta e, per questo, ne riproducevano la crudezza.

mela magica fiabe biancaneveNelle storie capita spesso che il protagonista venga ucciso, divorato, che vada incontro alla morte per poi rinascere come eroe rinnovato, venuto a nuova vita. Nei riti iniziatici moriva il bambino per far nascere l’uomo adulto. Era chiaro che il passaggio avvenisse non senza sofferenza, come ogni cambiamento all’interno della nostra vita terrena. Per questo esistevano le prove da superare, per questo esistevano i nemici da affrontare al fine di dimostrare il proprio valore, per questo esisteva nella fiaba la sofferenza necessaria al godimento del premio e della vittoria.

Il nemico, a tal proposito, non incarnava sempre e solo il male: spesso il suo scopo era proprio quello di testare l’iniziando, di mettere alla prova le sue vere capacità, il suo coraggio, per permettergli di tirare fuori il meglio di sé. L’antagonista simboleggiava spesso la Madre Terra nel suo aspetto più duro e feroce, colei che dà la vita, ma che può anche toglierla all’improvviso.

Vita e morte sono temi assai ricorrenti nelle fiabe, soprattutto quelle iniziatiche, perché sono i due valori sui quali da sempre l’uomo si interroga, fin dall’alba dei tempi.

Le fiabe parlano al nostro inconscio tramite simboli archetipici, vale a dire con un linguaggio di cui non siamo pienamente consapevoli a livello conscio, ma che comunica in modo diretto alla nostra anima. Il simbolo svolge il compito di tramite tra uno stato psicologico e un altro, permettendoci di trasformarci, di passare da uno stato all’altro con più facilità. “Se il linguaggio dei simboli è la madrelingua della vita creativa, allora le storie ne sono il filone madre“, scrive Clarissa Pinkola Estés.

fiaba iniziatica anima e materiaGli archetipi presenti nelle storie sono sopravvissuti fino ai giorni nostri, seppure in alcuni casi siano stati edulcorati nei secoli scorsi, sia per motivi di matrice religiosa e politica che per la credenza errata di dover mantenere inalterata l’innocenza dei bambini. Le idee archetipiche, dunque, insegnano ad adulti e bambini – su piani di interpretazione diversi, ovviamente – che durante il lungo cammino che è la vita si può inciampare, è possibile perdersi, ma la nostra anima potrà trovare infine la propria essenza divina. Gli insegnamenti, dicevamo, non lavorano sulla nostra parte conscia, ma “agiscono esattamente come il rizoma di una pianta, la fonte occulta del nutrimento che resta sotterraneamente viva anche durante l’inverno, quando, al di sopra, la pianta sembra morta. L’occulta essenza permane, quali che siano il tempo e le intemperie: questo è il potere della narrazione” (cit. Clarissa Pinkòla Estés).

Va da sé che più si cresca e più aumentino gli strati di interpretazione delle storie, cosicché i precedenti compenetrino i seguenti e viceversa. Le fiabe sono fonti di rigenerazione alle quali possiamo affidarci per risolvere problematiche esistenziali di grande o di piccola portata.

Muna

 

Bibliografia di riferimento:

  • I desideri dell’anima, Clarissa Pinkola Estés.

Le influenze della Luna

C’è un tempo per ogni cosa e per ogni cosa un tempo.
Come in molti sanno, l’essere umano e la nostra vita su questo pianeta sono regolati da forze, energie e influenze esterne, tra cui quella degli altri pianeti, dei cicli solari e lunari.
Potrà sembrare strano a qualcuno, ma noi non siamo affatto immuni alle leggi dell’Universo, anzi, ne facciamo parte molto più di quanto in realtà ci accorgiamo.
Credete che la Luna abbia influenza solo sulle maree? Niente di più sbagliato! Il nostro pallido satellite regola molte delle cose che ci stanno intorno, compresi noi stessi. Le fasi lunari determinano le attività da fare in agricoltura, per esempio. Avete mai provato a tagliarvi i capelli con la luna calante? Avrete forse notato che tenderanno a crescere molto lentamente. Se, al contrario, li avete tagliati in luna crescente avranno una crescita decisamente più veloce. Provare per credere!

