Iniziazioni nel folto degli alberi. Riti estatici arcaici all’eremo di Santa Maria Maddalena del Bosco, a Taggia.

Popoli e civiltà antiche hanno fatto del folto degli alberi  uno spazio sacro e inviolabile, protagonista di riti, celebrazioni e iniziazioni che oggi non ricordiamo più. La Valle Argentina, per il suo territorio spesso scosceso e di difficile frequentazione, conserva esempi di foreste secolari, abitate talvolta da alberi monumentali visitati ancora oggi da curiosi e da chi rende loro un grazie sentito e commosso. Ci sono macchie arboree su cui si raccontano leggende di gnomi, di fate e di bàzue (streghe),storie di madonne, di soldati, di santi ed eremiti. Uno di questi centri pulsanti di energie, leggende e tradizioni si trova sulle alture di Taggia, nel bel mezzo di una vegetazione fitta, impenetrabile e disordinata, quasi che il mondo verde voglia disorientare il visitatore, depistarlo, confonderlo. Ad accrescere la magia e la sacralità del luogo sono una fonte d’acqua sorgiva e una cavità rocciosa dalle proprietà taumaturgiche.

I boschi dell’Albareo e del Neveia sono così intricati e aggrovigliati che è quasi impossibile distinguere le piante che lo costituiscono. Formano un tutt’uno, una barriera compatta e nodosa di linfa e corteccia che preserva quella dimensione sacra. Eppure, proprio nel folto di quell’intrico vegetale sorge un complesso religioso, centro nevralgico di usanze arcaiche perpetuate nel tempo e sopravvissute fino ai giorni nostri: l’eremo di Santa Maria Maddalena del Bosco. Persino oggi vi si celebrano feste estatiche che seguono una ritualità specifica dalle forti e profonde valenze simboliche ed esoteriche. È un crogiolo in cui si agglutinano sacro e profano, vecchio e nuovo, storia e leggende, cristianesimo e culti preesistenti.

Un primo sguardo alla leggenda.

Quella di Maria Maddalena è una figura affascinante, che nei secoli ha fatto nascere intorno a sé una profusione di storie, miti, leggende e supposizioni. Lei, che secondo i vangeli apocrifi fu la più cara a Gesù tra gli apostoli, ebbe un’importanza rilevante e indubbia, quasi atipica per il contesto cristiano in cui si diffuse la sua storia. Narra la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine che, dopo la resurrezione di Cristo, Maria Maddalena fu posta dagli infedeli su un’imbarcazione priva di remi e sbarcò miracolosamente sulle coste di Marsiglia. Si trasferì poi nei pressi di Aix-en-Provence stando a una prima versione, mentre un’interpretazione del XII secolo d. C. la vorrebbe presente a Saint-Maximin. Qui, sulle alture di Saint-Baume, rimase fino alla fine dei suoi giorni, dimorando in una grotta che ancora oggi è visitata dai fedeli.

Ü Bauzu della penitente o Garbu da Lena

Un’altra leggenda, tuttavia, vuole che prima di stabilirsi in Provenza, ella abbia trascorso una parte della sua vita proprio sulle alture della Valle Argentina. Qui avrebbe trovato una cavità rocciosa naturale, da lei utilizzata per espiare i suoi peccati trascorrendo le giornate inginocchiata, tanto che ancora oggi pare si riconoscano i solchi delle sue ginocchia nella dura pietra. Qualche volta sulle due conche da lei scavate in quello che è conosciuto come Ü Bauzu della penitente o Garbu da Lena la gente pone ancora mazzi di fiori freschi.

L’eremo tra storia, espressioni del sacro e tradizioni profane.

Grande è la commistione di riti e suggestioni antichi avviluppata alla storia cristiana del luogo, tanto che, al pari dell’intrico arboreo in cui si trova, è ormai difficile distinguerne con precisione le origini. Volendo passare al setaccio l’intreccio storico e folklorico che circonda il romitorio, la traccia più significativa e maggiormente conosciuta è senza ombra di dubbio quella offerta dal culto cristiano, ma non è l’unica, come vedremo.

