Riti sepolcrali preistorici in Valle Argentina – Nel ventre della Grande Madre

Grotta è grembo, è ventre materno per molte culture antiche, ma è anche matrice (dal latino, matrix = ‘madre, utero’) di tutte le trasformazioni.

Grotta non è solo la spelonca buia in cui entrare fisicamente alla ricerca di brividi e avventure, ma è anche spazio interiore in cui imparare a illuminare l’inconscio e trovare la luce anche nella più densa oscurità.

Per i nostri antenati del Neolitico la grotta era luogo di vita-morte-rigenerazione e in Valle Argentina, angolo di mondo lungo all’incirca 40 km (appena), sono numerose le cavità naturali rilevate dagli speleologi, in alcune delle quali sono stati ritrovati importanti testimonianze archeologiche. Troppo piccole e anguste per essere abitate, queste caverne erano utilizzate solo per l’inumazione, come testimoniano i resti umani risalenti per lo più all’Eneolitico (3.600-2.200 a.C.) che vi sono stati trovati, insieme a perle, conchiglie d’uso ornamentale e cocci  che collocano i reperti tra le braccia della cultura dei vasi a bocca quadrata. Oggi tali grotte non sono più visitabili né accessibili per via della loro collocazione in luoghi impervi e di difficile raggiungimento, ma la loro presenza è ormai risaputa.

L’usanza di seppellire i defunti in cavità naturali era comune in epoca preistorica. Era abbraccio materno della terra rivolto ai suoi figli, era ricongiungimento col suo corpo, nel suo ventre, là dove un nuovo ciclo sarebbe ricominciato. Le conchiglie stesse, come abbiamo visto, rappresentano una sorta di lasciapassare, un simbolo che prometteva la nascita futura in nuove forme, in quanto simboleggiavano la sacra vulva (Per approfondire, leggi l’articolo “La Valle Argentina e le sue grotte: oltre il velo della leggenda tra la vita e la morte“).

La caverna era considerata un rifugio, ma era anche un luogo misterioso associato al mondo metafisico e spirituale. Al suo interno a governare erano forze naturali sulle quali l’essere umano non aveva alcun controllo, ed era il reame della donna, intermediaria tra la dea e l’umanità.

simbolismo grotta

Gli abitanti dell’Europa Antica consideravano i processi di morte e transizione in modo assai diverso dalle culture successive, molto più maturo persino rispetto alla nostra concezione di un evento naturale che abbiamo trasformato in tragico tabù. Per i neolitici la morte era un evento positivo e ciclico, poiché dalla rigenerazione del vecchio poteva esserci nascita e, dunque, nuova vita. Il grembo della Dea, che altro non era che la caverna, portava via il corpo del defunto e lo trasformava in rinascita. Le tombe ricavate nelle grotte, nella roccia e in anfratti e cavità naturali simboleggiavano il canale della nascita, l’utero della Dea, mentre l’ingresso stretto di tali sacri luoghi rappresentava la vulva, la porta che affaccia su due mondi opposti eppure complementari.

A tal proposito, cito una delle grotte a uso sepolcrale più importanti della Valle Argentina, situata nella prospiciente Valle del Capriolo. La cavità è conosciuta con il nome di Pertuso pertugio – ed è situata a circa 1.300 metri di altitudine, alla base della Rocca di Goina, nel territorio di Triora. Ciò che a mio avviso la rende interessante è la sua stretta entrata a forma di triangolo, figura geometrica particolarmente sacra alla Dea delle origini, poiché è la raffigurazione del pube e della vulva femminili ed era strettamente connessa con l’elargire la vita e con la rigenerazione.

Esempio di triangolo pubico inciso su statuetta femminile connessa con la morte e la rigenerazione, cultura cicladica, 2.400 a.C. (Foto tratta da Ancient History Encyclopedia)

Che il triangolo sia stato ricavato artificialmente o che, al contrario, sia completamente naturale, è indubbio che tale forma fosse importante per l’uomo di un tempo, e il richiamo alla sacralità femminile è più che evidente. L’interno di questo anfratto dal basso soffitto presenta diverse camere, alcune accessibili tramite uno strettissimo corridoio, nelle quali sono state rinvenute ossa umane sparse in modo disordinato insieme a frammenti di vasi in ceramica e oggetti d’uso ornamentale, tra cui perline ricavate da valve di conchiglia. I ritrovamenti risalgono all’Età del Bronzo (1.800-750 a.C.).