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Un’altra influenza meno conosciuta è quella sulla nostra alimentazione: a seconda delle fasi lunari e dei segni zodiacali che la Luna attraversa nei diversi periodi dell’anno, il nostro corpo tende ad assimilare di più o di meno il cibo ingerito; con i pleniluni si avrà più facilmente una sensazione di sazietà rispetto ad altre
fasi, la luna crescente ci fa assimilare di più gli alimenti (facendoci, ahimé, ingrassare), mentre in luna calante possiamo permetterci di fare qualche sgarro senza pagarne troppo le conseguenze una volta che saremo faccia a faccia con la temuta bilancia.
Così come la Luna influenza le nostre vite a livello fisico, le influenza anche in quello spirituale. Ci saranno giorni legati a una determinata fase lunare in cui ci sentiremo più spossati e tristi di altri, per esempio.
Insomma, ognuno di noi dovrebbe imparare ad ascoltare le influenze della Luna sul proprio fisico, regolandosi di conseguenza. Imparare ad ascoltarsi in questo senso è fondamentale; capire che la nostra vita e che il nostro sentire quotidiano sono ciclici, così come lo sono la Natura, il Sole e la Luna, ci aiuterà ad affrontare meglio i nostri cicli interiori, riconoscendo dunque il carattere passeggero di alcune emozioni, e questo vale soprattutto per il sesso femminile. A proposito di questo, va detto che spesso il ciclo mestruale della donna è influenzato da quello lunare: le mestruazioni cadranno quasi sempre in concomitanza della Luna Nuova o del plenilunio, così come il periodo di ovulazione.
d48b9-11046185_811821128872679_2411116866654348464_nFin dai tempi più remoti l’uomo ha dato importanza alle diverse lunazioni. Le antiche popolazioni agresti furono le prime a individuarle, riconoscerle e ad assegnargli un nome. L’influenza della Luna sulla natura e dei suoi cicli vale anche in ambito magico, cerimoniale e spirituale.
Oggi si tende a pensare che debba essere festeggiato solamente il plenilunio, ma in realtà ogni ciclo lunare consta di circa 29 giorni, durante i quali la Luna attraversa le quattro fasi che tutti noi conosciamo: nuova, crescente, piena e calante. Ogni fase dovrebbe essere celebrata in quanto tale e ognuna a seconda delle energie che emana.
Vediamole dunque nello specifico:
– Luna Nuova: l’approccio verso questa fase è molto diverso a seconda della tradizione e del proprio sentire. C’è chi pensa che questa sia la fase dedicata alla magia nera e ai rituali volti alla distruzione e al danno, in generale comunque in Luna Nuova non si mette in pratica nulla. Si raccolgono le energie, i pensieri e le forze per la fase lunare successiva. E’ la fase della rinascita, ma anche della conclusione di un ciclo e dell’inizio di uno nuovo. Si progettano cose nuove ed è un momento adatto alla meditazione, alla divinazione e allo studio delle vite passate.
– Luna Crescente: questa fase attira le cose verso l’alto e ha in sé il potere della crescita (ecco perché i capelli tagliati in questa fase crescono più velocemente e perché tendiamo a “crescere” in larghezza anche noi…). In Luna Crescente si svolgono rituali volti all’aumento di qualcosa, al miglioramento, alla salute, all’amore, al denaro e alla fortuna. I rituali adatti a questa fase sono anche quelli di avvicinamento, propiziazione e protezione.
– Luna Piena: questa fase ha in sé una grande potenza, poiché il nostro satellite è al suo culmine. Si effettuano durante il plenilunio rituali per ottenere successo, si realizzano cose già cominciate, si esprimono desideri e si si rafforzano la volontà e il potere.
– Luna Calante: al contrario della fase crescente, questa attira le cose verso il basso. L’energia si ritira pian piano in se stessa, diminuendo. Sul piano spirituale ci si dedica all’allontanamento, alla dispersione delle negatività e alla chiusura di qualcosa che si intende lasciarsi alle spalle.

Muna

Fonti:
Questo post è stato scritto di mio pugno, rielaborando le informazioni trovate sul web (Il Calderone Magico) e sui seguenti testi:
– “Larte della strega“, Dorothy Morrison
– “L’arte della magia“, Phyllis Curott
– “Luna Rossa” Miranda Gray

Su, sempre più su

Da qualche mese a questa parte ho ufficialmente fatto del trekking il mio sport preferito.

Vi assicuro che non sono mai stata una persona sportiva, al contrario: sono di indole pelandrona, nessuno è mai riuscito a farmi fare attività fisica continuativa. Eppure è scoccata la scintilla.

Camminare in montagna mi è sempre piaciuto, tuttavia, ogni volta che mi si presentava l’occasione, fatti i primi duecento metri di salita cominciavo  ad avere il fiato corto, le gambe spezzate a metà e… un fastidioso dolore all’inguine che, a lungo andare, mi impediva di procedere in salita. Era un dolore invalidante, ve lo assicuro. E così, con il tempo, ho iniziato a rassegnarmi; non sarei mai arrivata in cima a un colle, figurarsi poi a un monte! Non avrei potuto percorrere nessun sentiero che non fosse pianeggiante, né camminare per ore in mezzo alla mia amata Natura.

caminarePoi, un giorno che benedirò per sempre, sono andata a fare una camminata con Meg, mia carissima amica nonché blogger (la trovate su Prosit!). Vedendomi camminare, si è accorta subito di diversi madornali errori che commettevo sia in salita che in discesa, e ha ipotizzato che fosse quello il motivo per cui provavo tanto dolore.

Mi ha mostrato un modo nuovo di affrontare la salita, un modo leggero, per nulla semplice, ma giusto, di percorrere le strade delle nostre montagne.

Da quel momento in poi (e non la ringrazierò mai abbastanza per il grande dono che mi ha fatto) sono diventata agile quasi quanto una capretta e, dal non riuscire a fare cento metri di dislivello, sono arrivata in sole due settimane a farne settecento. Non sarà un numero sensazionale per chi pratica il trekking, ma lo è per me, che per anni mi sono preclusa la bellezza di scorci sconosciuti, credendo di non potervi mai accedere.

E questo mi ha insegnato che basta cambiare prospettiva per vedere il mondo in modo del tutto diverso.