L’edificio religioso originario, di cui oggi restano poche testimonianze, sorse prima dell’anno Mille, nel IX secolo, probabilmente intitolato a San Benedetto, poiché fu costruito per volere dei benedettini. Secoli dopo la loro partenza, l’eremo passò ai frati domenicani e a loro rimase fino al 1716, quando nacque la Compagnia di Santa Maria Maddalena alla quale la proprietà appartiene ancora oggi.

La dedicazione dell’eremo derivò con ogni probabilità dai rapporti che, in epoca medievale, la Liguria strinse con la vicina Provenza, dovuti per lo più a legami commerciali. Incuriosisce la totale assenza di reliquie, ma le istituzioni ecclesiastiche dell’epoca posero rimedio a una tale mancanza. Infatti, ad avvalorare la leggenda del passaggio di Maria Maddalena in questo bosco è la presenza di un piccolo anfratto naturale, somigliante più a una tana che a una grotta. Essa è dotata di due aperture, una d’ingresso e una di uscita; per attraversarla, si striscia carponi, poggiando il ventre su quelle sacre rocce che da sempre si dice curino e proteggano dalle malattie e dai problemi legati alla zona ventrale, divenute protagoniste di riti apotropaici che, con ogni probabilità, originano in tempi ben più antichi di quelli della costruzione dell’eremo. Il sito religioso, inoltre, non a caso sorge proprio nel luogo intermedio tra il taumaturgico Garbu da Lena e la miracolosa sorgente.

La cappella dell’eremo

Gli ampi spazi antistanti la cappella sono stati ricavati in epoche più recenti per accogliere i numerosi visitatori durante la grande festa che si celebra ogni anno in onore di Maria Maddalena la domenica che segue il giorno che fu della sua nascita, il 22 luglio. Tavoli, panche e portici possono ospitare fino a cinquecento persone, le quali raggiungono l’eremo per assistere al celebre Ballo della Morte che qui si ripete tale e quale da ben più di tre secoli.

La Compagnia di Santa Maria Maddalena, la festa tradizionale e il Ballo della Morte, echi di un remoto passato.

La Compagnia di Santa Maria Maddalena, o Società dei Maddalenanti, fu costituita con un atto notarile nel luglio del 1706, sebbene ci siano testimonianze della sua esistenza già settanta anni prima. Dall’atto costitutivo si evince la comprovata passione e la grande devozione di tale società per l’eremo e per la Santa, ma anche per il giocondo spirito di fratellanza che ne univa i membri. Trapela, inoltre, un dato importante: si attesta che già molti anni prima della stipula dell’atto un gruppo di persone si riuniva nel bosco nel mese di luglio[1]. Come fa notare anche l’antropologo Paolo Giardelli, la prima firma che compare in calce a tale documento appartiene a un rappresentate del clero, il che fa intuire il tentativo delle istituzioni ecclesiastiche di unire sotto il vessillo cristiano riti, usanze e celebrazioni antiche assai sentite. La festa, infatti, come testimonia un documento ufficiale, era già presente nel 1381.

Il regolamento prevede che i componenti della Compagnia debbano essere unicamente di sesso maschile e nati a Taggia. Il Contestabile e il Vice Contestabile, che presiedono la festa, sono eletti ogni anno e solo dal 1936 alle due figure maschili si affiancano quelle femminili della Contestabile e della Vice Contestabile.

Il sabato che precede la festa, i Maddalenanti, in sella a cavalli o a muli, si riversano nelle vie cittadine esortati dai tradizionali scoppi di mortaretto. Dal centro abitato di Taggia, percorrono circa 11 chilometri per giungere all’eremo, dove li aspetta una cena che oggi è ricca e abbondante, ma un tempo consisteva in piatti poveri tipici della vita campestre. Trascorrono la notte sotto le fronde degli alberi, qualcuno dice addirittura che un tempo dormissero su foglie di felce, alle quali si attribuivano doti profetiche oniriche. Tuttavia, dormire è quasi impossibile per il clima di festa, allegria ed ebbrezza che si respira negli spiazzi che circondano la chiesa. Tra canti, bevute e burle tipici dei baccanali e dei riti carnascialeschi, la notte trascorre e giunge presto il giorno, che oggi porta con sé le donne, i bambini e gli altri paesani, giunti per unirsi ai festeggiamenti.