Un’altra cavità con ingresso triangolare e utilizzata unicamente a scopi sepolcrali si trova sempre in territorio triorese, più precisamente vicino alla frazione di Borniga; l’Arma della Gastéa, anche conosciuta come Arma Mamela, ha restituito non solo le ossa appartenenti ad almeno quattro individui, ma anche frammenti di vasi a bocca quadrata e conchiglie forate. Il corredo più antico è collocabile nel Neolitico medio, ma sono stati rinvenuti reperti più recenti, come due spilloni di bronzo utilizzati per fermare vestiti e mantelli sulle spalle, databili 1.400-1.300 a.C.

Resti umani accompagnati da oggetti di bronzo di notevole interesse sono stati ritrovati anche a U Garbu du Diavu ancora una volta presso Borniga. Questa grotta si trova a 1.430 metri di altitudine, sulla parte più alta della parete rocciosa chiamata del Bausu Longu. A essere curioso è il nome dialettale di tale anfratto, di medievale memoria e che significa “Il Buco del Diavolo”, ancora una volta a testimoniare la demonizzazione cristiana degli antichi culti legati a una divinità femminile immanente. Per ironia della sorte, ciò che si è voluto oscurare con tanto impeto riemerge proprio grazie ai toponimi, agli appellativi e ai nomi assegnati dagli stessi persecutori alle località, che rappresentano primi inequivocabili sintomi di forti culti preesistenti.

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U Garbu du Diavu ancora contrassegnato dai cartelli degli scavi. Foto gentilmente concessa da MMM a I colori del vento.

Gli indizi dei culti legati alla morte e alla rigenerazione offerti dalle sepolture collettive del Pertuso e del Garbu du Diavu e dai corredi funebri

In molti siti liguri sono stati rinvenuti utensili e recipienti in ceramica, che furono impiegati come accompagnamento dei defunti nelle sepolture. L’arte della ceramica, come ampiamente dimostrato dagli studi di Marija Gimbutas, era svolta in ambito rituale ed era strettamente connessa con la Dea delle origini. Nelle società preistoriche, la quotidianità era parte integrante del sacro e non vi era scissione tra vita ordinaria e religiosa; così, la realizzazione artigianale era sacralizzata e votata alla Grande Dea, che vi veniva raffigurata in modo stilizzato e simbolico anche attraverso una serie di segni apparentemente semplici. Vasi, coppe, recipienti… nell’immaginario preistorico tutto rimandava alle forme dell’utero e del ventre femminili, per cui non sorprende che tali oggetti fossero utilizzati nei corredi legati alle caverne.

Nel Neolitico era diffusa l’usanza dell’inumazione individuale in fossa o in cista litica, ma è nel periodo Eneolitico che in tutta la Liguria ebbe inizio l’usanza delle tombe collettive: i defunti venivano posti all’interno di piccole grotte o in cavità naturali. Non si conoscono con certezza i riti connessi al culto funebre, ma sono intuibili, almeno in parte. I resti umani come quelli rinvenuti nel Pertuso o a U Garbu du Diavu rivelano un’apparente disordine nella sepoltura dei corpi: le ossa appartenenti a individui diversi sono sparpagliate, mescolate caoticamente e private della loro forma anatomica, tanto che, se non avessimo raggiunto avanzate conoscenze chimiche e scientifiche, sarebbe stato pressoché impossibile ricostruire gli scheletri e valutare a quali individui appartenessero le ossa in questione. È inverosimile che gli scheletri si siano scomposti col trascorrere del tempo o per via dell’eventuale interferenza di animali, per cui è indubbia la mano dell’uomo, che attuava un vero e proprio rito dalle importanti valenze simboliche e cosmiche. Un’ipotesi avanzata dagli studiosi prevede che i corpi esanimi fossero posti nelle grotte e qui vi restassero per un indefinito periodo di tempo, trascorso il quale la loro posizione veniva modificata e i resti dei corpi sparpagliati volontariamente. La seconda teoria, che appare come la più fondata, spiega che i corpi erano in realtà lasciati a decomporsi in luoghi aperti ed esposti, forse addirittura su apposite piattaforme, in modo da poter recuperare in seguito solo le ossa, che poi venivano raggruppate nelle caverne.