La salita non è più motivo di agonia, bensì di sfida: cosa ci sarà più in alto, dietro quella curva? Che sorprese mi riserverà la vista di cui godrò una volta arrivata più su? E così continuo a salire, salire e ancora salire, agile e leggera, perché le mie zavorre le ho lasciate andare, rotolare giù a valle e fino al fiume, che tutto pulisce con la sua acqua.

Arrivo in cima e mi sento appagata, contenta, orgogliosa di me stessa per aver superato mille limiti della mia mente. E finalmente respiro a pieni polmoni, mi godo la vista, e mi ringrazio. Sì, avete capito bene. Dico grazie alle mie gambe per aver sostenuto il peso del mio corpo, ai miei occhi per permettermi di godere di tutto il panorama, e ringrazio il mio cuore per essersi alleggerito e per farmi provare così tanta gioia.

Ho cambiato semplicemente prospettiva, non mi sono trasferita in un corpo nuovo, badate! Eppure è come se lo avessi fatto, perché il mio involucro, quello che ricopre la mia anima, è davvero nuovo, rinnovato, rinfrancato dall’attività fisica che tanto gli è mancata negli anni passati.

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Eppure camminare in montagna, in salita, non mi ha dato solo questo. Si sale concentrandosi su ogni movimento, perché per una che ha camminato per tanti anni nel modo sbagliato il cambiamento non avviene dall’oggi al domani. Bisogna rieducare il cervello, chiedergli di fare movimenti diversi, di assecondare un ordine che non ha mai ricevuto. Ci si concentra, e ogni passo è una lotta interna tra ciò che il cervello vorrebbe fare in automatico e ciò che io, invece, desidero che faccia. All’inizio è stata dura, ma adesso, non appena salgo anche solo i gradini di casa, il mio corpo risponde nel modo giusto. Passo dopo passo, si impara il valore della concentrazione, del porre attenzione al momento presente, per non perdere l’equilibrio, per non commettere il fatidico errore. E si va su, sempre più su, senza accorgersi di quanti metri si siano percorsi e di quanti ce ne siano ancora davanti, perché in quel momento non ha importanza. Importa solo la coordinazione mente-corpo.

Quando ci si ferma, col sudore appiccicato a ogni millimetro di pelle e il cuore galoppante, ci si guarda indietro e ci si sorprende della pendenza della salita appena fatta, ci si meraviglia di se stessi. In fondo mio papà me lo ha sempre detto: “Muna, le montagne sembrano altissime e insormontabili, se viste dal basso, ma non è così difficile arrivare in cima. E, una volta lì, potrai godere della vista!”

E ormai me lo ripeto come un mantra, perché mio padre ci ha sempre visto lungo, con me, che sono sempre stata arrendevole nei confronti delle montagne, sia quelle fisiche che figurate…

Quando si cammina, dicevo, ci si concentra. E questa concentrazione, unita al paesaggio che ci circonda, scaturisce in noi pensieri profondi, riflessioni importanti che nel caos cittadino difficilmente faremmo. Per questo mi piace camminare in montagna. Ogni passo è un insegnamento e si comprende con facilità perché l’uomo di un tempo fosse tanto saggio, in un contesto più naturale.

Chi sono io? Quali sono i miei limiti? Fin dove posso spingermi? 

Oggi, mentre passeggiavo, mi interrogavo su quello che ho imparato negli ultimi mesi e su quello che, invece, dovrei ancora imparare.

La Natura mi insegna a essere paziente, perché solo mettendo un passo dietro l’altro, lento ma costante, posso raggiungere la vetta. E questo vale in ogni ambito, non solo nel trekking. Non serve arrabbiarsi se non si riesce in qualcosa, non serve abbattersi se non si può fare tutto nel modo in cui vorremmo. E’ solo osservando la pazienza che i risultati arriveranno. E, nel frattempo, non è salutare rivolgersi alcun rimprovero, ma solo amarsi e accettarsi per quello che si è, con la certezza di poter fare sempre meglio e di poter andare su, sempre più su.