Si pranza tutti insieme sulle lunghe e accoglienti tavolate. Un tempo sui tavoli erano disposte foglie di castagno[2] a guisa di tovaglia, ma oggi come allora sono imbandite come se ospitassero un banchetto tra nobili invitati dove anche il vino scorre copioso.

Dopo aver condiviso il banchetto, giunge il momento culminante delle celebrazioni, quello più atteso: il Ballo della Morte. Due Maddalenanti – rigorosamente uomini – interpretano u Masciu e a Lena (il maschio e la Maddalena), inscenando una danza di arcaica rimembranza.

Il ballo consiste in un allegro inseguimento reciproco: dapprima è u Masciu a cercare a Lena, che però lo rifiuta, poi i ruoli s’invertono. Si corteggiano accompagnati dai canti e dalla musica, finché a Lena si accascia a terra e lì giace con gli arti distesi a formare una stella. U Masciu tenta invano di rianimarla, scuotendola in atteggiamento di estremo sconforto, finché si china fra le sue cosce e le sfrega con frenesia il ventre e il petto con un fascio di lavanda. Il tempo pare fermarsi, sospeso come il fiato degli astanti, nonostante tutto si ripeta ogni anno in modo identico da secoli. E, all’improvviso, a Lena balza letteralmente in piedi nella gioia ritrovata di tutti i partecipanti, che per l’euforia lanciano addosso alla coppia nuovamente danzante mazzi di lavanda profumata.

Terminate le danze, la Compagnia si rimette in cammino per proseguire i festeggiamenti estatici in paese e ripetere il Ballo della Morte altre due volte. Tuttavia, prima di partire, ognuno assembla il proprio Agrifoglio, il tradizionale bastone dei Maddalenanti, ricavato da una ramo di castagno e alla cui sommità sono legate spighe di lavanda. Il bastone del Contestabile, invece, è più ricco: vi si appendono pani, salami e altri simboli di abbondanza emblematici del suo ruolo nella gerarchia.

Un groviglio inestricabile di simboli e celebrazioni antichi.

Cosa racconta la toponomastica.

A rivestire una notevole importanza è già il luogo in cui si trova l’eremo, un bosco, ma non solo. L’oronimo del vicino Albareo, infatti, può offrire dei primi indizi circa il passato della zona. La radice preindoeuropea alb/alp– infatti, indicherebbe un insediamento, una città sorta in prossimità dell’acqua, elemento che qui di certo non manca. Si tratta inoltre di un luogo già frequentato in tempi assai remoti, se si pensa che dirimpetto all’Albareo e al Neveia si trovano il Monte Faudo e la sua  Tana Bertrand, grotta sepolcrale usata già in ambito preistorico (a tal proposito, puoi leggere anche il mio articolo “Riti sepolcrali preistorici in Valle Argentina – Nel ventre della Grande Madre“). Tuttavia, secondo alcuni, l’oronimo avrebbe la stessa radice dei termini in ligure antico arba e arbinà, rispettivamente l’ape – ma anche l’insediamento per i Liguri – e l’alveare, la città delle api. Pare, infatti, che le popolazioni preromane che abitavano la zona fossero particolarmente legate alla struttura sociale di questi insetti, tanto da considerarli animali totemici dei loro clan.

Uno sguardo al periodo dell’anno: la canicola e i suoi riti apotropaici.

Tutto, dunque, farebbe pensare che i riti e i simboli presenti in questo bosco e nell’eremo non siano un semplice appannaggio cristiano, ma abbiano in verità radici ben più remote. Lo confermerebbe anche il periodo dell’anno in cui si colloca la festa, quello della canicola, che per i popoli di un tempo assumeva grande importanza ed era celebrato con riti irrinunciabili. La canicola deve il suo nome alla stella Sirio, protagonista dei cieli del periodo, facente parte della costellazione del Canis Major. Era assai importante per gli Egizi, poiché Sirio dava inizio alla benefica inondazione del Nilo. Quello della canicola, tuttavia, è da sempre ritenuto uno dei momenti più pericolosi dell’anno agricolo. Il sorgere di Sirio, infatti, porta con sé un drastico innalzamento delle temperature, un evento che poteva arrecare grave danno alle colture.