rapace

Fonte immagine: Pixabay

Alcune popolazioni, infatti, praticavano questo genere di rito perché credevano che, attraverso lo smembramento del corpo da parte di certi animali, si permettesse ai defunti di tornare alla Grande Madre, rinnovandosi nel ciclo vitale della Terra e delle sue creature. L’animale mangiava le carni e le interiora: ciò che prima costituiva fisicamente un individuo, dunque, entrava a far parte del corpo di un altro essere vivente. Attraverso le feci, poi, veniva espulso e parte del suo essere finiva nel suolo o come nutrimento per animali più piccoli o per invertebrati e microrganismi. Le cellule del corpo del defunto, dunque, entravano a far parte di ecosistemi piccoli e grandi, disgregandosi e trasformandosi infinite volte, andando a popolare l’aria, l’acqua, la terra e tutto il Creato. Nel caso in cui gli animali si fossero rifiutati di toccare i corpi, questo sarebbe stato considerato alla stregua di una grande sciagura, poiché il defunto non sarebbe potuto rinascere, e ciò è intuibile grazie alle testimonianze di alcune popolazioni che hanno attuato tali riti fino a tempi recentissimi.

Per noi figli della modernità è difficile comprendere le motivazioni profonde dietro queste pratiche, ma è utile indagarle, poiché possono portarci a riflettere non solo sulla raffinatezza di pensiero dei nostri lontani antenati, ma anche su quanto l’essere umano si considerasse parte del Tutto, concetto che oggi viene sempre più confermato anche dalle scienze.

La morte, per l’uomo di un tempo, constava di tre fasi: il decesso fisico, la scarnificazione con conseguente rimanenza delle ossa, il ritorno al grembo della Grande Madre. Solo quando rimanevano unicamente le ossa, il defunto poteva ricominciare il suo ciclo vitale dentro la porta di tutte le rigenerazioni: il ventre della divina terra.

Il compito dello smembramento dei corpi spettava soprattutto agli uccelli rapaci, considerati sacre rappresentazioni della Dea della rigenerazione, e in particolar modo da avvoltoi e civette. In Valle Argentina, tale compito potrebbe essere stato svolto da altre specie, in base alla loro presenza in determinate epoche sul territorio.

L’atto di seppellire i resti in una sorta di ossario comune e disordinato, inoltre, potrebbe aver significato, per l’immaginario dell’epoca, la riproduzione del caos primordiale cui tutte le culture fanno riferimento, quel primigenio disordine in seguito al quale la vita può ciclicamente rinascere e svilupparsi.

Simboli della dea uccello e della dea serpente nella Tana della Volpe a Triora 

La piccola grotta si trova a 750 metri di altitudine, davanti alle case della frazione di Loreto, ed è formata dall’accumulo di massi franati. Come per il Pertuso e U Garbu du Diavu, anche nella Tana della Volpe sono stati ritrovati resti scheletrici ammassati in modo disordinato. Gli archeologi ne hanno sbrogliato la matassa intricata, identificando nell’ossario ben 68 individui.

tana della volpe triora archeologia

Foto tratta dal sito museotriora.it

I corredi funebri appartenevano a epoche diverse che andavano dal Neolitico all’Età del Ferro, stratificate nel tempo, e questo testimonia con certezza che la cavità è stata usata per un arco di tempo stimato sul migliaio di anni.