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Muna

La Magia nell’antico Egitto

La parola egizia “Heka” viene tradotta oggi con il termine magia, anche se indicava qualcosa di ben diverso da quello che intendiamo noi. Oggi, infatti, si tende a pensare alla magia come a qualcosa di negativo, ma essa per gli Egizi non era volta al male. La magia era parte integrante del pensiero religioso perché rappresentava l’energia impiegata dal dio primordiale per creare il mondo e mantenere l’equilibrio cosmico. Era una forza soprannaturale che tutti gli dèi possedevano, ma che in misura minore apparteneva anche ai sovrani e ai defunti e che poteva essere controllata ed evocata tramite formule, rituali o oggetti anche da persone comuni. Tale forza serviva per gestire alcune situazioni come quelle di passaggio (parto, nascita, malattia, morte…). La magia, secondo gli Egizi, si fondava su tre principi: verità, realtà e ragione. Il mago doveva allontanare la menzogna, il vero volto del male; doveva vivere “qui e ora” al servizio dei suoi fratelli umani; infine, doveva conoscere le leggi.
Per gli Egizi la magia era una realtà presente a tutti i livelli. I rituali erano magia cerimoniale, le preghiere erano formule magiche, l’iniziazione era un tentativo di penetrare i misteri della vita in tutte le sue forme e manifestazioni. Si desiderava essere iniziati non per diventare déi, ma per ritrovare la scintilla divina senza la quale non si sarebbe stati che granelli di polvere caduti da una cometa impazzita.
Praticare la magia era ritenuto indispensabile ed era una pratica accessibile a chiunque. Nonostante ciò, essa veniva vissuta come una scienza sacerdotale i cui esperti erano sacerdoti chiamati Kheriheb.
Il Kheriheb è “colui che ha potere sulle feste“, ovvero delle ricorrenze che scandivano il corpo immenso della società egizia: feste dinastiche, festival di déi, celebrazioni e festività legate ai cicli dell’agricoltura. Il Kheriheb, “lettore dei libri sacri“, conosceva le formule e istruiva i candidati all’iniziazione.
Secondo gli Egizi, la magia è la forza che regola le reciproche relazioni delle virtù superiori e il loro rapporto con l’uomo. Il vero signore di questo mondo è il mago che conosce le formule magiche alle quali tutto deve sottomettersi. Questo potere non è tirannico, ma altruista; il mago non mira ad affermare la propria potenza, ma agisce in modo impersonale, secondo il triplice scopo della magia operativa:
– soddisfare i legittimi bisogni della vita terrena (per esempio curando);
– preparare i vivi al loro divenire postumo, familiarizzarli con l’aldilà;
– comunicare con gli spiriti (o dèi) perché proteggano la Terra.
Per gli Egizi anche l’arte era una forma di magia, poiché era considerata un tentativo di infondere lo spirito nella materia. L’artista riproduceva per magia simpatica l’atto di Ptah, divino vasaio, fabbro e architetto, artefice della creazione.
La magia, dunque, permetteva di entrare in contatto con l’anima dell’universo che molte popolazioni hanno chiamato semplicemente “dio”. Gli Egizi, invece, usano la parola Neter, l’energia divina in azione.
I componenti essenziali dell’atto magico sono tre:
– la formula, che veniva recitata ed era un insieme significativo di suoni;
– il gesto, o rito, un insieme significativo di movimenti;
– l’oggetto materiale, l’insieme significativo di qualità intrinseche di una sostanza o di un miscuglio di sostanze.
Tutto questo si poteva chiamare magia, heka, ma questo termine va ben al di là della sua più comune definizione.
Heka era un dio, la personificazione di uno dei tre poteri del creatore dell’universo Ra-Atum. E, come dio, aveva un culto, un sacerdozio, una sede (Eliopoli) già nell’Antico Regno.
Ra-Atum aveva il potere di creare (Heka), quello di inventare una creatura semplicemente formulandone il nome (Hu = espressione creativa, logos) e l’intelligenza per strutturare e organizzare il tutto (Sia). Heka è antecedente a Hu, esiste da prima che Hu fosse emanato dalla bocca del Creatore, ma da solo non può realizzarsi. Viene attivato da Hu, la parola divina che crea le singole forme viventi e i singoli fenomeni dell’universo. Heka viene incanalato in ogni cosa, mantenendola in vita dopo averla creata, grazie a Hu. Tutto è permeato da Heka, quindi tutto vive, tutto è supporto di forze coscienti. Heka risiede anche nell’uomo; è in suo possesso e può aiutarlo a ottenere quelle cose che non può raggiungere con i mezzi normali. Heka è presente nella creazione dell’inizio del tempo, ma la creazione non è un evento singolo che ha dato la prima spinta a un moto perpetuo: è ciclica, deve essere riattivata ogni mattina; l’ordine cosmico, insieme con quello sociale che ne è una replica, deve essere costantemente difeso e garantito. Ecco allora che uomini e divinità si avvalgono di Heka per neutralizzare le forze distruttive, le negatività dell’universo cosmico e sociale.

Il fluido vitale
Per gli Egizi l’universo è un insieme coerente e la magia è la realizzazione della simbiosi tra gli elementi che compongono il Tutto (divinità, spiriti, stelle, pianeti, uomini). Questo Tutto è immerso costantemente in invisibili correnti di energia che gli Egizi chiamano fluido vitale. Il divino ha il potere di “lanciare il fluido” e l’umano ha il dovere di captarlo, di servirsene per entrare in armonia con l’ambiente che lo circonda. Il fluido vitale si materializza nella Vita eternamente rinnovata e nella Forza e nel potere dati dalla Conoscenza.

Il male
Il male e la malattia sono un’interruzione del fluido vitale. Nel pensiero egiziano, bene e male non sono considerate forze antagoniste, ma due poli complementari: positivo e negativo. Il pericolo sta nella rottura dell’equilibrio che può generare la predominanza della negatività. L’errore può rivelarsi necessario per il progresso, ma deve essere eliminato al più presto. I momenti di passaggio, seppure inevitabili, sono critici dal punto di vista magico; il passaggio tra il giorno e la notte, tra un anno e il successivo, tra la vita e la morte, la salute e la malattia… i maghi avevano il compito di negoziare in questi momenti pericolosi e delicati.

La magia come arte
La magia non è un gioco, non si improvvisa; essa è nel contempo una scienza e un’arte che si acquisisce con pazienza e umiltà. Essa consiste nell’integrarsi con l’universo e diventare permeabile per lasciarsi penetrare a ogni istante dall’invisibile fluido vitale. La magia si può definire come l’utilizzo sul piano fisico dei poteri psichici superiori e latenti presenti nell’uomo.
In Egitto il mago e il medico non sono avversari, ma collaborano per stabilire un equilibrio tra il relativo e l’assoluto, tra il possibile e l’impossibile.