Ed ecco, allora, sorgere riti apotropaici per scongiurare il peggio e ingraziarsi non solo un ottimo raccolto, ma anche un inizio propizio della nuova stagione agricola. La canicola, dunque, si trova esattamente in uno di quei momenti di passaggio cari alla tradizione sciamanica, un delicato lasso di tempo in cui non solo si chiude un ciclo e se ne apre un altro, ma in cui coesistono tutte le potenzialità: la vita e la morte, il successo e la rovina, l’abbondanza e la carestia.

Non sorprende, dunque, che la festa di Santa Maria Maddalena del Bosco si svolga sulla falsariga di un carnevale, parola la cui possibile etimologia può essere ritrovata in carni levamen, ovvero “sollievo per la carne”: come per i mesi di gennaio e febbraio, per stemperare le difficoltà del periodo canicolare si celebravano feste estatiche che celano un profondo significato esoterico che procede a braccetto con la magia simpatica: secondo il principio per cui “il simile attira il simile”, infatti, mostrando atteggiamenti di euforia, celebrare unioni tra i due sessi e non lesinando cibo e denaro, si attirerebbero per simpatia – per similitudine – futuri motivi per cui gioire, gioia che nel mondo antico coincideva per lo più con la fertilità della terra e dei grembi femminili (umani e animali), l’abbondanza sulle tavole e la ricchezza nelle tasche.

In questi momenti tanto delicati, si credeva che gli spiriti potessero interferire con il mondo dei vivi, da qui l’esigenza di esorcizzare le paure e di allontanare il male, compito affidato alla lavanda. A proposito di questa pianta officinale, essa è stata assurta simbolo della festa per la sua somiglianza con la spiga di grano, ma anche per i già citati rapporti con la vicina Provenza. La lavanda era un bene costoso che nei giorni di celebrazione dedicati alla Maddalena non poteva mancare né scarseggiare. Il suo prezzo elevato, che la gente era pronta e disposta  a sostenere, richiama i sacrifici rituali che si svolgevano nel mondo antico e ha un profondo significato esoterico sempre riconducibile al principio di similarità di cui si è parlato. Tra le numerose virtù associate alla lavanda in ambito magico-popolare ci sono per l’appunto la protezione dalle disgrazie, dal malocchio e da demoni e streghe, caratteristiche che la rendevano assai adatta ad allontanare i pericoli dettati dalla canicola.

In ambito più arcaico, soprattutto preistorico, ci si appellava a un’unica energia divina per scongiurare il peggio: la Grande Madre, colei che è in tutte le cose, energia vitale e creativa, ma anche dispensatrice di morte. Nel territorio di Taggia, invece, in epoca cristiana tale funzione potrebbe essere stata assegnata a Maria Maddalena, alla quale si chiedeva di ammansire la forza distruttrice del fuoco canicolare. E Maddalena, secondo la Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, era di nobili natali, figlia di Syrus, la cui assonanza con la stella del Canis Major appare piuttosto evidente.

In ogni elemento delle celebrazioni di Santa Maria Maddalena del Bosco si ritrovano forti e interessanti analogie con il carnevale e il pensiero magico antico legato alla canicola. Gli spari dei mortaretti, i canti e il chiasso con cui i Maddalenanti danno inizio alla festa il giorno della vigilia, insieme all’euforia che caratterizza l’intero evento, rimandano alla magia simpatica. Anche l’atto di strisciare il ventre contro le rocce della grotta rimanderebbe al motto esoterico “come dentro, così fuori”[3]: rendere fertile il proprio ventre significava propiziare anche quello della terra e viceversa, in uno scambio perpetuo di energie che auspicavano ad attrarre abbondanza, fecondità e vitalità. La fessura del pertugio è stretta e per entrarvi, passarvi attraverso e uscirvi bisogna strisciare, poggiare il ventre sulle rocce antiche[4].

U Garbu da Lena

Si emerge dalla cavità come partoriti dal grembo materno e passando dalla vulva, con un forte richiamo a culti e credenze ancestrali. Nei gesti compiuti ripetutamente nel Garbu da Lena riecheggiano antichi riti di iniziazione, volti a purificarsi da ciò che si è stati per accogliere e abbracciare in toto il proprio nuovo essere. Lo stesso si può dire dell’euforia e dell’estasi espresse dalla festa: era di fondamentale importanza avere con sé le giuste frequenze per prepararsi alla parte discendente dell’anno, cominciata con il Solstizio d’Estate.