Lo strato più antico ha restituito alla luce i frammenti di vasi a bocca quadrata del Neolitico medio, decorati a motivi di fasci di linee spezzate e a zig-zag, dettaglio, questo, assai interessante. Sebbene, infatti, non esistesse ancora la scrittura, l’uomo preistorico aveva codificato un insieme di simboli ai quali attribuiva un significato profondo, che incideva e riproduceva in ambito sacro. In particolare, le linee a zig-zag rimandano alla dea serpente e alla dea uccello del neolitico; entrambe incarnavano la morte e la rigenerazione ed erano simboli dell’acqua dalla quale origina la vita. In particolare, il serpente recava la rinascita della primavera e i messaggi degli antenati, mentre la dea uccello incarnava la salute, la fertilità e la buona sorte, il ciclico passaggio tra la vita e l’aldilà. L’apparente semplice decorazione di un vaso, dunque, ci restituisce l’ipotesi che anche in Valle Argentina, come nel resto d’Italia e d’Europa, l’esistenza terrena era ritmata e votata a una figura femminile divina che era emblema del ciclo vita-morte-vita.

Sempre nello strato più antico della Tana della Volpe sono stati rinvenuti anche una lamella in selce, un punteruolo in osso, conchiglie destinate a uso ornamentale e un ciondolo ricavato da una zanna di cinghiale. Abbiamo già visto come le conchiglie ricalchino il legame con l’acqua e con il grembo femminile, ma anche il cinghiale era un inequivocabile simbolo della Grande Madre dei primordi, poiché era considerato a lei sacro.

Gli strati successivi hanno restituito, invece, ossa umane sparse, frammenti di vasi a impasto e vasi globulari insieme a tazze carenate e altri reperti ceramici.

Anche in questo caso, come per il Garbu du Diavu, è curioso notare come il nome della grotta rimandi a un animale che la tradizione sciamanica antica associa alle energie creative femminili e che il cristianesimo demonizzò al pari del lupo come simbolo demoniaco votato all’inganno, alla furbizia e agli istinti sessuali, nonché come raffigurazione di ogni tipo di eresia (per approfondire, leggi l’articolo “La Volpe, mutaforma e incarnatrice delle energie creative“).

La rigenerazione e la rinascita nell’Arma della Grà di Marmo a Realdo

Tra le più importanti del territorio di Triora, è conosciuta anche come Grotta di Realdo e fu utilizzata per i riti sepolcrali nell’Eneolitico. L’Arma della Grà di Marmo si trova a 985 metri di altitudine, sulla sommità della falesia calcarea situata subito sotto l’abitato e ha restituito diversi reperti preistorici.

grotte realdo

Anche qui, come gran parte delle altre cavità della Valle Argentina, è stato rinvenuto un cumulo disordinato di ossa umane collocate in una fossa, appartenenti a più di venticinque individui, un dato che fa comprendere come la cavità sia stata utilizzata per un lungo periodo di tempo dall’Età del Rame al Bronzo antico. A coprire il sepolcreto erano delle lastre calcaree di dimensioni differenti, poggiate su un muretto irregolare di pietre disposte a perimetro dell’ossario. A differenza delle altre grotte della Valle Argentina, però, i resti umani presentano una particolarità: quando le lastre litiche di protezione furono sollevate, gli archeologi trovarono le ossa del bacino e delle gambe di un primo individuo ancora in posizione anatomica, il che prova che i defunti venivano inumati in posizione rannicchiata e, dunque, non erano sottoposti alla scarnificazione di cui si è ipotizzato per i sepolcri delle altre cavità della zona. Se ne è dedotto che, per via delle dimensioni ridotte dell’Arma della Grà di Marmo, i defunti venissero seppelliti sui resti di quelli precedenti. La posizione fetale dei corpi rimanda ancora una volta alla concezione primitiva di ritorno al grembo materno, entrandovi nello stesso modo in cui, da neonato, l’individuo vi era emerso. Il corpo rannicchiato chiudeva così un ciclo vitale e ne iniziava uno nuovo.

Alcune ossa presentano segni di combustione, ma pare che ciò non sia da attribuire a un rito di incinerazione, quanto piuttosto a fuochi che venivano accesi forse per scopi rituali a ogni nuova inumazione. In alternativa, il fuoco poteva essere acceso per accelerare il processo di decomposizione delle parti molli del corpo, così come si ipotizza sia accaduto in certe grotte del vicino finalese.

Il corredo funebre si presenta assai ricco, costituito da oggetti ornamentali in ceramica e rame, cuspidi di freccia in selce e diaspro, un pendaglio ricavato da una zanna di cinghiale, centinaia di collane con perle ad alette, quattro semilune litiche e uno spillo che si pensa fosse usato per realizzare tatuaggi.