Il mago
Il mago della Valle del Nilo è al servizio della preservazione dell’Ordine del mondo, la Maat. Ciò che egli apprende nel tempio si può riassumere in quattro verbi: sapere, volere, osare, tacere.
Il mago è un guerriero che si batte contro la malattia e il male; egli attacca l’invisibile potenza che perturba un organismo, tenendo presente che bisogna curare la causa, non l’effetto. Egli fa voto di silenzio, non è tenuto a rivelare i segreti della sua arte; il segreto non serve a nascondere, ma preservare.

Le formule
Il mago conosce e utilizza adeguatamente le formule. La formula è l’arma più antica del mago. La “Genesi di Ptah” a Menfi è il primo testo nella storia dell’umanità ad affermare che Dio creò il mondo in virtù del suo verbo. Appena nominate, le cose iniziarono a esistere. Il potere dei suoni è creatore e il mago, identificandosi con Dio, diventa a sua volta creatore.
La formula può presentare aspetti diversi:
– l’ingiunzione o comando; se essa si rivela inefficace, per scatenare la forza magica si può ricorrere alla minaccia.
– la preghiera; è un atto di fede e di umiltà, suscettibile di toccare il cuore del dio.
– l’affermazione di un principio permette di convincersi della riuscita dell’operazione.

Altri principi della magia
Il mago, oltre alla conoscenza intellettuale, deve mettere in pratica anche i principi che gli sono stati insegnati:
Principio di partecipazione: nell’universo tutto è collegato e il destino di un uomo non è estraneo al pianeta che ha presieduto alla sua nascita.
Principio di solidarietà: rafforza il precedente. Tutte le parti del corpo umano sono collegate tra loro; se una parte non funziona, ne risente tutto l’insieme. Questo accade in ogni ambito, non solo nel corpo umano. Quando l’equilibrio si spezza, va ripristinato.
Logica: l’universo e l’organismo ubbidiscono a un numero relativamente limitato di regole che seguono una logica magica. In sostanza “il simile attira il simile”: per fermare un’emorragia si annoda una corda, per far piovere si versa dell’acqua…
Omeopatia: Anche qui “il simile attira il simile”. Gli Egizi avevano calendari dei giorni fausti e nefasti che scandivano l’anno: se un evento felice è accaduto in un giorno preciso, da quel momento quel giorno diventa propizio per la ripetizione di un evento analogo.
Astrologia: è una scienza a servizio del momento magico. Gli Egizi avevano una concezione ciclica del tempo; l’astrologia offriva i periodi benefici dell’anno e quelli in cui, invece, bisognava essere più vigili. Grande importanza veniva data ai momenti di passaggio.

Diversi tipi di magia
La magia in Egitto, a differenza di quella europea, non viene divisa in magia nera o magia bianca, ma in Ua o “magia inferiore”, ovvero quella del mondo fisico, della salute, del denaro e della fortuna, ed Hekau, o “magia superiore”, associata invece allo spirito. Le tipologie di magia utilizzate dagli Egizi sono queste:
Magia scritta: era utilizzata sulle pergamene, sui testi sacri e sulle mura delle case.
Magia delle parole: la parola nell’antico Egitto era considerata sacra e creatrice. La parola crea tutte le cose. I geroglifici erano chiamati medw neter, “parola del Dio”. Le parole, pronunciate nel modo giusto, generano un campo energetico/vibratorio; i suoni sono vivi, hanno potere vitale e trasformativo, incidono sulla realtà materiale e su quelle dei regni paralleli dei vari corpi. Quelle usate in magia, dunque, vengono definite Urt Hekau, “grandi parole di potere”. Le Urt Hekau sono scritte in lingua geroglifica sbait, ossia proveniente dalle stelle (sba = stella, porta; sbait = insegnamento, istruzione, ciò che viene dalle stelle).
Magia simpatica: la parte influisce sul tutto, il simile attira il simile.
Amuleti: largamente utilizzati per la protezione e per facilitare il viaggio del defunto verso l’aldilà.

Il rituale magico
Un rituale è un meccanismo di grande precisione, è una cerimonia destinata a captare la rete invisibile delle forze che muovono l’universo. Il rito magico e i riti del tempio hanno la stessa natura, ma il primo riguarda l’aspetto terapeutico. Prima del rituale il mago deve isolarsi, digiunare e astenersi da contatti carnali per tre giorni. Poi si sdraia su una stuoia di canne per terra, divenendo una “mummia vivente”; il suo spirito si libera di ogni ostacolo mentale per comunicare con le potenze superiori. Resta così per tre giorni, poi purifica il corpo concentrandosi in particolar modo sui piedi (a contatto con le energie della terra) e sulle mani (captano e diffondono le energie). Indossa una tunica di lino bianca e dei sandali bianchi nuovi di papiro, a simboleggiare la verginità. Il corpo del mago viene unto di mirra ed essenza di pino, si pone del natron in bocca e dietro le orecchie e si dipinge con l’inchiostro sulla lingua un’immagine di Maat. Il mago fumiga la stanza con l’incenso e pone a terra le offerte. Spande una terra leggera nell’aria (mai calpestata da uomini o animali) e traccia sulla terra un disegno rituale corrispondente all’atto magico, poi vi si pone al centro.