L’elemento femminile: Maria Maddalena come Iside e Diana.

La statua originaria che ornava la cappella dell’eremo fu trafugata nel 1936 ed era di carnagione scura, un dato che accende una stella fissa nel firmamento di quelli che potevano essere i culti preesistenti in loco.

L’attuale statua di S. Maria Maddalena posta nella chiesa dell’eremo. Foto di Manuel Garibaldi tratta da francoboggero.it

Infatti, apre le porte di un’interpretazione tutt’altro che infondata riguardo il collegamento di Maria Maddalena con il culto delle Vergini Nere, ma anche con le più antiche Diana/Artemide e Iside. Quello delle Madonne Nere fu un culto diffusosi sul finire del IX secolo d.C., periodo che coincide, per altro, con la costruzione dell’eremo da parte dei benedettini. Eppure, come il sistema cristiano di credenze di cui fa parte, ha radici che affondano in un terreno ben più antico. Vergini Nere erano spesso presenti nei monasteri benedettini e là dove sorgevano tali edifici si attestano culti preesistenti legati alla romana Diana, ma soprattutto a Iside, il cui culto, pur essendo di origine egizia, era assai sentito in Italia, soprattutto nel centro-sud, e fu portato nella Gallia Cisalpina – di cui anche l’odierna Liguria fa parte – proprio dai Romani in epoca imperiale. Nel culto isiaco si esplicherebbe anche la collocazione della festa nel periodo canicolare, assai sacro al mondo egizio, come si è visto. Sirio, infatti, era stella consacrata a Iside, dea madre connessa con la maternità e la fertilità, patrona degli alberi sacri nonché signora di unguenti e magie, ha molto in comune con la figura di Maria Maddalena. C’è chi sostiene che ella sia stata in verità una sacerdotessa della tradizione isiaca, praticante della sessualità sacra e dei riti ierogamici – le nozze sacre – che trovano riscontro nella simbologia del Ballo della Morte, come vedremo a breve.

Maria Maddalena in estasi, Artemisia Gentileschi

Potrà sembrare difficile credere che Iside – o una sua corrispettiva – fosse venerata sulle alture della Liguria di Ponente, ben più comprensibile e, forse, credibile risulterebbe un culto alla romana Diana, sicuramente di più semplice dimostrazione.

Delle Vergini Nere sappiamo anche che esse venivano spesso collocate e venerate in cripte ipogee in prossimità di pozzi sacri o corsi d’acqua. Apparivano anche in luoghi in cui vi era la presenza di un albero sacro e un megalite, elementi che, come abbiamo visto, si ritrovano dove sorge l’eremo di Maria Maddalena del Bosco, ma anche nei culti di Diana e Artemide. Tante, a ben guardare, sono le assonanze e le somiglianze tra queste due figure femminili che ricevettero offerte e preghiere in diversi luoghi del Mediterraneo.

Diana, dea delle foreste e protettrice del grembo materno e del parto, si sarebbe trovata di certo a suo agio nel bosco in cui è sorto il luogo di culto dedicato a Maria Maddalena. Era altresì matrona delle montagne, delle pietre e delle acque, signora della natura libera, colei che schiude l’utero. Difficile ignorare il potente collegamento con la presenza della grotta e della sorgente proprio nei pressi dell’eremo, pertugio che non solo rimanda alla fertilità e al grembo materno di cui Diana era protettrice, ma offre rimembranze anche dell’Artemide minoica e della mediterranea Potnia Theron – Signora degli Animali –  venerate  per l’appunto nelle grotte.

Immagine correlata
Diana, Jules Joseph Lefebvre 1879

Tra i simboli della dea c’è anche l’ape e pare che l’organizzazione dei santuari di epoca classica si ispirasse proprio agli alveari, analogia curiosa, questa, se si considera l’oronimo del vicino Albareo di cui abbiamo già trattato.

