Beltane, i Floralia e Calendimaggio: tre nomi per una sola festività

La Primavera giunge al suo culmine e la natura si prepara per l’Estate, con le sue esplosioni di colori e i suoi succulenti frutti. E’ tempo, dunque, di festeggiare ancora una volta la Ruota che gira, l’inizio di un nuovo ciclo della Terra, che ci coinvolge in un turbine di emozioni e sensazioni.

Non è difficile in questo periodo provare una sorta di “estasi dei sensi”; ci si sente rinvigoriti dopo l’Inverno, che ci ha rinchiuso in casa, spesso in solitudine. Con la bella stagione, il sole si fa tiepido e man mano sempre più caldo, e intorno a noi la vita riprende visibilmente il suo corso.

Gli uccellini gridano a squarciagola il loro amore per la vita e si passano il canto di becco in becco, da albero in albero. I pigolii striduli dei nuovi nati nei nidi talvolta giungono alle nostre orecchie. Le rane gracidano con fervore nei corsi d’acqua e i versi di assioli e civette tornano a cullare i sogni di chi vive vicino alla campagna. Tutto si risveglia e, come gli animali, anche le piante si preparano a indossare la loro veste più bella.

Dicono che la Primavera sia la stagione degli amori, e non c’è niente di più vero. Lo è sempre stata, fin dall’alba dei tempi, quando l’umanità festeggiava con riti propiziatori la rinascita della Natura e la sua rinnovata fertilità, e lo faceva in grande stile.

La festa che veniva celebrata presso i popoli antichi proprio in questo periodo dell’anno era chiamata Beltane dai Celti, mentre i Romani si accingevano a festeggiare i Floralia, entrambe celebrate i primi giorni di maggio. Più tardi tali feste confluirono nel Calendimaggio e nella Notte di Valpurga.

Beltane e i Floralia erano momenti importanti dell’anno, poiché segnavano l’inizio della bella stagione, la vittoria della luce sulle tenebre, del caldo estivo sul freddo invernale. La terra torna produttiva e la vita rinasce con abbondanza. Il 1° di maggio si allestivano grandi banchetti, si danzava sui prati e si cantava in onore di Madre Natura, si accendevano enormi falò e ci si purificava al fumo della legna bruciata.

La festa di Beltane si svolgeva soprattutto sulle alture e sulle colline. Qui si accendevano fuochi a partire da legno di quercia, servendosi di un fungo altamente infiammabile che cresce sulle betulle. Il fuoco che ne scaturiva era considerato magico proprio in virtù degli elementi dal quale era nato: proteggeva dagli incantesimi, era un rimedio invincibile contro le malattie letali per uomini e bestiame e neutralizzava anche i veleni più potenti. Dopo l’accensione di uno o più fuochi, si preparava il pasto e si cantava e si ballava intorno ai falò. Il bestiame veniva fatto passare in mezzo a due fuochi, oppure veniva condotto tre volte in cerchio intorno al fuoco centrale, per scongiurare malattie e moria durante l’anno. Le fiamme erano tanto sacre che ognuno, a festa conclusa, prendeva un tizzone del fuoco e lo portava nella propria abitazione per accendere poi il proprio focolare domestico. Anche le ceneri erano considerate un amuleto prezioso per propiziarsi un abbondante raccolto, dunque erano sparse sulla terra per fecondarla e proteggerla.

Ma Beltane era soprattutto la festa dell’amore e della fecondità, con tutto ciò che essa comportava. Per assicurarsi l’abbondanza dei raccolti estivi e propiziarsi la fecondità della terra, donne e uomini festeggiavano tutta la notte amandosi liberamente e, talvolta, concependo quello che sarebbe poi diventato il “figlio di Maggio”.

Uno dei simboli più comuni a questa festività così sentita in varie parti d’Europa era il cosiddetto Palo di Maggio; si trattava di un tronco (spesso di Betulla) che veniva piantato nel ventre della terra, con ovvi significati di matrice sessuale, al fine di festeggiare la fecondità e la fertilità della natura. Attorno a questo palo si danzava allegramente, si attaccavano all’estremità in alto dei nastri colorati che ogni partecipante teneva in mano e, danzando, si intrecciavano i nastri al palo.

E’ una tradizione ancora in uso in diversi paesi, così come quella dei falò, simboli di fertilità e del ritorno del calore dopo i gelidi mesi invernali.

The Lovers Wildwood TarotMaggio era anche tempo di matrimoni, sia sacri che simbolici, e spesso veniva eletta nel villaggio una coppia di giovani che avrebbero rappresentato il Re e la Regina di Maggio, il Dio Sole e la Madre Terra che celebravano le loro nozze unendosi e ridando al mondo la vita. In queste unioni si riproduceva l’atto della creazione cosmica e si simboleggiava la comunione tra il maschile e il femminile nel rito dello hieros gamos, le nozze sacre, appunto. Queste celebrazioni non avevano nulla di carnascialesco, ma appartenevano a una vera e propria ritualità spirituale e, come tali, venivano rispettate con profonda devozione.

Con l’avvento del Cristianesimo, queste festività dalle atmosfere orgiastiche ed euforiche furono vietate e, per scongiurare i pericoli portati da tali “stregonerie”, venne istituita la Notte di Valpurga, che cade il 30 aprile. Essa prende il nome dall’omonima santa, che morì proprio il 1° maggio dell’871, pertanto venne assunta dalla Chiesa come protettrice dalle stregonerie.

Maggio, che i Romani avevano dedicato a Maia – la Terra – divenne infine per i cristiani il mese dedicato alla Madonna.

Oggi possiamo festeggiare a modo nostro questo passaggio intermedio di stagione; prendiamoci del tempo per stare all’aperto e gioire della vita che fluisce in noi e che ci circonda. Se le giornate lo consentono, sarebbe bello organizzare una festa all’aperto, un piccolo banchetto e dei giochi di gruppo per entrare in comunione con la Natura, sempre nel suo pieno rispetto, mi raccomando. Anzi, è una buona occasione per lasciare qualche offerta alla Terra, personalmente amo farlo e lasciare nel bosco o sui prati piccoli semi e manciate di cereali per gli uccellini di passaggio e tutte quelle creature che potrebbero trarne nutrimento. E’ un modo come un altro per ringraziare la Natura del grande dono che ogni giorno ci fa, con la sua bellezza e la sua abbondanza.

Ricordiamoci che la terra non appartiene a noi esseri umani, ma viceversa. Essa è la nostra casa, e come tale dobbiamo trattarla.

Muna

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