L’evocazione degli dèi
Il mago, oltre a essere terapeuta, può entrare in contatto con le divinità per esplorare il proprio spirito, per comprendere una situazione, trovare risposta a una questione o per proiettarsi nel futuro.
Il rito di evocazione si compie in una stanza buia, sul tetto di una casa o in un luogo elevato e discreto. Viene coinvolto nel rito anche un giovane vergine, il mago si tinge la palpebra destra di verde e quella sinistra di nero, poi recita una formula per nove volte, dopo di che il dio è stato evocato e può parlare.

Fonti:
Magia e iniziazione nell’Egitto dei faraoni, René Lachaud, Edizioni Mediterranee
L’antica medicina egizia, Giuliano Imperiali, Xenia Edizioni.

La Befana vien di notte…

Conosciamo tutti la simpatica vecchina che, per tradizione, il 6 gennaio vestita di stracci solca i cieli con la sua scopa per portare doni e carbone ai bambini. Alzi la mano, però, chi conosce le origini antiche di questa figura, così simile a una nonna, con la sua chioma canuta e i dolciumi nelle tasche, pronti a essere distribuiti.

bbf40-befanaLa Befana è la sopravvivenza di una figura arcaica che simboleggia Madre Natura.
Nel mondo pagano si credeva che, nelle gelide notti invernali, volassero sui campi appena seminati figure femminili in grado di propiziare il raccolto. Dobbiamo pensare a una società antica, legata all’aspetto femminile e materno della natura. Stando così le cose, la Befana sarebbe nata quasi per via di una superstizione, inventata dal popolo rurale ansioso di assicurarsi un buon raccolto.
Il periodo che va da Natale all’Epifania era molto delicato e critico per il calendario popolare, poiché viene subito dopo la semina; era un periodo, quindi, pieno di speranze e di aspettative per il raccolto futuro, da cui dipendeva la sopravvivenza nel nuovo anno.
Secondo gli antichi romani, a guidare le fanciulle volanti nei campi era Diana, dea lunare della vegetazione; per altri, invece, il compito spettava alla divinità misteriosa di Satia, nome che deriva dal latino satiaetas, ovvero sazietà.
Il suo aspetto poco piacevole segue una tradizione, una leggenda, che si tramanda nei secoli. La Befana, vestita di stracci e gonne rattoppate, mantiene il suo povero aspetto iconografico per un preciso motivo: infatti, rappresenta la natura ormai spoglia, poiché arriva portandosi via un anno “consumato”, vissuto, inevitabilmente punteggiato di pene e sacrifici che la vecchia avrebbe il compito di spazzare via. Dunque, l’aspetto da anziana signora sarebbe da paragonare metaforicamente all’anno appena trascorso, ormai pronto per essere bruciato e per “rinascere” come anno nuovo. La tradizione dei doni portati dalla vecchina assume invece un valore propiziatorio per l’anno appena sorto. Offre una cascatella di dolciumi e regalini, che altro non sono che i semi grazie ai quali risorgerà a primavera come una giovane Madre Natura.

6ee6a-falc3b2La figura della Befana, letta in chiave sacrificale, venne riconosciuta anche dalla Chiesa, che la bruciava proprio in segno di buon auspicio. Tale usanza influenzò anche la tradizione popolare fino ai nostri giorni.
Ancora oggi un po` ovunque per l’Italia il 6 gennaio si accendono i falò, e, come una vera strega, anche la Befana viene talvolta bruciata. In tal modo, la Befana offre carbone che, simbolicamente, è l’energia latente nella terra, pronta a rivivere col nuovo sole. Come la luna, altro simbolo della Grande Madre, muore per rinascere.
Nella tradizione popolare campestre, inoltre, la notte dell’Epifania era considerata una notte magica: si diceva che gli animali parlassero nelle stalle e nei boschi.
«La notte di Befana nella stalla parla l’asino, il bove e la cavalla»; «La notte di Pasquetta parla il chiù con la civetta», affermano due proverbi, il secondo intendendo Pasquetta per Epifania perché un tempo si chiamava «pasqua» o «pasquetta» qualsiasi festa religiosa solenne.
In Toscana si tramandano anche le parole che si scambiano i buoi:

«Biancone!»
«Nerone!»
«Te l’ha data ricca cena il tuo padrone?»
«No, non me l’ha data.»
«Tiragli una cornata!»

Per questo motivo si dice che alla vigilia dell’Epifania i contadini governassero senza risparmio le loro bestie per evitare che nella magica notte parlassero male del padrone o del loro custode.