La verginità di Diana era proverbiale, e in epoca cristiana lo erano altrettanto i facili costumi di Maria Maddalena che le valsero gli epiteti di peccatrice e penitente. Forse, però, anche in questo si può ravvisare una somiglianza tra le due, poiché il significato più arcaico della verginità, accostato a dee come Diana, è stato travisato dal cristianesimo che ne ha modificato il senso più autentico. Vergine, nel mondo antico, era colei che non si privava dei rapporti sessuali, ma restava libera da legami, integra e completa in se stessa. L’unione con l’uomo avveniva per lo più in ambito rituale, avendo cura di mantenere intatta la sacra energia racchiusa nella vulva, per non disperderla e non offrirla a coloro che ne erano indegni. Un simile assunto non era concepibile né condivisibile per la chiesa dei primordi, ed ecco che la verginità fu trasformata. Anche la figura di Maddalena che, come abbiamo visto, è stata associata al culto misterico isiaco, potrebbe essere stata una vergine nel senso originario del termine.

Tuttavia, le assonanze con Diana non finiscono qui. Com’è risaputo, secondo il calendario cristiano Santa Maria Maddalena si celebra il 22 luglio. Nel mondo romano, invece, il 19 e il 21 luglio si festeggiavano i Lucaria, dedicati ai boschi sacri; una ricorrenza, questa, che fa porre l’attenzione sui riti antichi dell’eremo. Per i Romani, il Lucus era per l’appunto il bosco sacro abitato da un numen, un essere divino che era necessario ingraziarsi tramite offerte, che consistevano in libagioni, ma anche in canti o danze; inoltre, durante i Lucaria si consumavano cibi e bevande nei boschi, usanze che si ripetono come un ritornello nella festività taggiasca.

Non si può non citare in questa sede anche Diana Nemorensis, interessante ai fini di questa ricerca poiché ogni anno il suo sacerdote, considerato re del bosco di Nemi, celebrava la sua unione con la dea tramite uno sposalizio sacro che riecheggia nel Ballo della Morte dei Maddalenanti.

L’elemento maschile: l’Uomo Verde e Dioniso.

Tornando per un attimo alle Madonne Nere di cui si parlava poco fa, in ambito gotico erano spesso contornate da Green Men. L’Uomo Verde, caro alla tradizione celtica, ritrova la sua origine mediterranea nel corteo di satiri e spiriti silvani coi quali si accompagnava Diana. Era raffigurato con il volto coperto di foglie e un ramo che usciva dalle sue labbra spalancate ed era spirito primaverile che si univa tramite riti estatici alla terra scura, non prima di affrontare una profonda trasformazione che prevedeva la sua morte e la conseguente rinascita. Ancora una volta si ritrovano profonde somiglianze con i festeggiamenti dell’eremo di Santa Maria Maddalena del Bosco, ma anche un’innegabile affinità con i culti dionisiaci.

Interessante notare anche come una fontana del romitorio, seppur di recentissima realizzazione, richiami proprio il Green Man, a dimostrazione del fatto che certi simboli ritornino e richiamino le funzioni originarie del posto. L’energia dei luoghi è tanto forte da avere un’impronta che influenza ogni cosa l’attraversi; l’estasi e l’ispirazione artistiche non fanno che riprodurre un’idea che in qualche modo è già presente, la materializzano, perpetuando inconsapevolmente la funzione del sito.

Per quanto riguarda Dioniso, egli è famoso per la sua personificazione con la vite e con l’ebbrezza suscitata dal vino che si ricava dai frutti della pianta. È semplice trovare in questa divinità rimandi all’Osiride egizio e allo stesso Gesù. Molto del culto di Dioniso riecheggia nella festa taggiasca di Santa Maria Maddalena: l’immancabile vino, l’euforia delle celebrazioni, le danze sfrenate, ma anche la morte e la resurrezione. Tramite tali rituali si esorcizzava la paura della morte e si propiziava la vita della terra e degli animali cosicchè a un ciclo agricolo ormai concluso ne seguisse un altro migliore del precedente.