Nell’Eneolitico la Liguria occidentale strinse rapporti culturali e commerciali con la vicina Provenza. Questo portò entrambi i territori a influenzarsi reciprocamente e spiegherebbe la presenza delle perle ad alette nelle sepolture della Valle Argentina. Questi oggetti d’ornamento, infatti, costituiscono l’elemento più rappresentativo delle culture dolmeniche della Francia meridionale, diffusesi poi in molti paesi d’Europa, tra cui anche l’Italia. In Valle Argentina sono state rinvenute anche in altre cavità ad uso sepolcrale, scoperte per la prima volta nel nostro Paese all’inizio del secolo scorso nella Tana Bertrand, nel comune di Badalucco, proprio in Valle Argentina. La particolarità di queste perle sta nel loro aspetto, che nella forma rimanda alle vertebre e nel colore sembra ricollegarsi alla Dea Bianca rigida della morte e della rigenerazione.

Perle ad alette rinvenute in Valle Argentina. Foto tratta da museotriora.it

Infine, ad accentuare il simbolismo del ritorno all’utero è il ritrovamento nell’Arma della Grà di Marmo dei frammenti di un unico vaso, ricostruito quasi per intero, avente l’inconfondibile forma di un uovo. Nel mondo antico era credenza comune che il cosmo si fosse originato proprio da un uovo, poiché tutto ciò che vive in natura ha origine da esso: le piante nascono da un seme di forma ovoidale, i rettili, gli uccelli, gli anfibi, i pesci vengono al mondo rompendo il guscio di un uovo e persino i mammiferi di cui l’essere umano fa parte restano svariati mesi nel grembo materno che assume le stesse sembianze di un uovo (per approfondire, leggi l’articolo “L’uovo della Rinascita“).

La ceramica

Frammenti del vaso ovoidale ritrovato nell’Arma della Grà di Marmo ricostruito dagli archeologi. Foto tratta da comune.triora.im.it

Non è un caso, dunque, che un manufatto simile sia stato trovato in una sepoltura, rimarcando l’auspicio di rinascita, rigenerazione e nuova vita per i defunti ivi seppelliti. È probabile, visti anche i manici a gomito di cui il vaso è provvisto, che esso fungesse da rappresentazione della dea uccello che, come abbiamo visto per i reperti rinvenuti nella Tana della Volpe, era connessa con le acque – e dunque con il liquido amniotico – ma anche con la morte. Nell’elemento acquatico ritroviamo dunque conferme dell’origine della leggenda delle fate liguri delle grotte, che come abbiamo visto nell’articolo “La Valle Argentina e le sue grotte: oltre il velo della leggenda tra la vita e la morte” erano connesse non solo al grembo di Madre Terra, ma anche all’acqua e alle secrezioni dell’organo riproduttivo femminile.

I ritrovamenti archeologici delle altre grotte della Valle Argentina

La particolare conformazione del territorio ha favorito la formazione di numerosissimi anfratti che nel tempo hanno restituito diversi reperti. Perle ad alette sono state trovate, oltre che nella già citata Tana Bertrand, all’Arma della Vigna, presso Triora, insieme ad altri vaghi di collana e cuspidi di freccia. Resti di vasi e di frammenti ceramici risalenti all’Eneolitico medio o all’età del Rame sono stati rinvenuti nell’Arma della Vigna e nel Riparo di Creppo, mentre la Cava di Loreto ha restituito cocci appartenenti alla cultura del vaso campaniforme, oltre a conchiglie e altri ornamenti ricavati da esse.

Non possiamo sapere con esattezza cosa rappresentassero tali corredi per le popolazioni dell’Europa antica, ma è probabile che gli oggetti che accompagnavano il defunto non fossero solo meri utensili di uso personale appartenuti all’individuo quando era in vita. Come abbiamo già detto, l’uomo preistorico non faceva distinzione tra vita ordinaria e spiritualità: la sua esistenza era scandita dai ritmi dettati dallo spirito, per cui anche le faccende quotidiane erano ritualizzate. Non è difficile credere, dunque, che i corredi rappresentassero oggetti che il defunto creava in vita col proprio ingegno e con la propria manualità artigianale, come dimostrato in altri contesti. Che sia o meno così, è certo che i nostri antenati seppelliti nel grembo della Valle Argentina fossero abili artigiani della ceramica, della pietra e dei gioielli.