Festeggiamenti e tradizioni dell’Epifania:

L’Epifania è celebrata in Italia con tante feste e usanze che ne riflettono i vari aspetti.
Una di queste è il rito della Stella che si svolge a Sabbio Chiese in provincia di Brescia. A tarda sera, un coro di giovani esegue il «canto della Stella». Un cantore regge una stella di carta a cinque punte illuminata all’interno, che talvolta può contenere un piccolo presepe di carta. In passato i tre cantori principali interpretavano la parte dei Re Magi e si travestivano con mantelli dorati e corone di cartone. Il coro di giovani passa per le vie del paese, sostando sulla porta di ogni casa e rievocando la nascita di Gesù tra il bue e l’asinello, la venuta dei Magi guidati dalla stella, e i loro doni.
Al termine della canzone i giovani raccolgono soldi e doni in natura, che servono poi per la cena in comune a tarda notte a base di polenta taragna.
A Rivisondoli, in provincia dell’Aquila, si celebra invece un presepe vivente. Tutta la popolazione rivive la scena tradizionale: i pastori, che giungono dai monti vicini, le donne in costume e i Re Magi sono gli attori dello spettacolo. In una capanna Maria e Giuseppe, interpretati da due abitanti del paese, coccolano un bambino che, secondo l’usanza, è l’ultimo nato di Rivisondoli.
A Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, l’Epifania non rievoca l’arrivo dei Magi ma, come per tutti i cristiani di rito orientale, il battesimo del Cristo nel Giordano.
Vi sono anche in Italia due usanze che sembrano collegarsi a tradizioni precristiane. Prima che si affermasse la tradizione dei regali natalizi ai bambini, ai quali si diceva che li aveva portati Gesù, erano i Re Magi ad avere questa funzione all’Epifania, in ricordo dei tre doni offerti al Bambino. Ancora oggi in Spagna è l’Epifania il giorno dei regali.
Ci sono poi i riti legati al fuoco. A Goito, in provincia di Mantova, si accende il boriello, ovvero un grande falò. La catasta di legna è preparata con i rovi e i frutti dell’ippocastano, che scoppiettano al fuoco come petardi, e paglia. Il mucchio può raggiungere anche sei o sette metri e deve avere forma conica. Su di esso si sistema un pupazzo, detto la vecia o la stria, che rappresenta la Befana.
Anche in Veneto la notte tra il 5 e il 6 gennaio si brucia la Befana, bevendo il vin brulè , mangiando la pinza, e cantando al filastrocca per eccellenza:

“La Befana vien di notte
con le scarpe tutte rotte
con le toppe alla sottana:
Viva, viva la Befana! “

Secondo la tradizione popolare, il vento che trasporta con sé il fumo e le faville del falò indicherà come sarà il nuovo anno appena iniziato. È conoscenza popolare che il garbìn, vento vorticoso con direzione sud-ovest, annuncia la pioggia, essenziale per preparare i campi al prossimo raccolto, mentre il vento fùrlan, da nord-est, porta tempo asciutto, il terreno sarà quindi arido e porterà scarse messi.
Nelle campagne si usava anche prevedere la raccolta delle messi annuali, osservando il comportamento del tempo nei dodici giorni che intercorrono tra Natale e l’Epifania. Nella serata precedente la festa, le ragazze auspicavano un possibile matrimonio durante l’anno: si gettavano foglie d’ulivo sulla brace, se la foglia scoppiava saltando, l’evento sarebbe accaduto, se bruciava soltanto, senza scoppiettìo, sarebbero rimaste le speranze.
Anche il Friuli il fuoco, dal mare alle montagne, la fa da protagonista. Alla vigilia dell’Epifania sulle alture vengono accesi i pignarul, falò propiziatori. Anche qui in base alla direzione dei fumi si possono trarre previsioni per l’anno appena nato. In alcuni paesi i ragazzi lanciano dalle cime delle alture delle rotelle di legno infuocate. Ad accompagnare il volo ci sono delle frasi di buon auspicio, legate soprattutto all’amore.
A un simbolismo diverso si riallaccia un’altra usanza diffusa in varie nazioni europee fino a qualche decennio fa e ora in via di estinzione: si eleggeva il giorno dell’Epifania un Re della Fava, così chiamato perché aveva trovato una fava nascosta nella torta tipica di questa festa, detta in Francia Galette des Rois e sormontata da una coroncina di cartone. A sua volta il Re nominava una Regina gettando la fava nel bicchiere della donna prescelta.
Secondo un’antica tradizione, la fava sarebbe il simbolo dell’infinito ciclo di vita e di morte dell’esistenza. La fava nasce, come l’uomo e con l’uomo, nella putrefazione, rappresenta dunque la morte e la rinascita necessaria. Mangiare le fave significa dividere il cibo con i morti, è uno dei mezzi per riconoscere le forze della materia.

Come festeggiate voi l’Epifania? Quale tradizione si tramanda nei vostri luoghi d’origine? Se volete condividerle con me, lasciatemi un commento, sono curiosa.

Muna

Fonti:
– Calendario, Alfredo Cattabiani
– http://wellthiness.wordpress.com/2012/01/06/epifania-dai-magi-alla-befana-leggende-storia-e-tradizioni/
– http://venetoedintorni.it/blog-cultura-tradizione-veneto/53_Falo-tradizione-e-origine-dell-epifania-o-befana.html
– http://www.mondodelgusto.it/2006/12/27/i-pignarui-dell-epifania–i-grandi-falo-di-origini-pagane/

Decotto “Danza del Limone con l’Alloro”

Visto che ci troviamo a dover smaltire le grandi abbuffate delle feste, può capitare che insorgano problemi di digestione. La Natura, come sempre, è generosa e corre in nostro aiuto.

Ci sono tantissimi rimedi per l‘affaticamento nel digerire, il bruciore di stomaco e la nausea, ma quello che voglio farvi conoscere oggi l’ho sperimentato più volte su di me e ha sempre funzionato alla grande.