Interessante è la somiglianza dell’Agrifoglio, tradizionale bastone dei Maddalenanti, con il sacro Tirso dei culti dionisiaci, utilizzato non solo dal dio, ma anche da satiri e Menadi. Su entrambi i bastoni rituali, innegabili simboli fallici, erano appesi piante e oggetti, ma mentre nel Tirso si ha pure un riferimento non troppo velato alla ghiandola pineale, l’Agrifoglio termina con un elemento femminile, il mazzo di fiori di lavanda posto sulla sua sommità quasi a simboleggiare l’unione sessuale. La loro funzione, invece, resta simile: il Tirso è forza vitale divina elargita alla vegetazione, all’umanità e agli animali; l’Agrifoglio del Contestabile richiama la prosperità tornata a Taggia in seguito ai rituali silvani.

Baccante.

Il Ballo della Morte: l’unione di maschile e femminile nello hieros gamos.

Volendo addentrarci in profondità alla scoperta del Ballo della Morte, un’analogia interessante con il mondo che gravita intorno alla figura di Dioniso si incontra nelle figure dei Maddalenanti. Richiamano infatti le Baccanti, anche conosciute come Menadi, donne spesso identificate con dee che nell’Atene del V secolo a.C. decisero di abbandonare le città per seguire il richiamo del dio Dioniso. Un’eco di questa loro scelta di vita si riflette nella partenza dei Maddalenanti che si allontanano dal centro abitato di Taggia per trascorrere la notte nel bosco, nel clima di euforia tipico in cui vivevano immerse anche le Baccanti. Esse si rendevano spesso protagoniste di danze estatiche, là dove quest’arte non era da intendersi come la concepiamo oggi, ma come un atto rituale di profonda connessione con le energie divine, un modo per accedere all’estasi, liberare lo spirito e celebrare la vita.

Il ramo d'oro | illuminationschool
Ramo d’oro, William Turner

Il Ballo della Morte è danza degli opposti, un’allegoria del passaggio stagionale, ma anche vero e proprio rito agreste volto a sostenere la rinascita delle coltivazioni. Il grano e i frutti estivi venivano uccisi sotto la falce e il coltello, ma era di fondamentale importanza che da tale morte scaturisse nuovamente la vita. Ed ecco, dunque, comparire il motivo erotico, un riferimento all’atto sessuale capace di generare nuova, miracolosa vita. Nelle cerimonie dello hieros gamos, le nozze sacre nate in ambito mediterraneo, l’unione di due ierofanti dava spesso origine a un figlio simbolico, la spiga. E nel Ballo della Morte a Lena e u Masciu assumono gli atteggiamenti tipici del parto del figlio divino: a Lena si fa stella[5], a dimostrazione del suo essere connessa con la sacra scintilla vitale, ne diviene rappresentante, e u Masciu si pone fra le sue cosce, massaggiandole il ventre con spighe di lavanda, come se da quel grembo dovesse fuoriuscire davvero un nuovo essere vivente.

Un interessante connessione con le nozze sacre si ritrova proprio nella figura della Maddalena. I vangeli ci raccontano delle lacrime che pianse sui piedi di Gesù, mentre era intenta a ungerlo, e viene spesso raffigurata con il contenitore di unguento di nardo tra le mani[6]. Pare che in questo ci sia un richiamo a un rito preesistente occultato dal cristianesimo, rituale in cui la donna – sacerdotessa – rivestiva un ruolo di grande importanza. Ella, infatti, preparava l’uomo che diveniva protagonista insieme a lei della sacra unione sessuale, e lo faceva ungendo il capo, i genitali e i piedi di lui. Egli sarebbe diventato re, non prima, però, di essersi unito con la Grande Dea, personificata dalla sacerdotessa. Con questa sacra celebrazione simbolica, il re suggellava il suo stretto legame con la terra – la Dea – su cui avrebbe governato giurando di rispettarla.

Conclusioni.

Come si è tentato di ricostruire in questo studio, le commistioni di culti antichi presenti nella festa sono assai numerose e spesso stemperano l’una nell’altra, proprio come gli alberi e gli arbusti che costituiscono il bosco in cui si svolge. Forse non sapremo mai con certezza quali divinità si venerassero sotto quelle fronde prima della costruzione dell’eremo, né avremo la sicurezza che lì fosse presente un nemeton. Ciò che resta più tangibile e più vicino alla nostra comprensione, invece, è che il passato e il presente si riflettono l’uno nell’altro, così come l’ambiente rispecchia le energie che lo governano e che lo abitano da sempre.