In conclusione

Riportare alla luce culti e credenze antichi, discuterne ancora oggi, dopo millenni, non dovrebbe solo essere materia per studiosi e appassionati. L’interesse verso le antiche civiltà e l’indagine nei confronti delle loro abitudini, delle credenze e del funzionamento della società potrebbe offrire stimolanti spunti di riflessione anche per l’uomo e la donna moderni. Idealizzare e fantasticare su un’epoca passata e – diciamocelo – ormai superata non giova a nessuno. L’umanità moderna del tempo presente si trova in questi ultimi anni a compiere delle scelte importanti: siamo chiamati a decidere chi vogliamo essere, verso quale direzione condurre la nostra specie. Possiamo continuare a riempire la distanza e la separazione tra noi e gli altri, e abbiamo visto a cosa ci ha condotto questa forma mentis: omertà, individualismo, ostilità, razzismo, guerre, povertà, distruzione… Oppure possiamo fermarci e ri-cominciare a considerarci parte del Tutto (perché sì, c’è stato un tempo in cui questa non era fantascienza, ma verità vissuta) e di una comunità che, senza violenza né conflitto, può ricostruire le fondamenta di una società nuova, basata sul rispetto e sulla concezione ciclica del tempo anziché sulla linearità, una umanità che possa salvare se stessa grazie ai principi di accoglienza, pace, armonia, abbondanza, sacralità di tutte le cose esistenti, come ci insegnano i nostri lontani antenati preistorici a partire proprio dal culto della vita-morte-rigenerazione che applicavano a ogni ambito della loro esistenza.

Mel

Se ti è piaciuto questo articolo, puoi leggere anche “La Grotta della Madonna dell’Arma e i culti della Grande Madre: dalla divina Belisama alla vergine Maria“.

N.B.: Tale elaborato non intende e non pretende di sostituirsi alle ricerche dei professionisti. A esse, semmai, si affianca e si ispira, proponendosi di offrire una visione differente di una realtà difficile da conoscere e interpretare, con l’intento che possa a sua volta ispirare nuovi studi e restituire all’umanità conoscenze perdute o troppo spesso taciute.

ATTENZIONE:  Il presente articolo è il risultato di uno studio profondo e accurato che ha richiesto tempo e impegno per essere realizzato, motivo per cui il testo è prodotto da copyright. È severamente vietato riprodurne i contenuti, sia integralmente che parzialmente, con ogni forma o mezzo senza citarne la fonte. L’articolo può essere condiviso anche tramite il link, mantenendo sempre l’attribuzione all’autrice e/o al presente sito. Per ulteriori informazioni, accedere alla sezione “Contatti”.


Bibliografia:

  • Le Dee viventi, Marija Gimbutas, ed. Medusa, Milano (2014)
  • Le donne invisibili della Preistoria, Judy Foster, ed. Venexia (2019)
  • Le sepolture della cultura dei vasi a bocca quadrata: aspetti archeologici e antropologici, Federica Rosa, Università degli Studi di Torino, Scuola di Scienze Umanistiche, corso di Laurea Magistrale in Archeologia e Storia antica, dissertazione finale in Preistoria e Protostoria, 2015.
  • Nuovi dati sulle sepolture in grotta nella Liguria di Ponente, A. Del Lucchese e A. De Pascale, XLIII Riunione scientifica L’età del Rame in Italia.
  • Rassegna di Archeologia 7/1988, Firenze All’insegna del Giglio, La Tana della Volpe e il Vaso Campaniforme del Riparo della Cava di Loreto (Imperia), Sandro Lorenzelli e– Massimo Ricci.
  • Rassegna di Archeologia 7/1988, Firenze All’insegna del Giglio, Le grotte sepolcrali della Valle Argentina (Imperia) con “perles à ailettes”, Massimo Ricci.
  • La provincia di Imperia: A-L, Andrea Gandolfo, BLU edizioni (2005)
  • http://www.museotriora.it

 

 

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