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Il Nonno mi prende per mano e mi porta in giardino, là dove gli alberi di limone sono carichi di frutti del colore del sole.

“Vieni con me, facciamo una passeggiata”, mi dice, la sua mano nodosa avvolta intorno alla mia come fosse una coperta di lana ruvida, ma accogliente. La stringo, fiduciosa, e lo seguo. Due miei passi ne fanno uno solo dei suoi.

Mi porta vicino al Limone e abbandona per un attimo la mia presa. Lo vedo pensieroso, fa sempre così quando si avvicina a un albero o a una pianta. Ormai conosco a memoria questo rito, perché lui me lo ha trasmesso.

Posso prendere uno dei tuoi frutti?, sta domandando.

Una folata di vento fa chinare la chioma dell’albero: ha dato il suo consenso. Il nonno, allora, stacca un frutto dall’albero, poi dice: “Grazie per questo dono, amico mio”.

Gli tiro piano la manica del giaccone e gli domando: “A cosa ti serve, Nonno?”.

“Questo frutto è una gemma preziosa. Vedi il suo colore?”

Ho già gli occhi che brillano, perché so che questo è solo l’inizio di una delle storie che il nonno è così bravo a raccontarmi. Annuisco e dico: “Sì, è come quello del sole”.

“Esatto! Il limone dona i suoi frutti tutto l’anno, proprio come il sole, che non ci abbandona mai, se non per il breve periodo notturno. E’ giallo come la luce, e la luce è vita: senza di essa non esisterebbe nulla. Oggi dobbiamo chiedere a questo limone di usare la sua luce per far stare meglio la nonna. Vieni con me, adesso: torniamo dentro.”

Mi porta in cucina, posa il limone sul tavolo, poi apre la dispensa. Ne estrae un barattolo colmo di foglie essiccate. Lo apre e ne prende una, poi la mette vicino al limone.

“Questa è una foglia di alloro. Gli antichi Greci credevano fosse sacro al dio Apollo… era il dio del Sole.”

“Ah, ecco perché lo hai messo vicino al limone! Hanno tutti e due lo stesso significato.”

“Proprio così.”

Il nonno lava il limone, poi prende un tagliere e taglia a metà il frutto. Subito dopo toglie la buccia con il coltello: “Bisogna fare attenzione a non grattare via la parte bianca del limone, perché quella che ci serve oggi è solo la scorza gialla”, mi spiega.

Una volta finito quel lavoro, mette la buccia dentro un pentolino insieme alla foglia e riempie il recipiente di acqua. Accende il fornello e ce la mette sopra con il coperchio.

“Oggi la nonna ha mal di stomaco, ha bisogno di un po’ di aiuto da parte del sole. Lo sai che siamo fatti per gran parte di acqua? Be’, ecco perché usiamo l’acqua per questo rimedio e per tanti altri: il limone e l’alloro, facendo la danza del sole dentro di essa, fanno in modo che l’acqua raccolga le loro proprietà per trasmetterle alla nonna. L’acqua memorizza, raccoglie e trasmette, guarendo. Questo decotto va bene anche per la nausea, i problemi di digestione e il gonfiore. Deve bollire per dieci minuti, poi lo filtreremo. Basta berlo caldo e aspettare qualche minuto perché faccia il suo effetto, è davvero portentoso.”

Io gli credo. I rimedi del Nonno sono sempre i migliori!  

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Ingredienti:

  • Una foglia secca di alloro (il periodo balsamico per la raccolta delle foglie da essiccare è luglio-agosto).
  • La buccia di mezzo limone non trattato.
  • Acqua.
  • Zucchero o miele a piacere per dolcificare.

Muna

 

 

Ma… qualche volta ti arrabbi?

A volte mi viene chiesto come mai io sia così tranquilla.
“Ma… qualche volta ti arrabbi?”, mi domandano.
Negli ultimi sette anni ho coltivato la calma dentro di me, ho imparato a valutare le cose per quello che sono e a dare loro la giusta importanza. Mi arrabbio, sì, ma non più come un tempo.
Sono consapevole che gli stati di rabbia e collera non siano salutari, ecco perché ho deciso, tempo fa, di non prendermela più per le piccolezze. E allora gastriti e problemi intestinali sono evaporati all’improvviso, mentre una volta erano all’ordine del giorno.
Automaticamente, ho iniziato a spogliarmi di convinzioni malsane, ad allontanami da ciò che sapevo mi faceva del male, per avvicinarmi sempre di più ad avere la pace intorno a me e dentro di me.
Presi le distanze dalle persone che non mi permettevano di essere quello che ero – e che sono -, dall’esteriorità, dalle cose superflue di cui mi circondavo. Ed è vero: qualcuno ha pensato di me che fossi egoista, perché chi ci sta intorno non sa vedere più lontano del proprio naso.
In realtà stavo semplicemente prendendomi cura di me. Quello che provavo nei miei confronti era spirito di autoconservazione a sfavore di tutto ciò che mi distruggeva e mi logorava dall’interno.
In questo modo il mio giardino interiore ha iniziato, pian piano, a rifiorire e si è dimostrato per quello che è: rigoglioso, brulicante di vita e luminoso.

Muna

Immagine di copertina: “Il giardino dell’Eden” di Thoma Kinkade