L’essere umano è affascinato del sacro al quale di fatto appartiene, nonostante lo abbia dimenticato. Ciò che la festa di Santa Maria Maddalena del Bosco può insegnarci ancora oggi è la riscoperta dei suoi simboli, che celebrano senza ombra di dubbio una spiritualità maggiormente connessa con i ritmi naturali e con le energie del cosmo dalle quali siamo tutt’altro che avulsi.

Come nelle nozze sacre espresse nel Ballo della Morte, possiamo ricongiungerci non solo con parti perdute di noi stessi, ma anche con quel concetto di Tutto caro all’esoterismo antico e che via via trova ampie e sorprendenti dimostrazioni nelle scienze moderne. Possiamo partorire noi stessi infinite volte, come fa a Lena, rinascere ciclicamente dal nostro stesso grembo. E possiamo altresì imparare a fare l’amore con la vita, reimparando a danzarne l’estasi: il simile attira il simile, insegnano gli antichi.

In conclusione, a importare non sono i nomi umani che diamo al divino, né i gesti che abbiamo svuotato di ogni significato. A essere rilevante, invece, è la comprensione profonda di quanta energia divina sia presente in noi, a prescindere dal nome che ognuno le assegna. Altrettanto riguardo merita la ritrovata importanza che possiamo dare alle nostre azioni, ritualizzandole nuovamente e con consapevolezza.

© testo Melania D’Alessandro per http://www.spondediboscomadre.com

N.B.: Tale elaborato non intende e non pretende di sostituirsi alle ricerche dei professionisti. A esse, semmai, si affianca e si ispira, proponendosi di offrire una visione differente di una realtà difficile da conoscere e interpretare, con l’intento che possa a sua volta ispirare nuovi studi e restituire all’umanità conoscenze perdute o troppo spesso taciute.

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[1] Nell’atto notarile si riporta quanto segue: Conoscendo l’infrascritti, che la visita che da molti anni in qua, annualmente essi fanno nel mese di luglio, tutti assieme uniti, e congregati in buona concordia e stretto nodo d’amicizia all’Oratorio di Santa Maria Maddalena del Bosco di questo territorio di Taggia loro avocata, aumenta ed infervorisce via sempre più i loro animi alla divozione di si gran Santa, con rendere sommo contento all’allegrezza ad una lecita et onesta conversazione, che in quel boscareccio villeggio in suddetto mese ogni anno da loro si fa con particolare anche soddisfazione e gaudio di tutti quelli, che in detto tempo concorrono a visitare detto divino oratorio.

[2] Interessante notare come per gli abitanti della Valle Argentina il castagno fosse considerato l’albero del pane, poiché il mondo contadino traeva sostentamento dai suoi frutti, tanto che le castagne facevano parte della dieta di base degli abitanti del posto. Il castagno era fondamentale per la sopravvivenza, specie nei mesi invernali, e offriva lavoro a svariate persone.

[3]Come dentro, così fuori. Come in alto, così in basso. Come l’universo, così l’anima” è una delle sette Leggi Universali secondo la filosofia ermetica che sarebbe stata fondata da Ermete Trismegisto, spesso associato al dio egizio Thot nonché padre dell’alchimia.

[4] Praticare questo rito è considerato pericoloso, visto lo stretto passaggio. Si rischia, infatti, di rimanervi incastrati, per questo oggi si sconsiglia di cimentarsi in questa attività.

[5] È interessante notare che in tale atteggiamento ritorni la stella Sirio insieme al collegamento con Iside, chiamata nei culti latini col nome di Stella Maris.

[6] La parola Cristo deriva dal greco e significa ‘unto’. L’olio di nardo è originario dell’antico Egitto, il che avvicina ancor di più Maria Maddalena a Iside.


Bibliografia:

4 Comments on “Iniziazioni nel folto degli alberi. Riti estatici arcaici all’eremo di Santa Maria Maddalena del Bosco, a Taggia.

    • Ti ringrazio, Luca ☺ La piccola grotta si trova proprio sotto l’eremo, immersa nel bosco, ma è di facile individuazione. Per quanto riguarda l’eremo, non è ben indicato, ci si arriva seguendo l’intuito, ma se sei pratico di strade di montagna e di sentieri, non credo ti sarà difficile raggiungerlo 😊

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